“ Be the Change that you want to see in the world. ” ...is by Mahatma Gandhi...

28 dicembre 2008

H. Maturana - La Natura del Tempo

Il testo originale The nature of Time è consultabile sul sito dell'Istituto Cileno di Terapia Cognitiva www.inteco.cl/biology/nature.htm

Non intendo occuparmi di tutti i domini in cui entra il termine "tempo" in quanto riferito ad un aspetto ovvio del mondo o dei mondi che noi sperimentiamo.



In verità, il semplice fatto che il tempo possa essere trasformato in un problema di riflessione ci dimostra che ciò che il termine "tempo" connota, muta con le circostanze in cui viene usato.

Questa sola circostanza, comunque, non costituirebbe un problema tale da spingerci ad approfondire ancora di più la riflessione, se solo accettassimo che il contesto definisse caso per caso il significato della parola.

Questo però non lo facciamo, bensì ci domandiamo "che cosa è il tempo?" pensando che il tempo sia rapportato a qualche entità autonoma o a una dimensione della natura che potrebbe essere svelata e descritta in modo appropriato se cercassimo abbastanza intensamente, pur non sapendo nulla della sua estrema essenza.

In ogni caso, considero adeguata la domanda "cosa è il tempo?" perché essa implica dall'inizio la visione che il tempo possa essere propriamente considerato come una particolare entità o dimensione della natura.

Ma considero tale approccio del tutto inadeguato perché penso che tutto ciò di cui noi esseri umani possiamo parlare siano solo relazioni che sorgono nel nostro operare nel linguaggio come un dominio chiuso di ricorrenti coordinazioni consensuali del comportamento.

Lasciate che spieghi in poche parole quello che io intendo per vita, linguaggio e cognizione, e poi risponderò alla questione su quali distinzioni operiamo o connotiamo quando parliamo di tempo.

La vita

La vita, nel momento in cui ha luogo, ha luogo nell'ora. Vivere è una dinamica che svanisce appena prende corpo. La vita non si colloca in nessun tempo ed è senza passato e futuro.

Passato, presente e futuro sono concetti che noi esseri umani, noi osservatori, inventiamo quando spieghiamo il nostro accadere nell'ora.

Noi inventiamo il passato come una sorgente dell'istante o del presente, e inventiamo il futuro come una dimensione che nasce come estrapolazione degli aspetti del nostro vivere ora, nel presente.

Come passato, presente e futuro sono inventati per spiegare il nostro vivere adesso, il tempo è immaginato come lo sfondo nel quale hanno luogo passato, presente e futuro.

Ma la vita, vivere, ha luogo nell'istante come flusso di processi cangianti.

Dire questo, è ovviamente una modalità per spiegare l'esperienza di essere ora, in cui in cui ci troviamo quando cerchiamo la spiegazione della nostra vita, del tempo ecc.

Il linguaggio

Ho sostenuto (e credo dimostrato) in altre pubblicazioni che il linguaggio è una modalità di fluire del vivere insieme in ricorrenti coordinazioni consensuali del comportamento e che il languaging consiste nell'operare in una rete di coordinazioni consensuali di coordinazioni consensuali del comportamento, in una dinamica relazionale di coordinazioni consensuali del comportamento costitutivamente aperte a ricorrenze infinite.

Oltre a ciò, noi siamo, come sistemi viventi, sistemi a struttura determinata e nessuna cosa esterna a noi può determinare o specificare ciò che accade dentro di noi. Così gli agenti esterni, che in ogni momento ci colpiscono possono solamente far scattare in noi cambiamenti strutturali determinati internamente dalla nostra struttura in quel momento.

Come risultato, tutto ciò che noi facciamo in ogni istante sorge in noi determinato in quell'istante dalla nostra struttura interna, o come risultato della nostra interna dinamica strutturale, oppure come risultato della modulazione di quella dinamica strutturale interna dovuta al cambiamento strutturale che scatta in noi per via della interazione alla quale partecipiamo.

