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17 agosto 2006

L'illuminazione improvvisa






L’ILLUMINAZIONE IMPROVVISA

nell’INSEGNAMENTO di HUI-NENG 

di Alberto Mengoni (Pubblicato su PARAMITA n. 52 di ottobre 1994)

La filosofia dello Zen, così come è giunta a noi, rispecchia fedelmente l'esperienza di una dottrina di vita e di pensiero praticata nei paesi dell'Estremo Oriente e tramandata dalla prece­dente scuola cinese di nome Ch' an. Come è già chiaramente espresso dal nome, questa scuola Buddhista del Mahayana (Veicolo maggiore), fa della meditazione o contemplazione (Dhyanain sanscrito, Ch' an in cinese, Zen in giapponese, Soen in coreano e Thien in vietnamita) il principale scopo dei suoi studi e dei suoi insegnamen­ti, come diretta conseguenza dell' adesione fer­vida e convinta all'insegnamento del Buddha e dei suoi ambasciatori della fede. 


Il più famoso tra questi, Bodhidharma, partito dall'India Meridionale portò con sé i Sutra originali del Buddhismo, con le regole e gli insegnamenti della scuola mahayana ed approdò sulle coste della Cina Meridionale, circa 1000 anni (6° secolo d.c.) dopo il pari­nirvana del Buddha, essendo già carico di anni e di saggezza e avendo da tempo realizzato la Buddhità. Egli era un diretto discepolo del maestro Prajnatara, l'ultimo, in or­dine di tempo, dei grandi Patriarchi Indiani di quell'epoca. 

Giunto in Cina, Bodhidharma pre­se ad insegnare ai saggi, che da tempo profes­savano la fede nel Tao, le più segrete e profonde nozioni che il Buddhismo aveva sviluppato in quegli anni: quelle sulla natura della mente. Il suo compito non era agevole ma, dato che le sottili cause karmiche erano ormai mature nelle menti dei suoi ascoltatori, il suo insegnamento prese piede, fu compreso e si propagò abba­stanza velocemente in tutta la Cina.

Circa due secoli dopo, il Quinto Patriarca Hung- Yen, presentendo che alla sua morte avrebbe dovuto trasferire il testimone della di­sciplina, che erano il manto e la ciotola di Bodhidharma stesso, cercò un erede per affi­dargli il delicato compito di tramandare la dot­trina dell'Essenza della Mente (punto fonda­mentale della Scuola Ch'an). Fu costretto a scegliere non il suo discepolo principale Shen­Hsiu, che aveva dimostrato di non aver afferra­to il vero significato del Dharma, ma proprio l'umile cuoco analfabeta Hui-Neng (638-713) che, malgrado la sua presunta mancanza di cul­tura ed erudizione, aveva dimostrato aperta­mente ed efficacemente, con la sua famosa strofa sulla polvere e lo specchio fatta scrivere da un monaco amico, di avere veramente com­preso il senso dell'illuminazione e il significato della natura della mente (1).

Attraverso la lettura del "TAN-CHING", il sutra che porta il suo nome (2), si può facil­mente ammettere che lo stesso Hui-Neng fu veramente un rivoluzionario ed innova­tivo maestro. Infatti, fino ad allora e salvo rare eccezio­ni, il Buddhismo in Cina era una filosofia d'élite, in quanto la sua conoscenza era limitata più o meno alle classi colte, tanto è vero che i maestri formulavano i loro insegnamenti secon­do rigidi schemi ortodossi, assai difficili da comprendere da persone di ceto umile e popo­lare. 

Con Hui-Neng, esponente di primo piano della cosiddetta "Scuola Improvvisa"(3), le cose incominciarono a cambiare; il suo linguag­gio efficace e diretto non solo poteva essere "digerito e familiarizzato" anche dai ceti sociali meno dediti all' erudizione ed ai lunghi studi ma, anzi, fu assimilato ed interiorizzato in ma­niera così positiva da riuscire a generare subito un folto stuolo di seguaci e discepoli che, dopo il ripetuto ascolto dei suoi insegnamenti e dei suoi moniti, di solito raggiungeva velocemente lo stato della illuminazione.

Fu per questo motivo che la scuola venne chiamata "Improvvisa", poiché i precisi inse­gnamenti sulla Essenza della Mente, sullo svi­luppo della Prajna (Saggezza), sul pentimento per le azioni non-morali (Shila), sull'abbandono degli stati illusori della mente, sulla disidentifi­cazione da tutto ciò che non è Reale ed infine sul riconoscimento della nostra propria natura di Buddha, avevano prodotto effetti tangibilmente positivi e liberatori e, secondo il mio pensiero, potrebbe­ro produrre ancora lo stesso effetto anche nella nostra epoca e nella civiltà in cui viviamo. 

