“ Be the Change that you want to see in the world. ” ...is by Mahatma Gandhi...

28 dicembre 2008

Khidr L'Universale. Il Re del Mondo nell'Islam


Hazarat Khadir, Khidr, Khezr, Hizir

In India, il profeta, santo o divinità conosciuto con i nomi di Khwāja Khizr (Khadir), Pir Badar o Rāja Kidār, è oggetto di un culto popolare che ancora sopravvive, e che è comune sia fra i Musulmani sia fra gli Indù . Il suo santuario piùimportante si trova sul fiume Indo, presso Bakhar, dove è venerato dai devoti di entrambe le tradizioni; ma questo culto è anche diffuso nel Bihar e nel Bengala, anche se in misura leggermente inferiore. 

Il Khwāja è venerato nel culto indù con l’accensione di luci ed offrendo cibo ai bramani presso un pozzo, ed anche, sia nella pratica mussulmana sia in quella indù, facendo galleggiare in uno stagno o in un fiume una piccola imbarcazione recante una lampada accesa. Nell'iconografia, Khwāja Khirz è rappresentato come un uomo anziano dall’aspetto d'un faqīr, vestito interamente di verde[1] che si muove sulle acque sopra un pesce che gli fa da veicolo.

La natura di Khwāja Khizr può essere compresa attraverso la sua iconografia, come sopra accennato, ed anche dalle leggende indiane. Nella ballata di Niwal Daī, il cui scenario è la località di Safidam[2], nel Panjab, la protagonistaè la figlia di Vāsuki, il re dei Serpenti. Rājā Parikshit. Il pāndava[3] ario, ha affrontato Vāsuki e lo ha costretto a promettergli in sposa figlia, anche se questo, dal punto di vista di Vāsuki, è un disonorevole matrimonio tra ineguali. Vāsuki è poi colpito dalla lebbra per effetto della maledizione scagliata dal sacerdote Sīgī[4], le cui mucche erano state morse dai Serpenti. Per guarire il padre, Niwal Daī parte alla ricerca dell'Acqua della Vita (amrta), posta in un pozzo chiuso che ella sola può aprire ma che si trova nei possedimenti di Rājā Parikshit[5]. Raggiunto il pozzo, rimuove le pesanti pietre che lo coprono servendosi del suo potere magico; ma le acque si abbassano subitamentefuori dalla sua portata: a trattenerle è Khwāja Khizr, che ne è il signore e che le rilascerà solo quando Niwal Daī, che nessuno fino ad allora ha mai visto, se non suo padre Vasuki e sua madre la regina Padma, acconsentirà a mostrarsi. Dopo che Niwal Daī si è lasciata vedere, Khwāja Khizr « libera le acque che risalgono ribollendo ».

Rājā Parikshit, destato dal rumore, parte al galoppo verso il pozzo e, benché Niwal Daī si nasconda nella sua forma serpentina, la costringere a riprendere il suo aspetto umano; dopo una lunga discussione presso la fonte, la convince di essere legata dalla promessa di matrimonio fatta da suo padre e a tempo debito la sposa[6].

La scena presso il pozzo può essere stata il tema originale della composizione rappresentata in numerosi dipinti moghul[7] del XVII e XVIII secolo raffiguranti un principe a cavallo presso una sorgente da cui una dama ha attinto dell’acqua.[8] Il motivo d’una dinastia traente origine dall’unione d'un re umano con una nāginī è molto diffuso in India e in ultima analisi esso può essere sempre messo in relazione con il ratto di Vāch, l'apsaras o Vergine delle Acque sorta dalle potenze dell'oscurità e che il Padre creatore non ha « visto » prima della trasformazione, in principio, dell'oscurità in luce; a questo proposito è degno di nota che, nella ballata, Niwal Daī non ha mai visto il Sole e la Luna, essendo stata tenuta nascosta in un gorgo (bhaunrī) fino a che non viene fuori per scoprire il Pozzo in Capo al Mondo [che è la Sorgente ai Confini del Mondo (R.S.T.)], dove sono le Acque della Vita[9]. L’assunzione della forma umana da parte di Niwal Daī costituisce la sua « manifestazione ». Naturalmente si comprenderà come non sempre il redattore possa aver pienamente inteso il significato del materiale mitico trattato, e ciò vale sia per i racconti popolari europei di tematica affine, in cui una sirena, o la figlia di un mago, sposa un eroe umano, sia anche per altri racconti popolari e poemi indù più recenti.

Khwaja Khizr appare ancora in un altro racconto popolare di tipo molto arcaico, la storia del principe Mahbūb[10]. Il re di Persia ha da una concubina un figlio che, in mancanza di un figlio legittimo, diventa l'erede presunto. In seguito la vera regina rimane incinta. Il principe, temendo di perdere i propri diritti, invade il reame, uccide il padre ed usurpa il trono. Nel frattempo la vera regina fugge ed è accolta da un contadino, poi da alla luce un figlio che viene chiamato Mahbūb, il «Tesoro del Mondo». Questi, divenuto adulto, si reca solo a corte dove vince alcune competizioni atletiche, in particolare quelle di tiro con l’arco. Il popolo nota la sua stretta rassomiglianza con il defunto re. Al suo ritorno a casa la madre gli rivela la sua vera origine ed insieme si mettono in viaggio per evitare il sospetto dell'usurpatore. Madre e figlio arrivano in una terra deserta e lì, in una moschea ai piedi d'una montagna, incontrano unfaqīr; costui dà loro un pane e un'acqua inesauribili e due pezzi di legno: uno di cui ci si può servire come di una torcia, l'altro che ha la virtù di rendere guadabile il mare più profondo, riducendo la sua profondità sotto il cubito per un raggio di quattordici braccia dal punto dove esso è tenuto. Mentre madre e figlio stanno guadando così l'oceano, la cui acqua arriva loro al ginocchio, incontrano una corrente che trasporta dei rubini. Attraversato l’oceano e giunti in India, vi vendono uno dei rubini ad un prezzo elevatissimo. Il rubino finisce nelle mani del re del paese il quale, scopertane l'origine, ricerca l’eroe, che nel frattempo s'è costruito un nuovo e grande palazzo sulla riva del mare. Mahbūb si impegna a procurare al re altri rubini della stessa qualità. Egli parte solo, accende la torcia (ciò sta ad indicare che s'appresta a penetrare in un mondo di oscurità) e, servendosi dell'altro pezzo di legno, s'inoltra nel mare fino a raggiungere la corrente di rubini. Mahbūb la risale fino a trovare la sua origine, un gorgo nel quale si tuffa cadendo in un profondo e oscuro camino d’acqua, giunto al fondo del quale scopre che la corrente fluisce da una cancello di ferro che da accesso ad un condotto. Inoltratovisi, si ritrova in un meraviglioso giardino, al cui centro è un palazzo. In questo palazzo trova una stanza in cui giace una testa mozzata da poco, dalla quale gocce di sangue cadono in un bacino e sono trascinate via, sotto forma di rubini, dalla corrente nel condotto sottomarino, poi finiscono nel gorgo fino a giungere nel mare. Allora appaiono dodici pāris[11] che, presa la testa, ne portano il tronco e ricompongono il corpo decapitato; impugnando candele accese, eseguono intorno al giaciglio funebre una danza talmente rapida che Mahbūb può vedere solo un cerchio di luce. Poi, chinandosi sul letto, esse si lamentano: «Per quanto tempo, oh Signore, per quanto tempo?... Quando il sole della speranza si leverà sull'oscurità della nostra disperazione? Sorgi, oh Re, sorgi! Per quanto tempo ancora rimarrai in questa incoscienza simile alla morte ?»[12].