In queste condizioni, dovremo dire che noi siamo costitutivamente "ciechi" alle intrinseche caratteristiche del medium come realtà indipendente - sempre che abbia senso parlare di caratteristiche intrinseche di una realtà indipendente.

Questa situazione comporta le seguenti conseguenze, fondamentali per capire quello che facciamo e che cosa avviene in noi come esseri del languaging:

a) Il languaging, come modalità di fluire in coordinazioni consensuali comportamentali ricorrenti, è un modo di vivere all'interno di coordinazioni pratiche, non una modalità di simbolizzare le caratteristiche di una realtà indipendente.

Il languaging, cioè, è un modalità di vivere facendo cose assieme all'interno del particolare dominio di azioni consensuali, dove il languaging ha luogo nel flusso delle interazioni tra i partecipanti.

Noi esseri umani esistiamo nel linguaggio e quando parliamo non possiamo dire niente che sia fuori dal linguaggio.

b) La modalità con cui partecipiamo al flusso del languaging in ogni istante nasce come risultato delle nostre interazioni in quell' istante in armonia con la nostra struttura in quell' istante.

Così, quello che noi facciamo nel linguaggio in ogni momento è determinato dalla nostra struttura in quel momento a prescindere da come noi siamo pervenuti a quella struttura in quel momento

c) Il principale risultato delle nostre interazioni ricorrenti nel linguaggio è che la nostra struttura cambia in modo condizionato al corso del nostro languaging nel flusso di quelle interazioni.

Questo significa che noi arriviamo nella nostra struttura momento dopo momento in armonia con il corso del nostro languaging e noi agiamo linguisticamente momento dopo momento in armonia con la nostra struttura in quel momento

d) Noi esseri umani esistiamo nel linguaggio; questo significa che siamo il tipo di esseri che siamo in quanto operiamo nel linguaggio e sorgiamo al nostro languaging nel flusso delle nostre coordinazioni consensuali comportamentali ricorrenti.

Ossia, in altri termini, noi esistiamo in una dinamica chiusa di languaging e ogni cosa che facciamo come uomini avviene nel nostro languaging in quanto flusso di coordinazioni consensuali di coordinazioni consensuali comportamentali.

Così, tutto ciò che diciamo o possiamo dire, tutto ciò che possiamo identificare operando da osservatori (in quanto esseri del languaging) avviene come una operazione all'interno di coordinazioni consensuali comportamentali senza rapporto con alcunché di esterno al nostro languaging.

Sia che agiamo come uomini comuni, sia che agiamo come filosofi, come biologi, come fisici, come artisti o come qualsiasi altra cosa, vale sempre lo stesso principio.

e) Gli oggetti sorgono nel linguaggio come coordinazioni consensuali comportamentali che coordinano comportamenti. In quanto sono coordinazioni consensuali comportamentali, le coordinazioni comportamentali che costituiscono gli oggetti operano come contrassegni per coordinazioni comportamentali e, in quanto tali, oscurano i comportamenti che essi coordinano.

Inoltre, nella coordinazione consensuale ricorrente di coordinazioni consensuali comportamentali del flusso del languaging, molti domini oggettivi, che sorgono come tipi differenti di operazioni nelle coordinazioni comportamentali, diventano contrassegni per coordinazioni operative in diversi domini ambiti di coordinazioni consensuali pratiche.

f) Idee, concetti, nozioni, ecc. costituiscono domini ambiti di oggetti che nascono come astrazioni da altri domini ambiti di oggetti e danno origine a domini ambiti di coordinazioni pratiche che essi definiscono o che vengono definiti per loro tramite.

Poiché i differenti tipi di oggetti corrispondono a differenti operazioni di coordinazioni comportamentali, gli oggetti astratti (idee, concetti, nozioni) costituiscono il fondamento del sistema teoretico che promuovono coordinazioni comportamentali nei domini di coordinazioni comportamentali dei quali essi sono l'astrazione.

Nella nostra cultura, viviamo la nostra esistenza nel linguaggio come se il linguaggio fosse un sistema simbolico di riferimento a entità di varia specie che esistono indipendentemente da ciò che facciamo e trattiamo anche noi stessi come se esistessimo fuori dal linguaggio, come entità indipendenti che usano semplicemente il linguaggio.

