“ Be the Change that you want to see in the world. ” ...is by Mahatma Gandhi...

11 febbraio 2009

Il Buddhismo, «la luce dell’Asia»


La predicazione del Buddha nacque nel seno della cultura e della religione induista, di essa si nutrì profondamente, mantenendo salda un po’ tutta la concezione del mondo che l’Induismo aveva espresso (le dottrine del Karma, del samsāra, dello spirito divino che tutto pervade, e così via). 

La predicazione del Buddha costituì però anche una profonda opera di rinnovamento della religione indù – Buddha viene spesso considerato un grande riformatore religioso -, poiché essa reagiva all’esclusività e al formalismo del Brahmanesimo  e tentava di rendere quei principi di verità e quella saggezza il più possibile universali, togliendo ai Brahmani il monopolio della conoscenza e del potere, spirituale, politico e sociale. Siddharta Gautama considerava inutile tutto il carico di cerimoniali e riti che circondavano il Brahmanesimo; allo stesso tempo insegnò una sorta di ‘Democrazia dell’Amore fraterno’, secondo cui tutti gli uomini e le donne, a qualunque casta appartenessero, erano suoi fratelli. Il suo messaggio era per tutti: un sistema di vita buono per chiunque lo desiderasse, i suoi discorsi un testo sacro per tutti, la vita della rinuncia una via di liberazione che tutti potevano seguire. Anche se non abolì espressamente il sistema delle caste, lo sottopose ad una severa critica ed esonerò coloro che decisero di seguire il suo insegnamento da tutte le restrizioni che le caste esigevano. «Simile a Gesù, Gautama venne come un Maestro senza templi, organizzazione o credi e, simile a Lui, Egli divenne involontariamente il Fondatore di una grande ‘Chiesa’ con dogmi, credi, teologie, forme, rituali, cerimonie e sacerdozio». (Yoghi Ramacharaka, Filosofie e Religioni dell’India, Brancato Ed., Catania 1991, pag. 187).

Il Buddhismo fu uno di quei numerosi movimenti spirituali nati in un periodo di irrequietudine e di fermento della storia indiana, che possiamo collocare intorno al 600 a.C. A quell’epoca la classe (o casta) dei mercanti – i vaishya -, crescendo d’importanza, cominciò a trovare sempre meno tollerabili i privilegi e le pretese delle due classi superiori (quella dei guerrieri e quella dei sacerdoti), alimentando così un certo malessere sociale. Contemporaneamente stava prendendo piede una profonda insoddisfazione nei confronti delle tradizionali dottrine brahmaniche e un sempre più diffuso fermento religioso e intellettuale che si manifestava nell’affannosa ricerca di una verità spirituale più vicina al singolo e al sentire comune, una verità condivisibile da tutti. In seno alla cultura induista nacquero così scuole di ascetismo e scuole filosofiche nuove che introdussero elementi di forte rinnovamento; nacquero soprattutto il Buddhismo, il Jainismo e i testi filosofico-religiosi delle Upanishad.

Jainismo

Il fondatore del Jainismo fu Mahavira, rampollo di una nobile famiglia, nato intorno al 540 a.C. Raggiunti i quarant’anni egli fondò il suo ordine e passò il resto della sua vita a predicare la dottrina e a raccogliere discepoli. Mahavira insegnava che lo Spirito pervade tutto, ogni essere ed ogni cosa; non soltanto animali e insetti, ma anche piante, alberi e pietre hanno un’anima, anima che è individuale e che passa di forma in forma, una vita dopo l’altra, a seconda dei suoi meriti e della sua condotta. Così come per il Buddhismo, scopo d’ogni sforzo deve essere ricongiungersi con l’universo, con lo spirito impersonale, spezzando la dolorosa catena di morte e rinascita. Un punto su cui i Jaina insistevano era la dottrina dell’ahimsā, conosciuta anche come non-violenza e intesa come atteggiamento di massimo rispetto per ogni cosa esistente al mondo, che non deve essere uccisa o danneggiata, proprio perché dotata di un’anima allo stesso modo  degli uomini. Questo precetto della non-violenza, di cui anche il Buddhismo è fortemente intriso, ha esercitato un’influenza assai profonda su tutta la cultura e la vita indiana ed è stato poi ripreso ed esemplificato dal Mahatma Gandhi.