Si deve notare, tra l'altro, che questo aspetto della dottrina Ch'an fa da filo conduttore a tutta la linea di trasmissione del Buddhismo Zen, sia Rinzai che Soto, e si può ritrovare, quasi identico, in altre filosofie esoteriche non­-dualiste sia buddhiste (come lo Dzog-Chen e la Scuola Mahamudra nel Tibet) che non-buddhiste. Per esempio, la dottrina dell'Advaita-Vedanta di Shamkara, pur rifacendosi alla matrice upa­nishadica induista, non è molto lontana dalla particolare Sadhana (metodo di pratica per il Risveglio) di Hui-Neng, né dai risultati a cui essa perviene, tanto è vero che lo stesso Shamkara dagli Induisti delle scuole dualiste era chia­mato "Il Buddhista travestito" (Pracchanna Bauddha). In­fatti, così come per la scuola Dhyana, anche per la visione filosofica Advaita (Non-dualista) la na­tura dell'illuminazione è già presente nell'Esse­re e va soltanto riconosciuta e svegliata, naturalmente con un fortissimo convincimento ed un altrettanto forte distacco dai condiziona­menti delle dodici ayatana (le porte dei sensi, soggettive ed oggettive).

Certo, il training per purificare i klesha (di­fetti mentali) non è né breve né facile; però, se lo si conduce nel giusto modo e se le cause karmiche positive della nostra mente sono al punto esatto di maturazione, ecco che "svegliar­ci" a noi stessi diventa veramente un fatto im­provviso! Così come, al mattino, passiamo "improvvisamente" dallo stato di sogno allo stato di veglia ed immediatamente c'è una presa di coscienza di noi stessi, tanto che non occorre che qualche istante per trovare la nostra iden­tità, anche se durante il sonno non avevamo più coscienza di questo aspetto della nostra esisten­za! 


D'altra parte, lo stesso Hui-Neng dice, te­stualmente, nel suo Sutra: «Alcuni uomini ot­terranno l'Illuminazione molto più velocemente di altri. Per esempio, questo sistema per realizza­re l'Essenza della mente è al di là della comprensione delle persone ignoranti. Possiamo spiegarlo in diecimila modi, ma tutte queste spiegazioni potrebbero essere fatte risalire ad un solo princi­pio. Per illuminare la nostra mente oscurata, macchiata dalla contaminazione, dobbiamo te­nere costantemente accesa la luce della Saggez­za» (4).

Infatti, se, avendo delle no­tevoli capacità intuitive, si riesce a comprendere tutte le istruzioni per accendere la luce nella mente ma non si è abili nel mantenere una costante e assidua con­centrazione su questa luce, oppure si ritiene di poterlo fare solamente in certi momenti, in certi ambienti o con certe posizioni, allora la lotta è estremamente dura e ci sono ben poche possi­bilità per una riuscita! 


La buia oscurità dell'illusione, pur se momentaneamente e leggermente ri­schiarata, ritornerà prepotentemente a ricoprire lo spazio mentale a fatica appena depurato e la lotta potrebbe ancora durare innumerevoli eoni cosmici mentre noi, intanto, continueremo a far i conti con questo samsara alimen­tato di continuo dalla rigenerazione di quel buio. 

Nell'insegnamento della "illuminazione im­provvisa" si puntualizza, anche, che gli insegna­menti del Buddha sono una provvida mano che ci aiuta a tirarci fuori dalle sabbie mobili dell'esistenza ciclica e che, quella mano, dovrà essere afferrata assai strettamente e non mol­lata mai più, altrimenti la morsa fatale del vischioso fango, rappresentato dalla nostra mente contaminata, persisterà nell'inghiottirci momento dopo momento, sogno dopo sogno, vita dopo vita ed eone dopo eone. 

La Grande Compassione di Hui-Neng (e di tutti i Vittorio­si che, come Lui, ci porgono la loro mano) si manifesta come un appello diretto alla mente, un faro luminoso che ci permette di accostare senza pericolo ed in maniera rapida alla sponda della Liberazione, anche se però spetta a noi cogliere ed assimilare questo messaggio, integrandolo e praticandolo con serietà ed assiduità.

Se noi non abbandoniamo definitivamente la cocciuta adesione alle chimere dell' esistenza (attacca­mento), non potremo poi essere esentati dai temuti affanni collaterali (sofferenza). Altre parole di Hui-Neng ci dicono: «Quan­do la vostra mente è contorta e presa dagli affari del mondo, voi siete degli esseri comuni con la natura di Buddha latente ed inconoscibile. 