Tempo, materia, energia ecc. sarebbero alcune di queste entità. Tale atteggiamento ci porta ad agire come se noi potessimo caratterizzare tali entità nei termini di una loro intrinseca natura indipendente.

Io sostengo che ciò non possa essere fatto perché appena diciamo qualcosa, quello che facciamo prende corpo in un dominio di languaging in quanto operazione interna alle coordinazioni consensuali comportamentali ricorrenti.

La conoscenza

La principale conseguenza del nostro esistere nel linguaggio è che non possiamo parlare di ciò che è fuori di esso, e neppure immaginare qualcosa di esterno al linguaggio che avrebbe senso al di fuori di esso.

Possiamo immaginare qualcosa che esiste fuori dal linguaggio, ma quando tentiamo di riferirci a tale qualcosa, questo nasce nel linguaggio, caratterizzato da elementi, concetti e nozioni che nascono dal modo di operare del nostro languaging.

Niente esiste, nella vita umana, fuori dal linguaggio perché la vita umana è collocata nel linguaggio e sebbene possiamo immaginare una realtà oggettiva indipendente, quello che noi immaginiamo non è indipendente dal nostro languaging.

In verità quando riflettiamo su questa questione, diventa evidente che la nozione di realtà è un assunto esplicativo inventato per spiegare quello che distinguiamo come esperienze nostre nell'accadere della nostra vita come se questa esistesse indipendentemente da quello che facciamo.


Mi riferisco a questa situazione quando dico che, sebbene possiamo affermare che una realtà indipendente sembra necessaria, per ragioni epistemologiche, per spiegare le esperienze umane, noi non potremmo dir nulla su di essa.

Anche la nozione di realtà indipendente avrebbe senso fuori dal languaging e quand'anche tale nozione venisse adottata sarebbe o irrilevante, oppure utile solo come principio esplicativo a priori.

Ma nello stesso tempo è evidente che il non aver accesso a qualcosa che può essere propriamente chiamato realtà indipendente non costituisce una limitazione del nostro vivere e agire dal momento che niente di ciò che facciamo nel flusso della coordinazione consensuale comportamentale nel quale viviamo richiede la nozione o il presupposto che c'è una realtà indipendente.

La realtà, la nozione di realtà è un presupposto esplicativo adottato come principio esplicativo preso come autoevidente.

Se non si è consapevoli di ciò, come avviene nella nostra cultura, o se non si è disposti a seguire pienamente le implicazioni di tale consapevolezza, come avviene nelle varie branche della nostra tradizione filosofica occidentale, si finisce con il considerare la nozione di realtà come riferita a un dominio di entità indipendenti (di ogni tipo) che esisterebbero indipendentemente da ciò che l'osservatore fa.

Ma se attraverso la comprensione del linguaggio, nella consapevolezza che in quanto sistemi viventi siamo sistemi a struttura determinata, noi abbiamo scelto di seguire le implicazioni di tale consapevolezza, possiamo diventare consapevoli di parecchie condizioni baslilari che altrimenti non vediamo:

a) Quando diventiamo consapevoli che la realtà è una nozione esplicativa o un presupposto, smettiamo di crederla un dominio di entità che esistono autonomamente da ciò che l'osservatore fa, e diventiamo consapevoli che ciò che in verità facciamo, quando spieghiamo le nostre esperienze, è usare le nostre esperienze per spiegare nostre esperienze.

Questo significa diventare consapevoli che, quando proponiamo una spiegazione, usiamo le coerenze delle nostre esperienze per proporre un meccanismo (un meccanismo generativo) che, se messo in grado di operare, genererebbe nell'osservatore l'esperienza da spiegare.

b) Diventiamo consapevoli che ci sono tanti domini esplicativi quanti domini di coerenze esperenziali che che possono essere vissuti da noi esseri umani.