È allora che dal pavimento del palazzo sorge la forma del faqīr già incontrato, ora ammantato in una veste di luce. Le pāris gli si inchinano e gli domandano: « Khwāja Khizr, è giunta l’ora »? Il faqīr, che non è altri che l'immortale Khwāja Khizr, spiega a Mahbūb che il corpo è quello di suo padre, assassinato dall'usurpatore Kassāb; gli antenati di Mahbūb furono tutti dei magi[13]; tutti furono sepolti nel palazzo sottomarino, ma il padre di Mahbūb è rimasto senza sepoltura perché privato dei riti funerari che, come figlio, Mahbūb deve ora compiere. Questi prega Allah per l'anima del padre: immediatamente la testa si riattacca al corpo ed il re, ritornato in vita, si leva in piedi[14]. Khizr sparisce e Mahbub fa ritorno in India col padre, che si riunisce alla regina vedova. Quando il re dell'India viene a chiedere i rubini, Mahbūb si punge un dito e le gocce di sangue, cadendo in una coppa coppa d’acqua, diventano le gemme richieste, poiché, come sa ora Mahbūb, ogni goccia del sangue che scorre nelle vene dei re della Persia è più preziosa dei rubini. Mahbub sposa quindi la figlia del re dell'India. Una spedizione militare in Persia detronizza l'usurpatore Kassab, la cui testa mozzata è appesa nel palazzo sotterraneo, ma ogni goccia del sangue che cola da essa si trasforma in un rospo.

La vera natura di Khwāja Khizr è gia chiaramente mostrata sia nei due racconti innanzi riassunti sia nell’iconografia. Khizr è a suo agio nei due mondi, quello della luce e quello dell’oscurità, ma soprattutto è il signore del Fiume della Vita, che scorre nella Terra delle Tenebre: egli è ad un tempo il genio e il guardiano della vegetazione e dell'Acqua della Vita e corrisponde a Soma e a Gandharva nella mitologia vedica, ma anche, in molti particolari, allo stesso Varuna, benché sia evidente che egli non può essere apertamente identificato alla divinità suprema né dal punto di vista islamico né da quello dell'Induismo più recente. Noi troveremo queste conclusioni generali ampiamente confermate dall’ulteriore esame delle fonti delle leggende islamiche di al-Khadir.

Nel Qur'ān (sūra XVIII, 59-81) si trova la leggenda di Mūsā (Mosé) alla ricerca del Ma’jma'al-Bah­rain (la confluenza dei due mari)[15], espressione da intendersi probabilmente come un «luogo » dell'estremo-occidente sito all’incontro di due oceani; Mūsā è guidato da un « servo di Dio », che i commentatori identificano con al-Khadir, la cui dimora si dice sia posta un'isola, o su un tappeto verde in mezzo al mare. Questo racconto può essere rintracciato in altre tre fonti più antiche: l'epopea di Gilgamesh, il Romanzo di Alessandro e la leggenda ebraica d'Elijah e di Rabbi Joshua ben Levi[16]. Nell'epopea di Gilgamesh, l'eroe parte alla ricerca del suo immortale « antenato » Utnapishtim, che abita alla foce dei fiumi (ina pi narati), come Varuna, la cui dimora è « alla sorgente dei fiumi », sindhūnām upodaye (Rig-Veda, VIII, 41, 2); suo scopo è di essere istruito sulla « pianta della vita », prototipodell'haoma avestico e del soma vedico[17], con la quale l'uomo può evitare la morte. Nel Romanzo d'Alessandro, Alessandro intraprende la ricerca della Fontana della Vita, che egli scopre per caso, significativamente « nella Terra delle Tenebre », ma che poi non potrà essere ritrovata. Una versione della leggenda compare nello Shāh Nāmah, dove Alessandro parte alla ricerca della Fontana della Vita sita nella Terra delle Tenebre, oltre il punto in cui il Sole tramonta tuffandosi nelle acque dell'occidente; Alessandro ha come guida Khizr, ma quando arrivano ad una biforcazione ciascuno segue un sentiero diverso e solo Khizr porta a termine la ricerca. I compagni di Alessandro, che tornano recando con loro pietre della Terra delle Tene­bre, scoprono al ritorno che queste si sono mutate in pietre preziose[18]. La medesima storia è raccontata con più particolari nell’ Iskandar Nāmah di Nizāmī (LXVIII-LXIX); ivi si narra che Alessandro apprende da un vecchio (probabilmente Khizr stesso in forma umana) che « di tutti i paesi, il migliore è la Terra dell'Oscurità, in cui si trova un'Acqua che da la vita » e che la sorgente di questo Fiume dellaVita è a Settentrione, sotto la Stella Polare[19]. Lungo la strada verso la Terra dell’Oscurità, in ogni regione arida che attraversano, cade la pioggia e l'erba germoglia: « Tu diresti che lungo questa strada vi sono i segni del passaggio di Khizr: in verità Khizr in persona la percorse con il re »[20]. I viaggiatori raggiungono il limite settentrionale del mondo: il sole cessa di levarsi ed ecco che la Terra delle Tenebre sta davanti a loro. Alessandro si affida alla guida del profeta Khizr e questi, « avanzando nel verde »[21], indica la strada, e presto scopre la fontana, da cui beve divenendo immortale. Mentre attende che Alessandro lo raggiunga egli tiene lo sguardo fisso sulla sorgente; ma questa diventa invisibile e lo stesso Khizr scompare, comprendendo che Alessandro fallirà nella sua ricerca. Nizāmī riporta pure un'altra versione, conforme a un « racconto degli antichi di Roma », secondo cui la ricerca è intrapresa da Ilyās (Elia)[22] e Khizr. I due si siedono presso una fonte per consumare il loro pasto, che consiste in un pesce essiccato. Il pesce, dopo essere caduto nell'acqua, ritorna in vita, e così i due ricercatori comprendono d'aver trovato la Fontana della Vita, da cui entrambi bevono. Nizāmī passa quindi a considerare la versione coranica e interpreta la Fontana come fonte di Grazia la cui Acqua « vivente » è la cono­scenza di Dio -un'interpretazione analoga di questo antico tema si trova nel Nuovo Testamento (Giovanni, IV)-. Nizāmī attribuisce l'insuccesso di Iskandar (Alessandro) alla sua brama; nel caso di Khizr, invece, « l'Acqua della Vita è raggiunta senza essere stata cercata », infatti essa è rivelata indirettamente dal suo effetto sul pesce, quando Khizr non sospetta di esserci arrivato.