I Jaina, oltre che per la loro cura nel non danneggiare animali, insetti e così via, erano famosi per i durissimi esercizi ascetici a cui si sottoponevano, astenendosi non soltanto dalle comodità e dai piaceri della vita (il termine jina, da cui deriva il nome Jaina, significa “vincitore” ed indica chi ha soggiogato le passioni e i desideri), ma perfino dal cibo. I loro lunghi e prolungati digiuni erano dettati dall’idea che la miglior morte che si possa avere è la morte volontaria per fame.
           
Siddharta Gautama

Per i Buddhisti la vita di Siddharta Gautama, ovvero il Buddha storico, è soltanto la tappa finale di un lungo viaggio attraverso innumerevoli vite, viaggio che ha visto, come per tutti gli esseri, la vita passare da una forma all’altra, da una personalità all’altra, fino a giungere a quella attuale, che è il frutto delle azioni passate. Di esistenza in esistenza egli, accumulando grandi meriti e ampliando la propria conoscenza, progredì nel cammino di  purificazione e giunse ad essere un Bodhisattva, termine che in sanscrito significa ‘colui la cui essenza (sattva) è perfetta saggezza (Bodhi)’, ma che in realtà allude ad un essere che, per compassione, ha dedicato la propria vita – o meglio, le proprie vite – al bene dell’umanità rinviando a tal fine il suo ingresso nel Nirvana, quella condizione suprema che conduce alla completa onniscienza, alla conoscenza cioè di tutte le cose, di tutti i tempi, in tutti i loro aspetti.

Durante la sua penultima esistenza, il futuro Buddha visse nel cielo degli déi, come stabilisce la regola per tutti i Bodhisattva. Quando giunse il momento di reincarnarsi in un corpo per discendere sulla Terra, fu lui stesso a determinare il luogo, il tempo e le circostanze della sua prossima nascita fra gli uomini. La scelta dei genitori ricadde sul re Suddhodhana e sulla sua prima sposa, la regina Mayadevi, sovrani della federazione dei Sakya - uno staterello situato a nord della valle del Gange, in territorio nepalese - e appartenenti alla casta dei guerrieri. Il re e la regina erano senza figli e praticavano la castità, così che la nascita di questo figlio venne considerata immacolata.

Il sogno della regina


I testi raccontano che una notte, durante la festa del solstizio d’estate, la regina vide in sogno un magnifico elefante bianco a sei zanne penetrarle il fianco destro, dopodiché una moltitudine di persone si inginocchiò ai suoi piedi. Il mattino successivo, quando si svegliò si sentì pervasa da una sensazione di grande benessere e dalla certezza di aspettare un figlio. Gli indovini di corte e i saggi brahmini interpretarono quella visione come la promessa di un figlio a cui si sarebbero aperte due strade luminose: se fosse rimasto al palazzo e avesse condotto la vita mondana dei re, sarebbe diventato un sovrano universale; se invece avesse rinunciato alla ricchezza e al mondo sarebbe giunto all’Illuminazione, diventando così un Buddha, ‘Colui che vincerà il dolore’.

La nascita


La gravidanza durò dieci mesi; all’inizio della primavera la regina sentì che presto avrebbe dato alla luce il figlio. Si fece condurre in un boschetto tranquillo e rigoglioso e, appoggiandosi al ramo di un albero per tenersi salda, si accorse che dal suo fianco destro il Bodhisattva stava venendo al mondo rapidamente e senza farle sentire alcun dolore. In quel momento una luce illuminò i mondi e la terra tremò. Alzatosi subito in piedi, il bambino prese a camminare su di un meraviglioso fiore di loto sorto miracolosamente sotto di lui. Fece sette passi verso nord e pose lo sguardo sui quattro punti cardinali, proclamando di essere venuto al mondo per l’ultima volta, per sconfiggere il dolore, la malattia e la morte.

Il quinto giorno dopo la nascita fu celebrato il battesimo; nobili, cortigiani e brahmini furono invitati in gran numero, vennero servite bevande e pietanze in abbondanza e furono distribuiti a tutti generosi doni. Il bimbo venne chiamato Siddharta, che significa ‘Colui che ha raggiunto la meta’. Il piccolo trascorse l’infanzia allevato dalla zia materna, dopo la prematura morte della madre, circondato dagli agi, dal lusso, e dai tanti sapienti incaricati della sua educazione.

Uscendo dalla porta orientale...