Allo stesso tempo diventiamo consapevoli che la nozione di determinismo strutturale si riferisce alle regolarità delle coerenze delle nostre esperienze e che noi operiamo nella vita in tanti molteplici domini di determinismo strutturale pari ai domini di coerenze esperenziali che possiamo esperire nel flusso della nostra esperienza.

c) Diventiamo consapevoli che non esperimentiamo le cose in quanto caratteristiche di un mondo indipendente, a cui facciamo riferimento quando parliamo di esperienza, come ho detto sopra, e dal quale distinguiamo quello che che accade in noi quando operiamo nel linguaggio prendendoci cura di ciò che ci accade vivendo.

Nello stesso tempo diventiamo consapevoli che nel momento in cui facciamo esperienza, essa perviene a noi dal nulla, da chissà dove, in modo tale che noi la viviamo col conforto di saperla parte di un dominio conosciuto di coerenze esperenziali, oppure in modo tale che ci sorprende quando sembra collocarsi fuori dalla coerenza delle altre esperienze conosciute.

Se ciò avviene, noi possiamo sentire il desiderio di spiegarla, e lo faremo quando rendiamo quell' esperienza partecipe di un dominio di esperienze già conosciuto. Altrimenti resteremo in ambasce.

d) Quando ci rendiamo conto di sapere già identificare ciò che identifichiamo come ciò che ci accade , e che la nostra esperienza nasce fuori dal nulla, noi ci accorgiamo di spiegare l' esperienza con la coerenza delle nostre esperienze.

Questo significa che noi diventiamo consapevoli che tutte le nostre avvengono in un dominio chiuso e che la realtà e le altre nozioni esplicative sono assunzioni a priori che conducono fuori dai domini esplicativi dentro i quali noi esistiamo come unità di languaging.

e) Diventiamo consapevoli che la nozione di determinismo strutturale non è un presupposto relativo a una realtà indipendente, ma è una astrazione delle regolarità delle nostre stesse esperienze.

Inoltre diventiamo consapevoli che è proprio perché il determinismo strutturale è una astrazione delle regolarità delle nostre esperienze che noi possiamo usare il determinismo strutturale per spiegare nostre esperienze mediante le coerenze delle nostre esperienze. infine noi diventiamo consapevoli di esperire tanti domini di determinismo strutturale quanti più domini di coerenze esperenziali noi viviamo e che ogni dominio esplicativo è in verità un dominio di determinismo strutturale

A queste condizioni, che cosa significa conoscere? Come abbiamo detto, conoscere non significa rapportarsi a una realtà indipendente, giacché si tratta di una cosa che noi, come unità di languaging, non possiamo fare.

Ma se noi ci prendiamo cura di ciò che facciamo nel corso della nostra vita quotidiana e della nostra attività tecnica, dobbiamo osservare che affermiamo di conoscere ( o che qualcun altro conosce) quando vediamo che noi stessi (o l'altro) agiamo adeguatamente in alcuni domini che noi specifichiamo mediante una domanda, in armonia con alcuni criteri chei consideriamo comportamenti adeguati per siffatto dominio.

La conoscenza è una relazione interpersonale nel dominio delle coordinazioni consensual delle coordinazioni consensuali del comportamento. Ossia, in altre parole, la conoscenza è qualcosa che noi attribuiamo a noi stessi o a qualcun altro quando verifichiamo quello che consideriamo un comportamento adeguato, in noi stessi o nell'altro, in un particolare dominio; e frequentemente usiamo l'attributo di conoscenza per far qualcosa insieme nel medesimo dominio di coordinazioni comportamentali.

Se non siamo consapevoli di questa situazione, finiremo con il trattare la conoscenza come un modo di rapportarsi a entità che presumiamo esistenti nella realtà, cioè in un dominio di entità che esistono indipendentemente da ciò che fanno gli esseri umani. In tal caso la conoscenza diventa una inconcludente ricerca della cosa in sé.

Il fatto che la conoscenza non sia (né può essere) una modalità di riferirmento a un dominio di entità esistenti indipendentemente da ciò che l'essere umano fa come unità di languaging, non costituisce una limitazione o insufficienza nel dominio della conoscenza, ma è una caratteristica costitutiva del fenomeno della conoscenza stessa.