La scoperta della fontana da parte di Khizr e Ilyas ricorre nell’arte persiana come soggetto di alcune miniature illustranti l'Iskan­dar Nāma[23]. Una di queste, tratta da un manoscritto del tardo XVI secolo di proprietà di A. Sakisian, èriprodotta a colori nella copertina del suo libro La Miniature persane, 1929, e in monocromia nel volume Persian Painting di L. Binyon, 1933, ill. LXI a; in questa illustrazione, i due profeti appaiono seduti presso la Fonte, in un paesaggio verdeggiante; in un grande piatto si vedono due pesci, ed un terzo, manifestamente vivo, è nella mano di Khizr; appare chiaro che questi indica a Ilyās il significato del miracolo. Ilyās è vestito di turchino, Khizr indossa un vestito verde ed un mantello marrone. In una composizione del XVII secolo, appartenente alla Freer Gallery di Washington e riprodotta in Ars Islamica, volume I, II parte, pag. 179, la raffigurazione è analoga, ma nel piatto vi è un pesce solo. Una terza miniatura, risalente alla fine del XV secolo, è conservata nel Museum of Fine Arts di Boston ed è stata riprodotta in Ars Asiatica, XVII, tav. VII, n. 15; Ilyās e Khizr appaiono in primo piano, presso un ruscello, nell'oscurità; Alessandro ed il suo seguito sono nello sfondo, come nella raffigurazione della Freer Gallery, nella quale la disposizione delle ombre e delle luci è tuttavia invertita. La raffigurazione della Freer Gallery sembra sotto questo aspetto essere la più corretta poiché, anche se l’intera ricerca ha luogo nella Terra delle Tenebre, le vicinanze immediate della Fontana della Vita appaiono come illuminate dallo splendore delle sue acque correnti. Inoltre, i due Scopritori della Sorgente recano entrambi sul capo un'aureola fiammeggiante.

Nel testo siriano Il Poema d'Alessandro e nella versione del Qur'an, il pesce sfugge e, secondo quest’ultima, esso raggiunge il mare. Si può rilevare una relazione con il racconto di Manu e del « pesce », nel mito di Manu(Shatapatha­ Brāhmana, I, 8, I); in esso il pesce (jhasha) è vivo fin dall’inizio, ma è molto piccolo ed si trova in una situazione difficile, poiché finisce nelle mani di Manu mentre questi si lava, e gli chiede di prendersi cura di lui. Manu gli procura l’acqua e, quando il pesce è diventato grande, lo libera nel mare; quando sopraggiunge Diluvio, è il pesce che guida l'Arca attraverso le Acque per mezzo d'una fune attaccata al suo corno. Una variante degna di nota della leggenda di Manu, con un più stretto parallelismo con le versioni del Poema di Alessandro e del Qur'an rispetto alla disseccazione del pesce, si ritrova nel Jaiminīya-Brāhmana (III, 193) e nel Panchavimsha-Brāhmana (XIV, 5, 15).Ivi si narra di Sharkara, il marsovino (shishumāra), il quale, essendosi rifiutato di lodare Indra, viene gettato su una spiaggia da Parjanya, il dio della pioggia, che poi lo essicca mediante il vento del settentrione (la causa dell'essiccazione del pesce è così indicata). Sharkara compone allora un cantico di lode in onore di Indra; Parjanya lo restituisce all'oceano (come fa Khizr, benché non intenzionalmente, nella versione coranica) e, grazie a questo stesso canto, Sharkara giunge al Cielo e diventa una costellazione. Si tratta indubbiamente della costellazione del Capricorno, in sanscrito makara, makarashi. Così makara, jhasha e shishu­māra sono sinonimi[24]; questo Leviatano indiano corrisponde chiaramente al pesce Kar, « la piu grande delle creature di Ahuramazda », che nuota nel Vurukasha custodendo l'albero di vita Haoma nell'oceano primordiale (Bundahish XVIII; Yasna, XLII, 4); corrisponde pure al pesce-caprone dei Sumeri, simbolo e talvolta « veicolo » di Ea, il dio delle Acque (Langdon, Semitic Mythology, pagg. 105-106). Non deve sorprenderci che, nell'iconografia indù più recente, il «veicolo » di Khizr è inequivocabilmente un pesce e non il makara, la cui forma ricorda quella del coccodrillo, poiché si potrebbero citare dalle fonti iconografiche indiane altri esempi attestanti l’utilizzo alternativo del makara e del ‘pesce’; in qualche antico dipinto, ad esempio, la dea fluviale Ganga ha quale supporto un makara, mentre nelle raffigurazioni più recenti ha come veicolo un pesce[25].

Nella versione della leggenda di Alessandro, detta dello Pseudo-Callisthenes (C), Alessandro è accompagnato dal suo cuoco Andreas. Dopo un luogo viaggio attraverso la Terra delle Tenebre, essi pervengono in un luogo ricco di acque zampillanti e si siedono per mangiare; Andreas inumidisce il pesce disseccato e, vedendo che questo risuscita, beve di quell’acqua senza dire nulla a Alessandro. In seguito Andreas seduce Kalé, la figlia di Alessandro, e le fa bere l'Acqua di Vita (un po’ della quale egli aveva portato con sé ); così ella diventa una dea immortale chiamata Nereis, mentre il cuoco è gettato in mare e si trasforma in un dio; diventano così entrambi abitanti dell'altro mondo. Senza dubbio, Andreas è qui l'Idris del Qur'an (sura XIX, 57 e seg., e sura XXI, 85), che la tradizione islamica identifica a Enoch, Ilyās, e al-Khadir. Secondo quanto riporta su Idris Ibn al-Qifti, nel suo Tārikh al-Hukamā’a (composto nell'anno 1200), questi appare assumere il ruolo di un eroe solare ed è immortale.

Al-Khadir presenta anche alcuni punti di somiglianza con San Giorgio, ed è in connessione a ciò, ed anche a una sua funzione di patrono dei viaggiatori, che incontriamo una figura, che è probabilmente quella di Al-Khadir, in un bassorilievo del XIII secolo posto al di sopra del cancello d'un caravanserraglio, sulla strada da Sinjar a Mossul; la figura reca un’aureola e affonda una lancia nella bocca d'un drago coperto di scaglie[26]. Un'altra opera, di apparente tematica indù, rappresentante un uomo seduto su di un pesce, si trova nel bastione del forte di Raichur, nel Dekkan; si è affermato che rechi una corona cappucci di serpente fluviale: il personaggio è stato perciò denominato « re dei serpenti »; ma nella riproduzione pubblicata questi cappucci di serpente non sono chiaramente riconoscibili[27]. Del resto l'arte indiana del periodo medioevale offre numerose rappresentazioni di Varuna seduto su di un makara[28] .