Compiuti i sedici anni, la maggiore età, giunse il momento per Siddharta di prendere moglie, così come tutti i Buddha del passato avevano fatto. Precisate da lui stesso le qualità che la futura sposa avrebbe dovuto possedere, il monaco di corte partì alla ricerca della donna. Celebrate le nozze, la vita del giovane principe continuò tra lo splendore e i passatempi con cui il padre si preoccupava di circondarlo: nel timore che abbandonasse la reggia per intraprendere la via del monaco errante, come gli indovini avevano predetto, il re volle isolarlo dalle brutture del mondo, dalla visione del dolore e della morte e per questo tentò in ogni modo di legare il figlio alla vita di corte, offrendogli parchi meravigliosi, ogni sorta di piaceri e delizie. Ma col passare del tempo, quella vita incantata cominciò a perdere il suo fascino avvolgente. Il giovane principe prese presto ad annoiarsi del continuo lusso che lo attorniava e giunse a dichiarare che «tutto è vanità» ed inutile dissipazione che non appaga la mente né l’anima.

I testi sacri ci narrano di quattro incontri decisivi che mostrarono al giovane Siddharta che, al di fuori dell’artificioso giardino delle delizie, miseria, dolore e malattia sono comuni vicende della vita. Un giorno il principe fece preparare il carro per andare a passeggio e uscì dalla porta orientale della città. Si imbattè per caso in un vecchio dalla testa bianca, solo e senza protezione, con la schiena incurvata che faticosamente avanzava tenendosi ad un bastone. Allora il principe fece ritorno alla reggia, ma divenne triste e non poté provare piacere. Trascorso un po’ di tempo, ordinò nuovamente all’auriga di allestire il cocchio per andare a passeggio. Uscendo dalla porta meridionale vide un malato sfinito che respirava a fatica ed era ormai giunto alle soglie della morte; allora Siddharta «chiese all’auriga: “Chi è costui?” “E’ un malato.” “Chi si chiama malato?” “I suoi quattro elementi aumentano o diminuiscono, ed egli non può più bere né mangiare, il suo respiro è fiacco e lieve, la sua vitalità è diminuita dalle impurità che si trovano in lui. Perciò lo si chiama malato.” “Sfuggirò io a questo destino?” “Non ancora.” Allora fece fare dietro front al carro e ritornò al palazzo. Pensando che non era ancora liberato dalla vecchiaia e dalla malattia, divenne ancora più triste». (daVinayapitaka dei Mahisasaka, ed. Taisho Issaikyo, n. 1421, pagg. 101b-102a, in Vivere il Buddhismo di André Bareau, A. Mondadori Ed., Milano 1990).

Passarono altri giorni e settimane e Siddharta, per la terza volta uscì a cavallo oltre le mura della reggia. Varcata la soglia della porta occidentale, incontrò per caso un corteo funebre: i parenti afflitti trasportavano il corpo defunto verso la pira per la cremazione. Rattristato oltre misura il principe fece ritorno, in un subbuglio di pensieri sui dolori del mondo. Nel quarto incontro, nei pressi della porta settentrionale della città, gli apparve un monaco mendicante con barba e capelli rasati, il portamento eretto e l’aspetto sereno e radioso. Allora il principe scese dal cocchio e rese omaggio all’asceta, poi tornò lieto al palazzo, determinato ad abbandonare tutto, persino la moglie e il figlioletto da poco venuto alla luce, per cercare quella pace che il mondo non era riuscito a dargli. La notte del suo ventinovesimo compleanno, il Bodhisattva, colmo di tristezza, dopo aver contemplato la moglie e il figlio addormentati, lasciò segretamente la reggia e fuggì verso la foresta.

 

Gautama


Giunto sulle rive di un fiume, per confermare la propria scelta e la definitiva rinuncia ai privilegi di casta e alle ricchezze, Siddharta si tagliò la bella chioma e, una volta scambiati i propri abiti lussuosi con quelli semplici di un cacciatore, si diede alla vita del monaco errante. Più che l’abbandono dei gioielli e dell’abbigliamento principesco, è il taglio dei capelli il gesto che segna la decisione definitiva del Bodhisattva.