Al contrario, quando dirigete la vostra mente verso la purezza e la semplicità allora sì: siete veramen­te dei Buddha!» (5). C'è un grandioso elogio alla capacità di conoscenza dell'uomo, nel Su­tra, che ritiene che l'Essenza della Mente è grande come lo spazio, poiché può contenere e conoscere tutte le cose (onniscienza), ma gli stolti la riempiono di desideri futili e concetti illusori; pertanto essi si allontanano dalla Prajna e, poiché sprecano la conoscenza, non potranno ottenere l'Illuminazione. Si desume, ancora, dalle parole del Patriarca, che la Conoscenza è la base della Liberazione. 

Premesso che senza conoscenza non c'è salvezza, è opportuno precisare che la stessa Conoscenza deve, comun­que, venire riconosciuta, accettata ed assimilata. Le persone ordinarie che non entrano in con­tatto con la Conoscenza, anche se vivessero una vita morigerata e priva di condizioni sfavorevo­li, dopo la loro morte rinascerebbero comun­que in ulteriori forme di esistenza, perché fondamentalmente ignoranti della Saggezza Trascendente. 

Mentre tutti gli individui che, per loro fortuna, vengono a conoscenza delle profonde verità del Dharma, purché non le rifiutino o ne siano scettici e dubbiosi, possono aspirare, con la messa in pratica di questa Co­noscenza, all' abbandono dello stato di schiavitùe quindi alla Liberazione.

Lo stesso Bodhidharma, con riferimento alla conoscenza, aveva così risposto al suo maestro Prajnatara: "Tra tutti i gioielli; il gioiello della Verità è il supremo... tra tutti gli splendori; lo splendore della Saggezza è il supremo... tra tutte le chiarità, la chiarità della Mente è la suprema. Lo sfavillìo di questo gioiello non può sfolgorare di per sé stesso, ha bisogno che la luce della cono­scenza ne discerna lo sfavillìo... 


Il gioiello non è un gioiello in sé stesso perché abbiamo bisogno del gioiello della conoscenza per riconoscerlo come un gioiello in senso mondano!" (6). La concezione del lasciare la mente nella sua condizione naturale, libera di "andare e venire" è, per la Scuola Improvvisa, una regola di som­ma saggezza e praticità. 

Proprio la meccanici­stica tendenza di "fermarsi" sulle idee, i pensieri, le congetture e i giudizi porta la stessa mente ad appesantirsi e "fuorviarsi", restringen­do così la capacità della Prajna di poter osservare silen­ziosamente e lucidamente gli eventi mentali in modo distaccato e non-coinvolgente. La mente "coinvolta" nei fenomeni non riesce più ad esimer­si dall'invischiarsi nelle interpretazioni egoiche e dualistiche e, quindi, costrin­ge inevitabilmente l'individuo a commettere azioni personalisti­che e gravide di negative contaminazioni karmiche.

In conclusione, si può ben dire che il pode­roso e fronzuto albero dello Zen debba tutto il suo rigoglio alle profonde radici del sommo pensiero di Hui-Neng e della Scuola Dhyana, avendo aperto nuovi e proficui sbocchi per lo sviluppo, la propagazione e la continuità del Dharma Buddhista in ulteriori estesi aspetti. 


Il Dharma ha potuto così indirizzarsi ai vari tipi di forme mentali, rivelando, altresì, una sor­prendente validità ed attualità anche per gli individui del nostro tempo che, a prezzo però di una dedizione non comune, possono annul­lare di colpo i terribili effetti dell'ignoranza e unirsi spiritualmente, nel silenzio dei loro cuori ed in perfetto incognito, alla purissima e ininterrotta linea di Trasmissione del saggio Hui-Neng e della sua Scuola Improvvisa. 
Note:(1) "Non vi è albero della Bodhi / Né sostegno di uno specchio lucido. / Poiché tutto è vuoto, / Dove mai può poggiarsi la polvere?".
(2) Il Sutra di Hui-Neng, Ubaldini Editore, Roma 1985.
(3) Un vero e proprio trattato sulla "Illuminazione improvvisa" era stato composto da Tao-sheng, vissuto fra il 360 e il 430, uno dei fondatori del Buddhismo Cinese (vedi LEONARDO ARENA, Storia del Buddhismo Ch'an, Oscar Mondadori, Milano 1992, p. 65, n.d.r.).
(4) Il Sutra di Hui-Neng, op. cit., p. 37.
(5) Op. cit., p. 117. .
(6) KEIZAN, Lo Zen nell'Arte dell'Illuminazione, Ubaldini Editore, Roma 1993, p. 114.