Si possono citare brevemente dei corrispondenti europei similmente derivati, in ultima analisi, da fonti sumeriche. Khadir corrisponde a Glaukos, il dio marino dei Greci (Friedländer, op. cit. pagg. I08 e seg., 242, 253, ecc.; Bernett, op. cit., pag. 715 ). Khadir appartiene anche alla tipologia dell’Ebreo Errante. Sono degni di nota i parallelismi fra tra Glaukos ed il Gandharva vedico. Nell'Avesta, Gandharva è appellato zairipashna, « quello dai talloni verdi », e questo suggerisce un legame tra Gandharva e Khadir. Come ha osservato Barnett, è possibile che Ghandharva corrisponda a Kandarpa, cioè a Kāmadeva (il dio indù dell'amore); a questo proposito, si può notare che la tematica erotica, comune a Glaukos ed a Gandharva-Kāmadeva, appare anche in connessione con Khizr nella ballata di Niwal Daī, dove Khizr non libererà le acque se non potrà vedere la principessa; come ci si potrebbe aspettare se consideriamo Khizr come Gandharva e Niwal Daī come l'Apsara o la Vergine (yoshā) delle Acque, oppure se mettiamo in relazione Khizr con Varuna; nel Rig-Veda (VII, 33, 10-11) Mitra e Varuna sono sedotti dalla vista di Urvashī, come si può leggere nella Sarvānukramanī (I, 166: urvashim apsarasam drishtvā... reto apatat), e Sayana (retash caskanda), evidentemente seguendo Nirukta, v. 13. La stessa situazione, è sottintesa nel Rig-Veda (VII,87, 6) in riguardo al solo Varuna che discende come una goccia bianca (drapsa) e che viene chiamato « l'attraversatore dello spazio » (rajasah-vimānah) e « il dominatore della profondità » (gambhīra-shamsah), attributi questi potrebbero ben applicarsi a Khizr. Resta da osservare che, nell'iconografia cristiana, la figura del dio fluviale Giordano[29], che si ritrova comunemente nelle rappresentazioni del Battesimo di Gesù, presenta una certa rassomiglianza con i personaggi di Glaukos e di Khizr. In alcuni casi il battesimo era immaginato aver luogo alla confluenza di due fiumi, Jor e Danus [il che ricorda la confluenza dei due mari del Qur'an (R.S.T.)] . Talvolta si trova un dio fluviale maschio ed una figura femminile rappresentante il mare; entrambi cavalcano delfini come, nell'iconografia indiana, i numerosi tipi di Yakshas nani cavalcano il makara. In ultima analisi, tutti questi motivi iconografici possono essere riportati a prototipi dei quali la concezione più antica, a nostra conoscenza, è quella sumerica del dio Ea, figlio e immagine di Enki, il cui nome essenziale (Enki) significa « Signore della Profondità Acquea ». Ea era il reggitore deicorsi d’acqua che hanno la loro origine nel Mondo Sotterraneo, e da lì scorrono a fertilizzare la terra, ed egli è anche il Signore delle pietre preziose. Nella rappresentazione iconografica, Ea ha come simbolo il pesce-caprone ed ha fra le mani il vaso dal quale si riversa dell'acqua, la sorgente del « pane e dell'acqua della vita immortale ». Dei sette figli di Ea, Marduk eredita la saggezza del padre ed uccide il drago Tiamat; un altro figlio è Dumuziabzu, il « Fedele figlio delle Acque Pure », ed anche il « Pastore », la forma semitica del cui nome è Tammuz, ben conosciuto come il « dio morente » della vegetazione; egli è per certi aspetti paragonabile a Soma e, quale « Signore del Regno di Morti », a Yama. Gli altri aspetti corrispondenti con le divinità sumere sono troppo numerosi e riposti per poter essere trattati adeguatamente in questo studio[30]. È sufficiente aver dimostrato l’ampia diffusione e l’origine antica della figura di Khwaja Khizr, come essa ricorre nelle iconografie persiane ed indù. In riferimento all’arte moghul, possiamo citare un'osservazione di H. Goetz che, discutendo le origini del’arte moghul, nota the essa presenta « in parte un'identità assoluta e in parte una stretta parentela con le fonti delle culture dell’ oriente antico e precisamente, in misura considerevole, con quelle del periodo sumerico classico »[31]. Che la figura di Khizr acquisisca una certa indipendenza ed una certa predominanza proprio nell'arte moghul del XVIII secolo – tutte le opere indiane da me esaminate sono in « stile Lucknow » – sembra indicare che una certa rinascita del suo culto si sia prodotta a quell'epoca ed in quella regione, soprattutto se si considera l'adozione del pesce come emblema regale da parte dei principi di Oudh.

[Abbiamo qui preso in considerazione uno degli aspetti di al-Khadir, anche se ne esistono altri; di questi importante è senza dubbio quello relativo alla sua funzione iniziatica. Tutti questi altri aspetti sono, beninteso, in perfetta armonia con il primo; ma il loro esame darebbe luogo a considerazioni che non rientrano nei limiti di questo nostro studio. (R.S.T.)]

Zul-Qarnain e al-Khadir

Il testo è la traduzione dell'articolo Khwāja Khadir and the Fountain of Life, in the tradition of persian and mughal Art, da A.K.Coomaraswamy, What is Civilization and other essays, Golgonooza Press, 1989.
L'articolo era già apparso in traduzione italiana nel n. 21-24 della Rivista di Studi Tradizionali, 1966. Il testo pubblicato dalla R.S.T., che non appare essere una traduzione diretta dall'originale inglese, ma da una traduzione in francese effettuata da André Préau e apparsa nel n. 38 della rivista francese Études Traditionelles, si discosta in vari punti dall'articolo pubblicato nella raccolta di saggi citata, il che ci ha indotti a intraprendere una nuova traduzione dall'originale in lingua inglese. Abbiamo tuttavia tenuto presente la traduzione della R.S.T., riportandone note aggiuntive e integrazioni che non compaiono nell'originale in lingua inglese, quando queste apparivano significative.

Si può trovare l'articolo in lingua originale nel sito Web http://www.khidr.org/khwaja-khadir.htm

[1] Conformemente al significato del suo nome, “al-Khadir”, l’Uomo Verde
[2]Safidam, probabilmente la corruzione di sarpa-damana, la « doma del serpente » . Riguardo alla leggenda di Niwal Dai, cfr. Temple, Legends of the Panjab, I, pp..414, 418-419.
[3] Cioè un discendente di Pandu, un antenato dei celebri eroi del Mahabharata (nota R.S.T.)

[4] Generalmente chiamato Sanja (forse dal sanscrito samijna). Questo sacerdote (brahmana), che è al servizio di Vasuki ma che agisce contro di lui, fa pensare a Vishwarupa, il purohita (sacerdote familiare) degli Angeli (Taittiriya samhitha, II, 5, I), ed a Ushanas Kavya, il purohita dei Titani (Panchavimsha-brāhmana, VII, 5, 20), che, conquistato dal partito degli Angeli, passa dalla loro parte.
[5] È difficile ammettere che la localizzazione del Pozzo nei domini dell’umano Parikshit sia «corretta» (in realtà, essa si trova alla frontiera dei due mondi, in una foresta ugualmente accessibile a Vasuki e a Parikshit), e dobbiamo pure fare notare che le acque non sono solamente protette da uno spesso lastrone di pietra, ma anche dal potere di Khizr, e che esse non sono acque «correnti». Numerosi sono gli equivalenti vedici della «pesante pietra» che impedisce l'accesso alle acque, ad esempio, nel Rig-Veda: apihitāni ashnā (IV, 28, 5), adrim achyutam (VI, 17, 5), apah adrim (IV, 16, 8), drdhram ubdham adrim (IV. 18.6), paridhim adrim (IV, 16); quando la pietra viene spezzata, « le acque sgorgano dalla roccia fecondata » (srnvantnv apah . . . babrhanasya adreh, Rig-Veda, V, 41, 12), Cfr. Shatapatha-brāhmana, IX, 1, 2, 4, in connessione con la consacrazione dell'altare del fuoco, la quale ha inizio «dalla roccia», poiché è dalla roccia che scaturiscono le acque (ashmano hy apah prabhavanti). Nella ballata, Vasuki corrisponde ad Ahi (Vritra) che, colpito da Indra, continua tuttavia a «crescere in un’oscurità senza sole» (Rig.Veda, V,32, 6).
[6] Nel racconto qui riassunto è facile riconoscere il tema della lotta tra gli Angeli ed i Titani (deva e asura), tra Indra e Ahi-Vritra, tema che appartiene al « mito della creazione ». Il rapimento di Niwal Dai corrisponde a quello diVāch (la parola) (cfr. Rig-Veda, I, 130; dove Indra rapisce la Parola » , vācam mushāyati); Khwaja Khizr, il signore delle acque (i « fiumi della vita » vedici) corrisponde a Varuna.
[7] Moghul: « mongola ». È l'arte, talvolta impropriamente chiamata « indo-persiana », che fiorì in India alla corte dei principi mongoli musulmani durante il XVI, XVII e XVIII secolo. (nota R.S.T.)