Il principe Siddharta divenne così il monaco errante Gautama. Vagando di luogo in luogo si unì ai filosofi Brahmini che predicavano le loro dottrine sull’inesistenza sostanziale di tutte le cose, sull’ascetismo e così via, ma pur studiando e comprendendo tali insegnamenti, non raggiunse la pace desiderata. Non avendo trovato il Maestro sperato, decise di cercare da solo la via della Liberazione. Insieme a cinque compagni conosciuti durante il suo lungo peregrinare, Gautama si dedicò per alcuni anni alla meditazione e all’ascetismo più severo: digiuno prolungato, ritenzione del respiro, esercizi yogici e così via. Vinse il senso della paura, sottomise tutti gli impulsi della carne, sviluppò e controllò la mente, ma non aveva ancora raggiunto il Risveglio.

Di giorno in giorno il suo corpo deperiva e le sue facoltà mentali si oscuravano. Quando non gli rimase più che un granello di vitalità, il dio Indra – il Re degli Dei, secondo l’antica mitologia Indù – gli apparve, recando in mano un liuto a tre corde. Gli mostrò come solo una corda tesa correttamente può emettere un suono gradevole e pieno di armonia, mentre la corda che non è tesa a sufficienza non dà suono alcuno e quella che lo è troppo si rompe inevitabilmente.

Allo stesso modo, soltanto colui che saprà evitare tutti gli eccessi, in un senso e nell’altro, giungerà allo scopo che si è prefisso. Ogni tipo di fanatismo – sembra voler insegnare Indra - porta infatti ad allontanarsi dalla meta che si persegue, perché impedisce di disporsi nella corretta prospettiva e di assumere quel particolare assetto che occorre per essere in armonia con ciò che si cerca di raggiungere. Così come la corda del liuto di Indra non è nelle condizioni di produrre un suono armonioso, allo stesso modo l’ostinazione di Gautama per le pratiche ascetiche non costituiva l’assetto adeguato per porsi in armonia con la Luce che porta il Risveglio. Il distacco che il Buddhismo e l’Induismo insegnano significa distacco anche dal desiderio di raggiungere grandi mete spirituali, se questo desiderio si trasforma in attaccamento. Ogni attaccamento infatti, lo dice la parola stessa, è un legame che ci tiene uniti a qualcosa, che ci ancora alla terra; occorre sciogliere ogni legame per poter salire e ottenere la Libertà.


Illuminazione

Gautama  capì che l’Illuminazione non si sarebbe raggiunta con l’ascesi; decise allora di riprendere pian piano a nutrirsi e a muoversi. I cinque compagni che da anni lo seguivano non condivisero però la sua scelta: l’abbandono della vita ascetica sembrava loro una sconfitta e una rinuncia, così lo abbandonarono e proseguirono da soli il cammino. Recuperate le forze e l’aspetto fisico di un tempo, Gautama si diresse verso un boschetto sulle rive di un fiume; si lavò, si vestì e si sedette ai piedi di un albero, deciso a conseguire senza più indugi l’Illuminazione Spirituale completa. In una strenua lotta, sconfisse le ultime resistenze che il buio, personificato dal demone Mara, aveva messo in atto per non perire. Laddove infatti un individuo diventa un Buddha, la Luce trionfa incontrastata nella sua purezza e il Buio non può che ritirarsi sconfitto e morire, poiché non vi è più nulla che lo possa alimentare. Era la notte della Luna piena di Maggio. Gautama aveva trentacinque anni. Al levarsi della luna, si immerse nella meditazione e lì rimase per tre veglie successive. Durante la prima veglia, percorse i vari stadi della meditazione che liberarono il suo intelletto da ogni legame ed impurità; nella seconda passò in rassegna tutte le sue precedenti esistenze e quelle di tutti gli esseri. Vide l’incessante ripetersi di nascite, morti, ri-nascite e tutta la sofferenza che le accompagna. Con la terza veglia, pervenne al supremo e completo Risveglio. Per sette giorni Gotama restò sotto l’albero pippal, detto l’albero della Bodhi, cioè dell’Illuminazione, il cui virgulto cresce ancora oggi nello stesso punto; la Terra e le forze della Natura gioirono della sua vittoria e gli resero omaggio.