Il fatto che la conoscenza sia un modo di coesperienza in coordinazioni consensuali interne a coordinazioni consensuali comportamentali è infatti la condizione che rende la conoscenza un dominio già di per sé aperto alla sua trasformazione, e la vita umana, grazie alla conoscenza, si apre alla continua trasformazione in quanto le esperienze si formano in essa dal nulla (dal caos). Detto questo, che cosa è il tempo?

La natura del tempo

Noi apparteniamo a una cultura che vive - e particolarmente nei domini della scienza, della filosofia e della tecnologia - per lo più nell'accettazione esplicita o implicita di alcuni tipi di realtà indipendenti come riferimenti ultimi per tutte le spiegazioni.

Questo atteggiamento permea il nostro modo di porre questioni e di attenderci risposte.

Così, nella nostra cultura quando domandiamo che cosa è il tempo noi ci aspettiamo una risposta in riferimento a una particolare entità indipendente, con l'implicito intendimento che tale riferimento conferirà validità alla nostra risposta.

Per quanto ho detto, nessun riferimento può essere fatto, e non a causa di una limitazione nella nostra capacità di conoscere, bensì per le caratteristiche stesse del fenomeno conoscitivo. Di conseguenza, ciò che noi significhiamo con la parola tempo non può essere una cosa in sé.

Nella nostra cultura, la nozione di tempo è usata come nozione esplicativa o come un principio nello stesso modo con cui viene usata la parola realtà.

Ma se noi siamo consapevoli di questa situazione e se siamo consapevoli che la parola tempo non può riferirsi a una entità che esiste indipendentemente da ciò che facciamo, dobbiamo porre la nostra domanda in modo diverso da come viene posta quando nella esperienza quotidiana o tecnica si parla del tempo: quali caratteristiche di coerenza delle nostre esperienze connotiamo o astraiamo quando usiamo la parola tempo?

a) Noi ricorriamo all'esperienza per spiegare l'esperienza. Spiegare il tempo è perciò una operazione che dovrò effettuare con l'elemento di dominio delle nostre esperienze. Di conseguenza userò le caratteristiche delle nostra esperienza quotidiana (e non nozioni esterne ad essa) per spiegare o descrivere ciò che io penso che facciamo quando usiamo la parola tempo.

L'esperienza è la nostra condizione di partenza sia per porre la domanda sia per ottenere una risposta. Così io partirò indagando dalla considerazione di noi stessi che facciamo qualcosa, e dalla capacità di fare tutto ciò che facciamo ordinariamente o tecnicamente.

Il nostro problema non è l'esperienza, quando si tratta di spiegare quello che facciamo.

Il nostro impegno è spiegarla.

Similarmente il problema non è l'uso della parola tempo o ad ogni altra parola nella vita quotidiana, bensì è lo spiegare o svelare ciò che facciamo quando le usiamo o come noi le esperiamo.

b) Io sostengo che la parola tempo denoti un'astrazione dell'avvenimento di processi in sequenze per quanto le evidenziamo all'interno delle coerenze delle nostre esperienze. Come noi distinguiamo sequenze di processi, distinguiamo anche la simultaneità di processi come caratteristica delle nostre coerenze esperenziali che connotiamo con l'espressione "nello stesso tempo".

Una siffatta astrazione è resa possibile in prima istanza perché nell'attività del nostro sistema nervoso le sequenze di attività sono distinte sulla superficie delle cellule nervose al momento della generazione degli impulsi nervosi come configurazione di relazioni attive. Come risultato, quello che dalla prospettiva di un osservatore è una operazione in tempo, nella distinzione temporale, in quanto e l'astrazione di un processo, appare come una operazione nel presente.

c) Nel momento di astrazione della relazione sequenziale che da origine a quella distinzione che chiamiamo tempo, il tempo nasce nell'esperienza dell'osservatore con direzionalità e irreversibilità.