[8] E. G. Blochet, Peintures hindoues de la Bibliotheque Nationale, Paris, 1926, pl. V e XXIII.
[9] Il mondo sottomarino, la dimora della razza dei Serpenti (ahi, nāga), I'« origine acquatica di Varuna (yonim apyam, Rig-Veda, II, 38, 8), si trovano nelle « tenebre dell'occidente » (apachine tamasi, ibid., IV, 6, 4); questa regione non è illuminata dal sole, essa è “al di là del Falcone” (Jaiminiya Brahmana, III, 268) ma lo splendore delle Acque è eterno (ahar ahar yāti aktur apām, Rig-Veda, II, 30, I),
[10] Vedi: Shaykh Chilli, Folk tales of Hindustan, Allahabad, 1913, pag. 130 e seg., con Ia riproduzione d'una immagine moderna di Khwāja Khizr, rappresentato come un vecchio nell'atto di benedire Mahbūb (tay. XXXIII). La storia del principe Mahbūb è essenzialmente una versione della « Cerca del Graal » condotta a buon fine da un eroe solare, figlio di una vedova ed allevato lontano dal mondo e nell'innocente ignoranza del suo vero stato, proprio come nella leggenda di Parsifal. Mahbūb corrisponde ai vedici Agni e Sūrya; Kassāb (I'usurpatore) a Indra.
[11] O Apsaras, le vergini del Graal.

[12] Le « donne che si lamentano » e l' « incoscienza simile alla morte » del Re Pescatore sono elementi essenziali del mito del Graal.

[13] È l'equivalente del sanscrito mayin, « mago », termine applicabile soprattutto ai titani e, secondariamente, agli angeli principali , particolarmente ad Agni. Gli « antenati » rappresentano gli eroi solari dei cicli precedenti.

[14] Così la « Cerca del Graal » è portata a termine. [ non si può fare a meno di cogliere le strette corrispondenze che la parte finale della storia di Mahbub, un “Figlio della Vedova” (vedi nota 10), ha con il mito di Hiram del rituale massonico del grado di maestro, in particolare nel punto della resurrezione del re assassinato che conclude la ricerca dell’eroe (N.d.T).]

[15] Il Bahrain, un’isola del golfo persico, è stata identificata da molti studiosi con il Dilmun sumerico, dove dimorava il giardiniere Tagtut dopo il diluvio: cfr. Delitztsch, Wo lag das Paradies, pag. 178 e Langdon, Sumerian Epic, pag. 8 e seg.

[16] per la leggenda islamica, altri parallelismi ed ulteriori riferimenti cfr. Encyclopedia of Islam, alle voci Idris, al-Khadir e Khwaja Khidr; Warner, Shah Nama of Firdausi, VI,pagg. 74-78 e 159-162; Hopkins, « The Fountain of Youth », JAOS, XXVI; Barnett, « Yama, Gandharva and Glaucus », Bull. School. Oriental. Studies, IV; Grierson, Bihar Peasant Life, pagg, 40-43; Garcin de Tassy, Mémoire sur des particularités de la religion musulmane dans l'Inde, pagg. 85-89; Wunsche, Die Sagen vom Lebensbaum and Lebenswasser, Leipzig, 1905; Friedländer, Die Chadhirlegende and der Alexander-Roman, Leipzig, 1913.
[17] Cfr. Barnett, op. cit., pagg. 708-710.
[18] Cfr. Rig-Veda, VII, 6, 4 e 7, in cui si parla di Agni che conduce le Vergini (i fiumi della vita) verso oriente dalle « tenebre dell'occidente » (apāchine tamasi) e porta con sé i « tesori della terra » (budhnyā vasūni) «quando si leva il Sole », (uditā sūryasya).

[19] Il reame di al-Khadir, conosciuto sotto il nome di Yūh (che è anche un nome del Sole), dove al-Khadir regna sui santi e gli angeli, si trova nell'Estremo Settentrione; è un «Paradiso terrestre », una parte del mondo umano che è rimasta indenne dalla maledizione conseguente alla Caduta di Adamo (cfr. Nicholson, Studies in Islamic Mysticism, pagg. 82, 124).

[20] Secondo ’Umārah, Khizr è « verde » perché la terra diventa verde al contatto dei suoi piedi.

[21] Khazra, « vegetazione » o «cielo ».

[22] Il profeta Elia con il quale Khizr è spesso identificato.

[23] Cfr. Iskāndar Nāmah, LXIX, 57: «la vegetazione cresce più rigogliosa presso la fontana ; ibid. 22, la sorgente e descritta come una « fontana di luce », il che ha una corrispondenza nel Vendidād, Fargad XXI, dove la luce e l'acqua originano da una fonte comune; cfr. anche il soma vedico, che è insieme luce e vita, una pianta ed un fluido (amrita,l'Acqua della Vita, cfr. Barnett, op. cit., pag. 705, nota I).
[24] Nella Bhagavad-Gitā (X. 31, Krishna è chiamato « il makara dei Jhashās; il makara è perciò considerato come il più importante dei jhashas o mostri delle profondità. La parola makara s'incontra per la prima volta nellaVājasaneyi-samhitā, XXIV, 3, shishumāra nel Rig-Veda, I, 116,18. Per uno studio più completo sul makara nell'iconografia indù (ed in particolare come veicolo di Varuna ed emblema di Kāmadeva) si veda il mio articolo Yakshas, 1931, II, pag. 47 e seg. e le citazioni ivi presenti. Il fatto che per « veicolo » la divinità considerata abbia un « pesce », implica che essa non è sottoposta alle condizioni del movimento locale nell'Oceano illimitato della possibilità universale, così come le ali denotano una indipendenza degli angeli dal movimento locale nel mondo manifestato. [Nella traduzione della R.S.T. la nota reca in aggiunta: “Abbiamo esaminato in particolare il significato di Sharkara(alla lettera: «la pietra »), termine molto importante per la sua connessione con la Porta solare dei mondi, in uno studio dal titolo Svayamatrnna; Janua Coeli, che sarà pubblicato nella nuova rivista rumena Xalmoxis.”]
[25] Su questo argomento vedere anche: René Guénon, Quelques aspects du symbolisme du poisson in Etudes Traditionnelles, fascicolo del febbraio 1936 [riprodotto nel cap. XXII della raccolta po­stuma Simboli della Scienza sacra]. (nota R.S.T.)

[26] Sarre e Herzfeld, Archäologische reise im Euphrat und Tigris gebiet, vol. I, pagg. 13 e 37-38, Berlin, 1911.
[27] Annual Report, Archaelogical Department, Nizam's Domi­nions, 1929-30 (1933), pag. 17 e tav. 11 b.
[28] Vedere anche il mio studio Yakshas, II

[29] Ad esempio, nel battistero di Ravenna (Berchem e Clouzot, tay. III e 220); ivi Giordano regge un vaso dal quale si riversano le acque.