Il Dharma

Ora, inondato di luce, di conoscenza e di assoluta pace, il nuovo Buddha poteva porsi al servizio degli uomini e trasmettere al mondo la via della Liberazione dal dolore. Da ora in poi egli avrebbe trascorso il resto della sua vita a diffondere la dottrina, il Dharma. Occorre a questo punto chiarire il significato del termine Dharma. In Asia i buddhisti normalmente non si definiscono “buddhisti”, bensì “seguaci del Dharma”. Con questo termine si indica quella forza spirituale e divina, del tutto impersonale, presente in ogni cosa e che si identifica con l’unica realtà vera – da non confondere con quella che percepiamo comunemente, intrisa di dualità e di forme distinte. Tuttavia il Dharma non è esterno alle cose e agli eventi del mondo, ma in un certo senso è ad essi immanente, come la legge interna che li governa. In senso traslato poi il termine ha assunto anche il significato di “insegnamento del Buddha”, poiché la sua predicazione interpreta e rende accessibile agli uomini la Realtà che è il Dharma e che regola il mondo; il suo parlare è cioè un parlare secondo realtà o verità, è tutt’uno con la Verità.

Per quarantacinque anni – morì infatti a ottant’anni – il Buddha avrebbe percorso il medio bacino del sacro fiume Gange, insieme ai suoi discepoli, mendicando e dispensando gli insegnamenti a tutti coloro che lo desideravano. Le lunghe peregrinazioni si interrompevano soltanto durante il periodo delle piogge, quando tutti quanti si ritiravano in un luogo tranquillo. Fu proprio in questi periodi che nacque la vita monastica e che i discepoli, ascoltando le parole del Maestro, cominciarono a mettere per iscritto i primi testi sacri, gli Jataka, le “Rinascite”, raccolta di racconti sulle precedenti vite del Buddha uniti a pensieri e speculazioni a lui attribuiti.

Nonostante che, col passare degli anni, le forze lo abbandonavano, il Buddha continuò a predicare di villaggio in villaggio e a compiere prodigi straordinari, simili a quelli che cinque secoli più tardi avrebbe mostrato Gesù di Nazareth. Una folla di fedeli, che cresceva di giorno in giorno, lo seguiva lungo il cammino.

Mentre si trovava nella città di Vaiśalī (poco sopra la sponda settentrionale del Gange, a nord di Pataliputra), il Maestro venne avvicinato da una cortigiana che aveva preparato per lui e per i monaci al suo seguito un succulento pasto. Il Buddha accettò il suo dono rifiutando quello dei nobili principi della città, per mostrare a tutti che il valore del gesto, se compiuto con sincerità, prescinde dalle condizioni di chi lo compie.

Successivamente la cortigiana entrò a far parte della comunità femminile e raggiunse lo stato di harant, una condizione di santità che conduce al nirvana. Questo racconto ricorda molto quello evangelico che ha per protagonista Maria Maddalena, anch’ella prostituta che, nonostante la sua disdicevole condizione e le critiche che gli stessi apostoli le rivolgevano, Gesù accolse presso di sé, colpito dalla sua sincerità e dal suo amore.

Al di là di queste analogie, l’episodio esemplifica molto bene il carattere universale dell’insegnamento buddhista, che non fa distinzioni di casta, di sesso e prescinde da ogni pregiudizio sociale. Questo atteggiamento indica la portata rivoluzionari con cui la predicazione buddhista fece il suo ingresso nell’India degli ultimi secoli prima di Cristo, quando ancora il Brahmanesimo, con tutte le sue distinzioni di casta e il suo spirito elitario, era la struttura religiosa e sociale dominante. Fin dall’inizio, i discepoli del Buddha non appartenevano alla casta tradizionalmente dedita alla religione; i primi due pare fossero mercanti carovanieri – e forse neppure indiani -  incontrati lungo il cammino; coloro che poi lo seguirono erano sia ricchi contabili, sia principi e re, sia barbieri, servitori e persone “comuni”.

Ultimi insegnamenti

Giunto ormai ai suoi ultimi giorni di vita e perfettamente consapevole della sua prossima dipartita, il Maestro si preoccupò di impartire gli ultimi insegnamenti, di chiarire i dubbi e dare istruzioni per la Comunità che sarebbe presto rimasta senza una guida. Giunti nella città di Kusinārā (a nord di Vaiśalī, sempre lungo il bacino del Gange), il Buddha si fece preparare da un discepolo un giaciglio tra due alberi gemelli, le cui chiome fiorirono spontaneamente non appena egli vi si coricò sul fianco destro rivolto verso Occidente. «Eccomi divenuto un vecchio cadente; sono al termine del cammino. - disse – Siate di aiuto a voi stessi, non abbiate altra luce che il Dharma, non altro rifugio che il Dharma ». Poi si immerse nella meditazione e immediatamente dopo si spense, raggiungendo quello stato sublime di pace,  perfezione e unione col principio divino che è il Nirvana o l’Estinzione Totale. Ancora una volta la Terra si mise a tremare, gli dèi accorsero e gli alberi fiorirono all’unisono.