Anche nel caso in cui noi distinguiamo processi ciclicamente reversibili, operiamo una pari distinzione, in un contesto di irreversibilità direzionale del tempo, che consente di distinguere processi sequenziali e il loro inverso come configurazione di processo che noi chiamiamo tempo reversibile.

Così, il tempo reversibile è una astrazione di una particolare esperienza irreversibile e direzionale.

d) Una volta che il tempo è nato come distinzione nel dominio delle esperienze di un osservatore, esso diventa una entità operativa che nella nostra cultura appare autonoma rispetto a ciò che l'osservatore fa. E questo avviene perché una volta che il tempo è nato, può essere usato dall'osservatore - da ciascuno di noi come unità di languaging - nella riflessione sulla regolarità delle sue esperienze, proprio perché esso nasce come astrazione della regolarità delle esperienze.

Con la nozione di tempo di conseguenza avviene la stessa cosa che con la nozione di determinismo strutturale, che è anch'essa una astrazione dalle regolarità delle esperienze dell'osservatore - nozione che può essere usata per studiare le regolarità delle coerenze di un osservatore proprio perché essa nasce come loro astrazione.

e) Ritengo, quanto ho detto, valido per ogni dominio, compreso ovviamente anche quello della fisica. Il dominio della fisica nasce come dominio esplicativo di alcuni tipi di coerenze esperenziali dell'osservatore dall'uso di alcuni tipi di coerenze esperenziali dell'osservatore. Così la fisica non è un dominio primario di cose esistenti, ma è un dominio particolare di spiegazioni di un dominio particolare di coerenze esperenziali di un osservatore.

Le nozioni teoretiche sono astrazioni delle coerenze esperenziali di un osservatore in taluni domini - o per lo meno sono intese con tale funzione. Data questa condizione, le teorie sono operativamente valide solo nel dominio dove esse risultano essere astrazioni.

f) Il tempo unidirezionale e il tempo reversibile sorgono come nozione teoretica nella fisica in quanto astrazioni che l'osservatore fa delle sue coerenze sperimentali e che egli connota con i termini tempo o reversibilità. Come nozioni teoretiche, il tempo unidirezionale e il tempo reversibile possono essere trattati come entità che posseggono efficacia nel dominio esperenziale di cui sono astrazioni. Questo pare scontato.

Quello che non è scontato invece è che spesso dimentichiamo che il tempo unidirezionale e il tempo reversibile sono in realtà astrazioni delle coerenze esperenziali dell'osservatore, così come abbiamo prima indicato. In tal caso noi finiamo col considerare il tempo unidirezionale e il tempo reversibile come entità esistenti indipendentemente dal nostro operare da osservatori, oppure come riflessi o rappresentazioni di tali indipendenti entità, e così generiamo conflitti concettuali e operativi.

Quando ciò avviene, non vedremo nemmeno che le formulazioni matematiche nelle proposizioni teoretiche nascono come valide nelle loro coerenze solo in quanto astrazioni delle coerenze delle esperienze che rappresentano

Per quanto la nozione di tempo viene generata come astrazione delle nostre esperienze sequenziali di processi che si trovano nelle molteplici dimensioni e forme della nostra vita, tale nozione viene generata in relazione alle molteplicità di forme in cui noi stessi esistiamo. Come risultato, ci sono tante forme di tempo quante sono le forme di astrazione delle regolarità esperenziali di processi e di sequenze di processi.

Così noi parliamo di tempo lento e veloce, di tempo passato, di tempo perso, di avere o non avere tempo, di simultaneità ecc. in molti differenti ambiti esperenziali, ma in tutti i casi noi ci riferiamo allo stesso tipo di astrazione nel dominio della sequenza di processi. In verità ciascun dominio ha una propria dinamica temporale così come ha una propria dinamica processuale.