[30] A proposito delle divinità sumeriche, si veda S. H. Langdon, Semitic Mythology, cap.II; per il vaso dal quale si riversano le acque ecc., Van Buren, The Flowing Vase and the God with Streams,Berlin, 1933, e per quel che concerne l'India, il mio studio Yakshas, II. Circa i rapporti iconografici tra le rappresentazioni asiatiche del vaso colmo e quelle cristiane della coppa del Graal, cfr. Gosse, Recherches sur quelques représentations du Vase Eucharistique, Ginevra, 1894.
[31] Bilderatlas zur Kulturgeschichte Indiens in der Grossmoghulzeit, 1930, pag. 71 (“teils absolute Identität teils engste Verwandschaft mit solchen der grossen altorientalischen Kulturen, und zwar zu gut Teilen schon der klassischen sumerischen Zeit”).
Ananda K. Coomaraswamy


Khidr L'Universale. Il Re del Mondo nell'Islam

Nell’islamismo esiste una figura misteriosa chiamata Khidr, guida di Mosè e di tutti coloro che perseguono una via esoterica di conoscenza. Chi si cela dietro questo nome? Quali sono i segreti di cui è portatore? Da quale promordiale tradizione è proveniente?



Scrissi qualche anno fa un articolo su Melkisedeq, affermando che il Re del Mondo non fosse affare di una sola religione, ma che il suo culto fosse presente in tutti gli esoterismi sotto nomi diversi. Uno dei nomi più sacri del Maestro Invisibile, come tramandato dalla tradizione musulmana coranica e extra-coranica, è Al Khidr (Khezr in persiano): il “Verde”. È equiparato ad un Dio della vegetazione, allusione alla resurrezione. In quanto verde, le leggende e le favole britanniche di Robin Hooh the Goodfellow, del Green Man, o persino di Peter Pan si riferiscono certamente al medesimo principio, così come quelle egizie di Osiride, il Grande Verde, e quelle alchemiche dell’Uomo Vegetativo. 

Nessuno conosce le origini di quest’archetipo, ma sono convinto che Osiride ne sia la base, tant’è che il nome egizio di Osiride “Wizr” e il nome persiano “Khezr” si somigliano molto in modo sospetto. Khidr è più che profeta, poichè è guida e maestro di Mosè il profeta; è immortale come Idris-Enoch, e associato spesso anche ad Elia per il tipo di vita ascetica e nomade. Peraltro, come già detto, anche nella Cabala ebraica, Enoch e Metatron rappresentano il medesimo principio. Il suo giorno, chiamato Festa di Lydda (23 aprile), è osservato ancor oggi in Turchia, la cui tradizione lo vuole come protettore dei viaggiatori, il che è in linea con la funzione traghettatrice del Melkisedeq; e come cacciatore di draghi, al modo di S. Giorgio e S. Michele. Ad Angora in Turchia esiste una cittadella collinare di nome Khidrlik (luogo di Khidr), in nome del Verde, come anche a Sinope, Geredeh, Ladik. A Betlemme in Siria, in un monastero cristiano famoso per la cura delle malattie mentali, esiste un altro importante centro di culto. I santuari di Khidr in Palestina (Nablus, Gerusalemme, Damasco) sembrano essere situati chirurgicamente nei siti crociati, il che suggerirebbe una sostituzione del culto di S. Giorgio-Michele con quello di Khidr. Questi siti sono considerati tomba del profeta, o luoghi in cui apparve spiritualmente.

Il Khidr coranico
Nella Sura XVIII del Corano, El Khidr appare come l’istruttore metafisico di Mosè, come il suo Io Sono (Sè) che lo invita a seguire la Via della giustizia, e soprattutto ad avere “pazienza”, e a non giudicare quelle volontà divine che potrebbero sembrare assurde alla mente umana inconsapevole della trama a lungo termine della provvidenza divina e dei suoi fini superiori. Mosè vuole raggiungere l’illuminazione, la terra promessa, e questa è il Corpo di Luce (Gerusalemme Celeste). Il Corano narra che Mosè si recò nel punto d’incontro dei due mari, simbolo del regno astrale, la “Fontana dei Paradossi della Vita”, per incontrare El Khidr ivi dimorante, ossia il suo Io spirituale. È la terra di mezzo dove il Dio scende e l’uomo sale. 

Per tre volte Mosè giudicherà l’operato misterioso e apparentemente malvagio di Khidr, e, per questo, abbandonato definitivamente. In un altro mito si narra del viaggio di Mosè in cerca di El Khidr. Allorchè Mosè e il suo servo trovano la Sorgente di Vita, vedono El Khidr imbacuccato nel suo mantello (corpo astrale) e seduto per terra, o secondo un’altra versione su di un’isola in mezzo al mare o nel luogo più umido della terra, appena nato dalle profondità materne dell’anima. Un pesce era scomparso e un El Khidr nasceva, poichè è il“verdeggiante”, “figlio delle profondità delle acque”, finchè non emerge dalle acque come figlio di sè stesso, allo stesso modo del mitico Meru dei miti egizi della creazione. In modo simile, Cristo riemerge dalle acque battesimali per insegnare la scienza sacra agli uomini, e altrettanto fa Oannes emergendo dalle acque dell’Eritreo. Sembra che da sempre Khidr sia stato considerato unUomo Santo, il Santo per eccellenza, la cui esistenza storica e a-storica non ha mai dato adito a dubbi. Nell’Isola di Failaka, ad esempio, al largo del Kuwait, esiste tuttora un santuario a lui dedicato di notevole antichità, il che garantirebbe sulla pre-esistenza del culto di Melkisedeq rispetto alla nascita della religione musulmana.

Il mistero di Khidr

Carl G. Jung si interrogava sul misterioso Khidr in questi termini: “La cosa strana è che Khidr non è considerato solo come un santo, ma negli ambienti mistici del sufismo assurge a divinità. Dato il rigoroso monoteismo dell’Islam, si è inclini a pensare a proposito di Khidr a una divinità araba preislamica non riconosciuta ufficialmente dalla nuova religione, ma tollerata per diverse ragioni. Di ciò, tuttavia, non è possibile addurre alcuna prova…Egli è il Verdeggiante, il viandante infaticabile, colui che istruisce e consiglia gli uomini pii, il saggio in materia divina, l’immortale” (da Simboli della Trasformazione). Jung non sapeva molto di lui, e non intuì che Khidr fosse il nome di Melkisedeq presso gli iniziati musulmani, in particolare i Sufi. Sembra che la figura di Khidr nel Corano sia apparentemente sganciata da quella di Allah, e ciò rappresenta un gran mistero dell’Islam. Tra i sunniti ortodossi, Khidr gode di una certa qual vaga popolarità. 