La vittoria sul dolore del mondo

«Il  Buddhismo afferma che una persona chiamata “Il Buddha” o “L’Illuminato” riscoprì una saggezza antichissima, addirittura senza età, nel Bihar, in India, tra il 600 e il 400 avanti Cristo circa – la data precisa è sconosciuta. La sua nuova formulazione della saggezza perenne aveva l’intento di contrapporsi a tre mali:
1. La violenza, in tutte le sue forme, doveva essere evitata, dall’uccisione degli esseri umani e degli animali fino alla coercizione intellettuale su coloro che hanno idee diverse.2. L’“io”, o il fatto che un uomo si aggrappi a se stesso come a una personalità individuale, era reputato responsabile di tutte le sofferenze e le pene, che da ultimo sarebbero state definitivamente abolite dal raggiungimento di uno stato di estinzione di sé, tecnicamente noto come nirvāņa.3. La morte era un errore, e poteva essere vinta da coloro che oltrepassavano le “porte dell’Immortalità”, i “cancelli della Non Morte”». (Edward Conze, Breve storia del Buddhismo, BUR, Milano 1985, p. 33)
Ahimsā

Per quanto riguarda il primo di questi punti, la violenza, di qualunque tipo essa sia e contro qualunque creatura sia rivolta costituisce un danno, sia per la persona che la subisce sia per quella che la compie, poiché la Natura è governata dalla legge di causa-effetto, per cui tutto ciò che compiamo produrrà quel frutto, buono o cattivo, che è il Karma. Il nostro attuale modo di agire e di pensare nei confronti del mondo condizionerà profondamente ciò che sperimenteremo in un prossimo futuro, e quello che sperimentiamo nel presente non è che il riflesso di ciò che nel passato abbiamo prodotto. 

Non si tratta tuttavia di un determinismo puro che esclude da sé ogni possibilità di influire  sul proprio destino; al contrario è proprio l'individuo che, nella totale libertà che lo caratterizza, è padrone della propria sorte, la determina e la plasma, volontariamente o involontariamente che sia. La libertà dell'uomo è costantemente attiva e capace di modificare radicalmente il corso del mondo: i frutti che abbiamo prodotto nel passato - scegliendo di agire in un certo modo - certamente presto o tardi torneranno a noi, ma, purificando il nostro pensiero e le nostre azioni attuali non soltanto andremo ad assicurarci un futuro migliore e condizioni di vita favorevoli per la nostra prossima esistenza, ma saremo anche in grado di attenuare potentemente gli effetti di un Karma negativo da noi prodotto nel passato. Quello che può apparire come un determinismo inesorabile, a ben guardare si trasforma in una concezione del mondo in cui la libertà è intrinseca alla natura umana e le possibilità di ogni individuo di determinare il proprio destino sono straordinarie.

Il termine per definire la “non violenza” in sanscrito è ahimsā, che significa l’assenza di desiderio di nuocere a qualsiasi vita. Lo spirito della vita, lo spirito divino che gli Indù chiamano Bráman, vive in ogni essere, dal granello di sabbia all’uomo, passando attraverso tutti i gradi intermedi. Sforzandosi di ritrovare la originaria consapevolezza del fatto che non siamo separati dal resto del mondo, ma siamo al contrario una sola cosa con l’universo, si svilupperà un profondo senso di amore per tutto il creato, nelle sue svariate e mutevoli forme e risulterà addirittura impossibile danneggiare qualche altro essere, sia con la violenza fisica sia con la privazione dell’altrui libertà. Il Cristiano prega generalmente per tutti gli uomini; il Buddhista prega per tutti gli esseri.