La consapevolezza che la nozione di tempo sorge come astrazione dalle coerenze esperenziali dell'osservatore e che viene usata come nozione esplicativa non è un problema. Ciò che costituisce un problema a lungo andare è l'inconsapevole adozione della nozione di tempo come principio esplicativo che viene acquisito come argomento di percorso che gli conferisce uno stato ontologico trascendentale

Conclusione

Ho risposto alla questione "quale distinzione connotiamo quando parliamo del tempo?" mostrando

1) che noi non connotiamo o non possiamo connotare una entità o dimensione naturale che esiste indipendentemente dal nostro operare come umani osservatori, e

2) mostrando che noi usiamo nella vita quotidiana la parola tempo per indicare o per connotare una astrazione delle nostre esperienze di successione di processi. In altre parole ho mostrato che la fondazione della nozione di tempo in qualsiasi dominio si basa sulla biologia dell'osservatore, non sul dominio della fisica, il quale è un dominio esplicativo di specifici tipi di coerenze esperenziali dell'osservatore.

Per di più, descrivendo questo processo, ho anche mostrato che il tempo, sorgendo come primaria astrazione di flusso delle esperienze dell'osservatore, sorge con direzionalità e irreversibilità, e che il tempo reversibile sorge successivamente solo come astrazione secondaria e ulteriore delle esperienze dell'osservatore - il che è possibile solo in un dominio di tempo unidirezionale e irreversibile.

In conclusione sostengo che la nozione di tempo viene frequentemente usata come principio esplicativo che gli conferisce uno statuto ontologico trascendentale.

L'osservatore non è una entità fisica; l'osservatore è una modalità operativa dell'essere nel linguaggio. E' grazie alle operazioni dell'osservatore che nascono i domini cognitivi, compreso il dominio stesso dell'osservazione. La fisica è la modalità con cui l'osservatore spiega con la coerenza della sua esperienza un particolare dominio di esperienze che viene denotato col termine fisica.

Ma in verità l'osservatore stesso nasce come entità di cui noi osservatori possiamo parlare attraverso una operazione osservativa che costituisce il fondamento di tutto ciò che l'uomo fa.

Non v'è dubbio che noi ci comportiamo nella nostra vita come se vivessimo in un mondo che esiste indipendentemente da quello che noi facciamo e che chiamiamo "realtà".

Ed è fondamentale per questo che noi possiamo domandarci come fare per conoscere la realtà o il tempo come se ci riferissimo specificatamente a qualcosa che esiste indipendentemente da ciò che facciamo.

Il mio intento è stato diverso. Il mio problema non riguarda la realtà del tempo o di ogni altra specie di entità a cui deve essere concessa una esistenza indipendente. Il mio problema riguarda (e qui riguardava) le esperienze o le operazioni che noi facciamo come osservatori quando usiamo differenti nozioni, concetti o parole che implicano a loro volta distinzioni di entità o caratterizzazioni di un mondo indipendente.

Una esperienza che noi distinguiamo come imputabile a noi non è mai un problema a meno che non ci accusiamo a vicenda di mentire. E' la spiegazione dell'esperienza a costituire un problema come fonte di conflitti. L'esperienza sorge spontaneamente dal nulla nel vero senso della parola, ossia, se vogliamo, dal caos - da un dominio sul quale non possiamo dir nulla e che non sorge dalla coerenza delle nostre esperienze.

Questo che io dico è valido per ogni dominio di esperienza, sia questo la vita, la fisica il quanto della fisica, le relazioni umane ecc. Tutti questi differenti domini di esperienza sono domini esperenziali vissuti come domini che spiegano le nostre esperienze mediante le nostre esperienze. Ma le nostre esperienze non sono disordinate, ma sorgono coerentemente per quanto nascono in noi dal niente.

Così, noi esistiamo in questa meravigliosa situazione esperenziale dove noi, quali osservatori che vivono nel presente, siamo la sorgente di ogni cosa, persino di ciò che possiamo studiare nelle coerenze delle nostre esperienze di osservatori, come entità che, mediante la loro operazione, danno il via all'operazione osservativa ed esplicativa all'interno di un dominio esplicativo chiuso.

La grande tentazione sarebbe voler trasformare l'astrazione della coerenza di nostre esperienze che abbiamo distinto con nozioni quali realtà, esistenza, ragione, spazio, coscienza oppure... il tempo, in leggi esplicative.