Pur essendo presente nel Corano e considerato un santo, essi non sanno chi sia, né come inquadrarlo. Lo stesso problema incontrano i dogmatici ebrei e cristiani riguardo a Melkisedeq. Mosè, nella coranica Sura 18, è paragonabile a Maometto, nel suo status di iniziato e profeta che chiede di essere istruito da un’entità sovrumana e, se è così, Khidr è ovviamente superiore allo stesso Maometto, il che suonerebbe come bestemmia per gli islamici legati alla legge ma non certo per gli esoteristi dell’Islam. In realtà i Sufi sanno che il vero Maometto è interiore, come è vero che il Cristo non è umano. Ne consegue che la scienza di Khidr sarebbe persino superiore a quella rivelata dal Corano, e si dovrebbe trattare di una scienza orale. Un bell’enigma davvero, che fa di Khidr un corpo estraneo nel Corano, come se qualcuno che sapeva volesse introdurre un cruciale elemento della Tradizione in un libro comunque appartenente alla Tradizione. Per molti esoteristi sufi, è fonte di contraddizione che un profeta come Khidr sia superiore ad un santo come Mosè. Ma sappiamo che anche Abramo, santo in virtù del suo status di“amico e servo di Dio”, fu istruito e benedetto da Melkisedeq, che gli era superiore. Si tratta quindi di un aspetto di Dio che si mostra al fedele che non vuole maestri umani, e ciò, qualsiasi cosa ne possano dire oggi i maestri di conoscenza, è un fatto più che certo. 

Sta di fatto che i mistici arabi, per tradizione orale, erano a conoscenza che il Re del Mondo fosse presente fin dalle origini nelle sue funzioni regali e sacerdotali, quindi da tempi immemori. La storia di Abramo, presente nel Corano, è la storia di un sovrano caldeo che riceve l’investitura e l’unzione a Re-Sacerdote dal suo Dio interiore, al modo dei Re-Sacerdoti sovrumani dell’èra pre-diluviana.

Khidr, Signore della Tradizione

Khidr appare direttamente con il nome-funzione Melkisedeq in due documenti islamici: un’opuscolo conservato dal ramo nazarita-ismaelita intitolato Hafi Bab-i-Sayydna; e una compilazione del XV secolo nota come Kalam-i-Pir.Lo studioso George Vajda, autore di “Melkisedeq e la Mitologia Ismaelita”, riteneva che questi due documenti, pur risultanti da una lunga trasmissione operata dalle comunità mistico-iniziatiche dell’Asia centrale e quindi soggette ad alterazioni, risalissero all’insegnamento offerto ad Alamut, tra la fine dell’XI e l’inizio del XII secolo, da Hasani Sabba, il Gran Maestro dell’Ordine degli Ashishin, che istruirono esotericamente i Templari, durante la prima crociata, rimanendone Fratelli (HERA 54, pag. 47). Vajda riteneva che la mancata citazione di Melkisedeq nei testi canonici e ortodossi dell’Islam facesse il paio con la politica di occultazione degli ordini esoterici che veneravano il Re del Mondo. Al contrario, i due testi citati parlano di Malik Solem, il Re di Salem di Genesi. Nel Kalam-i-Pir è detto testualmente: “All’epoca di Adamo, il Mawlana Malik Solem già era…

Dopo Noè, la comunità dei Ghebri, quella che si riferiva alla gente di Abramo, credeva nel ritorno di Malik Solem, come vi credeva la comunità ismailita…Zoroastro, a cui i Ghebri erano molto legati spiritualmente, era un dignitario dell’ Imam Malik Solem”. Il testo documenta l’indubbia origine iraniana dello Sciismo e dell’Ismailismo, e mostra l’associazione tra l’Ahura Mazda di Zoroastro e il Melkisedeq Re di Salem. Nell’”Hafi Bab-i-Sayydna” è rivelato: “All’epoca del Profeta Adamo, colui che istituì la comunità dei Sabei disse: «Malik Solem verrà alla resurrezione. Egli giudicherà e svelerà i misteri divini che i profeti hanno tenuto segreti durante il periodo della Legge religiosa». Nell’era di Adamo, Egli era chiamato Mawlana Malik Solem. Gli incidenti causati da Iblis (Satana, Serpente ingannatoren.d.a.) ebbero luogo nel periodo di questo personaggio…Nell’epoca di Noè, in cui il popolo è costituito dai Brahamani, il nome benedetto di Mawlana era Malik Yazdak. Sotto di lui si produsse il diluvio, e fu a Lui che Noè si rivolse per far perire il popolo con il diluvio. Egli esaudisce la preghiera di Noè e stabilisce che il periodo della Legge Religiosa (consegnata ufficialmente a Mosè n.d.a.) venisse istituito al fine di annegare tutti gli uomini sotto la Shari’a (senso esteriore delle sacre scritture, contrapposto al batin n.d.a.). 

Quelli che erano ciechi alla verità furono «sommersi»; furono salvati solo coloro che Dio volle. Ancor oggi il popolo di Noè afferma che alla resurrezione (Fine dei Tempi n.d.a.) Malik Yazdaq ritornerà, presiederà al grande giudizio e invierà al paradiso o all’inferno coloro che li avranno meritati. Nell’epoca di Abramo, Malik Yazdak si presenta ad Abramo con il nome Maliku’s-Salam. Nell’epoca di Mosè si manifesta sotto il nome di Du’l Qarnain, «quello dalle corna»”.

Il Re di Al-Araf

In qualità di Khidr, Melkisedeq è il protagonista indiscusso de “Il Libro dell’Uomo Perfetto”, scritto da un mistico sufi di nome Abdul-Kaim Gili intorno al 1304. È un libro estremamente prezioso, ciò dovuto alla generosità di informazioni esoteriche su quello che nel Corano viene detto “Re Potente in un soggiorno di verità ove dimorano i giusti” (Corano 54:55). Questo luogo-stato di coscienza è noto nel sufismo come Al-Araf, la méta di coloro che si risvegliano alla propria coscienza. I dormienti, per Gili, sono coloro che ignorano la vera natura delle percezioni sensibili e subiscono passivamente, come dati materiali, quei dati di cui l’uomo resta inconsapevole e di cui ignora la potenza che in lui stesso li crea. 

Questa condizione, questo stato di coscienza, per Gili, equivale all’Inferno, inteso come ribellione alla propria divina coscienza, poichè le si sostituisce l’asservimento all’illusione, all’oggetto e non al soggetto creatore. Ciò spiega i continui moniti di YHWH (la coscienza superiore), nell’Antico Testamento, a non adorare i simulacri e gli idoli, simboli del mondo sensibile e del corpo fisico, per volgere piuttosto verso l’Essere, il nostro vero Io. Il risvegliato e il mistico sono compresenti al creatore dei dati sensibili, il che li rende“Vigilanti” (gr. Egregoroi), “coloro che vedono la realtà per come essa realmente è”, “uomini di Al-Araf”, “coloro che hanno raggiunto la realizzazione spirituale”, “coloro che hanno visto Dio faccia a faccia prima di morire”. Al-Araf equivale al massimo stato di coscienza possibile all’uomo su questo piano di realtà: il settimo cielo-chakra degli gnostici, il 33° grado della massoneria, il Kether (primo vortice o sephira) dei cabalisti, l’Atman degli induisti. Il Vigilante, colui che raggiunge questo supremo stato di coscienza vibrazionale, è chiamato anche“Montabih” (desto) e “Yaqzan”, equivalente al termine greco “egregoros” (sono sveglio) e di “veggente” (profeta). Nell’Accademia (Casa di Vita) di Heliopolis, il Gran Sacerdote o Gran Maestro aveva il titolo di “Capo dei Vigilanti”(coloro che vedono) e “ Ur-Mau” (Capo degli Astronomi). Il grande Giuseppe, figlio di Giacobbe, acquisì questa carica che corrispondeva a vicerè (Visir) d’Egitto. Gesù stesso, manifestazione vivente del Leader dei Vigilanti, consiglia: “Ciò che ho detto a voi vale per tutti: siate vigilanti” (Marco 13:37).