L’io

Il secondo punto ci parla di quel qualcosa chiamato “io”, che possiamo intendere come la nostra identità individuale, il senso di essere una personalità piena e completa in se stessa, scissa e indipendente  da tutto il resto del mondo, mondo che ci sembra quindi ‘stare fuori’ di noi. E’ il senso dell’io e l’attaccamento ad esso che ci dà l’illusione che esista un ‘fuori’ e un ‘dentro’ nettamente distinti, che ci spinge a vedere soltanto una minuscola parte della realtà, quella legata alla contingenza e all’interesse personale, e che ci fa credere che il bene nostro sia diverso e in opposizione a quello di tutti. Questo senso di separazione che sperimentiamo costantemente, e che è intrinseco alla natura umana e materiale, è la principale causa del dolore che affligge gli esseri. L’insegnamento del Buddha è una dottrina di salvezza che deriva appunto dal carattere disperatamente insoddisfacente del mondo in cui ci troviamo.

Il Buddhismo riguarda la natura del dolore e nasce dal bisogno di liberarsene una volta per sempre. La sofferenza è un prodotto del nostro attaccamento all’“io’ e alle cose, è generata dall’ego-ismo, cioè da quella prospettiva che pone al centro di tutto l’ego e che ci spinge a considerare questo ego come una proprietà. Tutta la nostra infelicità deriva dall’abitudine di cercare di appropriarci di qualche parte dell’universo, come se fossa nostra, e questo partendo dalla nostra persona e continuando con gli altri esseri, le cose, il pianeta su cui viviamo, la vita stessa. Ecco allora che, da questa illusione sorge il desiderio, eternamente insoddisfatto, di questo o di quello. Il nostro continuo desiderare a sua volta deriva dal credere all’illusione della permanenza delle cose: si ricordi il concetto di Maya, così come è definito dall’Induismo; ogni cosa è impermanenza, è soltanto una manifestazione transitoria della vita, è dunque pura illusione. Il Buddhismo accentua molto l’aspetto pessimistico di questa concezione, cioè il carattere fittizio e dunque falso dell’apparenza e dichiara in maniera molto drastica che il mondo materiale, essendo per sua natura così mutevole, è semplicementeirreale. Perché dunque affidare la nostra felicità ed investire le nostre energie in qualcosa che non è reale, ma è al contrario una specie di fantasma che col suo luccichio attrae gli uomini, legandoli all’inarrestabile ruota delle rinascite? Perché sacrificare il nostro vero bene a una mera illusione?

La prima forma di ignoranza è l’illusione della separazione, della distanza che distingue noi e le cose del mondo dal mondo stesso; questa è poi legata a quell’altra forma di ignoranza che ci spinge a ricercare il permanente in ciò che è di per se stesso transitorio. Il desiderio è alimentato proprio da questa incapacità di vedere la realtà per quella che è.  Ma ogni nostra aspirazione mondana finisce per essere del tutto vana e fonte di sofferenza, poiché, la transitorietà di tutto quanto esiste in noi e intorno a noi ci impedirà sempre di giungere ad una conquista durevole o a una soddisfazione costante. Se in definitiva identifichiamo noi stessi con le ‘cose’ che desideriamo, che crediamo di possedere o con quel qualcosa chiamato ‘io’, ci condanneremo all’infelicità e all’eterno ciclo di morte e rinascita. Alla fine, rimarremo attaccati alle cose del mondo e la morte porterà via tutto quanto eravamo riusciti ad accumulare e ci separerà da tutto ciò che avevamo amato.

Nirvana

L’anima, lontana dalla propria dimora, si sforza sempre di farvi ritorno se non è ostacolata da forze contrarie. Il Buddha ha mostrato il sentiero per risalire le vie del cielo. Il primo grande passo è quello di allontanare da sé il desiderio, ma poiché è impossibile sfuggirlo, occorre ucciderlo. La rinuncia al desiderio è la sola speranza – insegnava Gautama ai suoi discepoli – e tutto il suo insegnamento è volto verso la rinuncia al mondo. Si tratta innanzi tutto di rendersi disponibili e completamente aperti - come un canale libero da ostruzioni -  all’afflusso della forza spirituale che è la stessa realtà vera, la luce, l’energia divina. Così l’“anima” come personalità individuale scompare, poiché riconoscendosi identica all’Essere Universale ogni senso di separazione è dissolto. Allora essa viene riassorbita dal Tutto e realizza a pieno la sua libertà, la sua pace e la sua natura.

Non si tratta affatto di annichilimento, di ‘nulla’ così come noi lo concepiamo: il Nirvāna è uno stato di assoluto vuoto ma paradossalmente di assoluta pienezza, che tuttavia la mente umana non può comprendere. E’ lo stato di realizzazione cosciente dell’Unità della Vita, dove i ‘molti’ sono in realtà ‘uno’. 