Il termine islamico “Yaqzan” spiega la parola misteriosa che si trova nel Libro dei Segreti di Enoch 71:35 : “Quel Melkisedeq sarà sacerdote e re nel luogo Achuzan, il centro della terra”. Nell’ipotesi probabile che il Libro dei segreti di Enoch sia di estrazione essena, ciò proverebbe una voltà di più lo stretto legame tra le antiche dottrine iranico-zoroastriane e la dottrina della Comunità del Mar Morto; proverebbe anche la probabile origine iranica del Re del Mondo e della sua suprema Tradizione. In effetti, Achuzan è la “terra dei Vigilanti” (Yaqzan), la vera “terra promessa” di Mosè, la Gerusalemme Celeste (Salem) di cui in Apocalisse 21. È un “luogo-non luogo”, una diversa vibrazione di coscienza che permette di vedere ciò che non può essere visto e di vivere in una regno superiore. Questa è Al Araf, la terra degli “uomini dell’invisibile” (rijal al-ghayb), ove nessun peccatore può accedere, ed in cui i Vigilanti riconoscono un solo sovrano: Khidr. Nel “Libro dell’Uomo Perfetto”, Khidr dice di sè: “Io sono la realtà trascendente, sono quel tenue filo che la rende vicinissima. Sono il segreto dell’uomo nel suo atto di esistere, e sono quell’invisibile (Dio nascosto n.d.a.) che è l’oggetto dell’adorazione...Sono lo Shaykh della natura divina e sono il guardiano del mondo della natura umana. Mi faccio rappresentare in ogni concetto e mi faccio manifestazione in ogni dimora. Mi epifanizzo in ogni forma, e faccio apparire un segno in ogni sura. Il mio caso è di essere l’esoterico, l’insolito. La mia condizione è di essere lo Straniero, il viandante. La mia Dimora stabile è la montagna di Qaf. Il mio luogo di sosta è Al-Araf. Sono colui che è di stanza alla confluenza dei due mari, colui che si tuffa nel fiume del Dove (il Nasut, le dimensioni dello spazio sensibile n.d.a.), colui che si abbevera alla sorgente della sorgente (Lahut, il divino n.d.a.)…Sono il bagliore delle coscienze. Sono il desiderio dei cercatori. Non arriva a me e non trova accesso presso di me che l’Uomo Perfetto, lo Spirito che si è con me ricongiunto, poiché in verità Io sono lui e lui è Me. Quanto a tutti gli altri, il mio rango è molto al di sopra del soggiorno ove hanno preso dimora. Costoro non hanno alcuna conoscenza di me; non vedono di me alcun vestigio. La loro credenza dogmatica, invece, prende forma per essi in qualcuna delle forme religiose professate dagli uomini. Si parano del mio nome; dipingono sulla loro guancia il mio emblema…

L’emblema di colui che arriva fino a me è celato nella scienza della potenza creatrice, l’alta conoscenza ne è involta nella scienza dell’essensificazione delle Essenze”. È da segnalare che una frazione del sufismo sciita duodecimano identificò Khidr con l’Imam nascosto, colui che congiunge Cielo e Terra, l’intermediario tra l’Uomo e l’Altissimo: esattamente il ruolo dello Spirito Santo e del Logos, il ruolo atavico dei Custodi di Pace e Giustizia

Il Vertice della catena iniziatica

Raramente nella tradizione esoterica occidentale si è creduto nella possibilità che il Dio in noi potesse istruire direttamente un discepolo al di fuori della normale catena tradizionale o in sostituzione di un maestro carnale che gli trasferisse la tradizionale orale e la sua influenza vibrazionale. Il fatto è che nessuno ha creduto e crede nelle infinite possibilità del Melkisedeq che si cela nell’Uomo. In realtà nessun esoterista crede in Melkisedeq, e questa è una triste notizia per il mondo esoterico occidentale. Al contrario, nel Sufismo si è avuta una classe speciale di iniziati chiamati Uwaysi, che decidevano volontariamente di saltare la catena iniziatica (silsila) e cercare l’istruzione diretta dello Spirito santo ammaestrante: Khidr. 

Gli Uwaysi sono noti come“coloro che sono stati iniziati in modo misterioso”. Io direi che sono quelli che hanno compreso, che hanno capito che non c’è iniziazione più grande di questa, un’iniziazione che non proviene da un angelo esterno ma dal Genio interiore. È l’iniziazione cherubica, l’iniziazione senza intermediari di sorta, illuminati o meno che siano. Il Corano è chiaro: Mosè segue Khidr ma non accede alle fasi ultime dell’istruzione. In effetti, anche nel Pentateuco appare che Mosè fosse intimo di Io Sono ma non raggiunse la terra promessa: il corpo di luce compiuto. Poiché Paolo afferma che Gesù divenne Sacerdote eterno al modo di Melkisedeq (Lettera agli Ebrei), si suppone che colui che compì l’opera sulla croce appartenesse all’Ordine di Melkisedeq non per la sua affiliazione alla fratellanza essenica, pur legata al Melkisedeq, ma perché fu un allievo diretto di Khidr. 

Si legga attentamente la scena del battesimo per comprendere che Khidr era lo Spirito Santo in forma di colomba che offrì l’investitura regale-sacerdotale al Nazirita. Scriveva Henry Corbin: “Khidr è il maestro dei senza-maestro, poiché mostra a tutti coloro di cui egli è maestro come essere ciò che egli è: colui che è pervenuto alla verità mistica esoterica che domina la Legge, emancipa dalla religione letterale…La direzione di Khidr non è uniforme come fosse un teologo che predica il suo dogma. Egli conduce ciascuno alla sua propria teofania, alla propria individualità eterna…Il ministero di Khidr consiste nel farti giungere al Khidr di te stesso, il profeta del tuo essere”(da L’Immaginazione Creatrice). Migliori parole non ho trovato per illuminare sul ruolo di questa Intelligenza portatrice della vera Luce. Quell’Intelligenza siamo noi, la parte più nascosta del nostro essere che attende che noi si faccia la prima mossa. Nel Corano 18:65 Allah l’Altissimo dice testualmente di Khidr: “e si imbatterono in uno dei nostri servi, cui avevamo dato misericordia, e gli avevamo insegnato della nostra scienza segreta”. Tale scienza segreta è la Tradizione Primordiale che Paolo definisce “sapienza dei perfetti, sapienza non di questo mondo, divina, misteriosa, segreta” (1 Corinzi 2:6). Khidr è la stessa sapienza segreta di cui Salomone dice che è iniziata da Allah (Sapienza 8:43). 

Nella preghiera segreta a Melkisedeq è detto: “fa che la tua luce si riversi per il tuo tramite attraverso di noi a tutti i regni”. Ebbene, se Khidr è lo Zorokotòra citato nel vangelo gnostico della Pistis Sophia, il ricevitore di Luce eterna, intesa questa anche come Scienza dell’Altissimo, ne consegue che è lui il “Lysan al Ghaib” di cui parlano i Sufi più illuminati, la “Voce dell’Oltre” che sussurra dentro di noi parole di indicibile mistero. E chi lo ha provato, sa di cosa parlo. Come lo sapevano i sacerdoti egizi che chiamarono“Sfinge” (eg. Hw) l’enigmatico maestro in noi, o i greci “Sibilla”, poiché sibila nell’orecchio dell’iniziato e sobillaalla rivolta contro il mondo e la materia