A questa consapevolezza profonda segue il completo ritirarsi dell’attività (del movimento, del tempo, della dualità, dello scontro): il dissolvimento entro il Brahman , dentro il “Non-Essere”.

Nella cultura buddhista, il nostro mondo, dominato dal ciclo del samsāra, viene spesso paragonato ad una casa in fiamme, dalla quale ogni persona sensata cercherebbe di allontanarsi al più presto; se l’esistenza samsārica è simile ad un incendio, il Nirvāna è paragonabile allo stato che deriva dall’estinzione di quel fuoco. Nel Suttanipāta (1074-1076), uno dei testi buddhisti più antichi, sta scritto: Come una fiamma trascinata dal vento, /si estingue, raggiungendo ciò che nessuno /può definire, il saggio silenzioso, liberato /da nome-e-forma, va verso la meta, /raggiunge lo stato che nessuno può definire./Quando tutte le condizioni sono eliminate, /si eliminano anche tutti i modi di esprimersi.

“Non-Essere” non è “non-esistenza”, bensì uno stato privo di attributi, di qualità e di attività. Etimologicamente nirvāna significa estinzione, ma anche calma, pace. E’ quindi una sorta di incomprensibile stato senza origine, dunque immutabile e inalterabile, senza luogo e senza tempo, dove si è raggiunto l’estinzione del sé e quindi si è uno col Tutto. La coscienza è allora una specie di coscienza cosmica, inseparabile ormai dalla Verità piena e limpida.

La vita e la morte

Veniamo infine al terzo punto, quello che ci parla della morte e della vita. Il Buddha espresse la convinzione che la morte non sia una componente necessaria della nostra costituzione umana, ma il segno di una mancanza, di qualcosa in noi che non funziona a dovere. Il nostro vero io è in realtà immortale e quella che muore di noi è la parte minore; la causa della nostra esperienza della morte è la distanza  dalla nostra più profonda natura, una forza negativa che ci allontana dal sentiero della libertà, ci proietta davanti un mondo di illusioni che noi scambiamo per realtà, perché siamo oscurati dal buio che ci impedisce di vedere a pieno le cose. I nostri attaccamenti ad una personalità individuale e alle cose ci spingono lontani dalla luce e dalla libertà; inconsapevolmente proprio questi attaccamenti ci portano a tornare su questo mondo, ci rigettano nella catena del samsāra. Per questo il Buddha insegnava che la vita è come un ponte, non conviene costruirvi sopra alcuna dimora; è come un fiume che scorre, alle cui sponde non bisogna aggrapparsi; è una sorta di palestra, che va usata per sviluppare lo spirito; è infine un viaggio, che va compiuto e sperimentato per poi proseguire il cammino e tornare a casa: là dove la nostra vera natura si ricongiunge col Tutto.

Ai discepoli che insistevano nel porgli questioni metafisiche e speculative, Buddha rispondeva con il silenzio, convinto che non è certo con la riflessione speculativa che si potrà raggiungere l’interruzione del ciclo delle rinascite e dunque il nirvāna. Egli diede un importante monito alle filosofie e alla razionalità concettuale: il filosofo viene paragonato ad un ferito che, anziché farsi medicare, vuole sapere chi lo ha colpito, di quale materiale è composta la freccia, e così via. Quest’uomo si perde cioè in questioni irrilevanti, trascurando l’essenziale. La dottrina buddhista è tuttavia carica di questioni speculative, ma la sua intenzione più profonda è semplicemente quella di comunicare le nozioni utili ai fini della liberazione. Così come era solito fare, Buddha affrontò la questione con una parabola, e paragonò la sua dottrina ad una zattera, che serve per attraversare il corso di un fiume, ma che poi viene accantonata una volta raggiunta la sponda sulla terraferma. Il valore dei principi buddhisti vuole quindi essere del tutto strumentale: una volta raggiunto lo scopo, attinta l’Illuminazione, essi si rivelano superflui, per non dire paralizzanti e comunque sempre possibile fonte di fanatismo, di adesione cioè a qualcosa fine a se stessa.

Meditazione

«Il Buddha sedeva per terra, con serena e umile dignità, con il cielo di sopra e intorno a sé, come per indicarci che in meditazione stiamo seduti con un atteggiamento mentale aperto, simile al cielo, e nello stesso tempo siamo ben presenti, radicati nella terra. Il cielo è la nostra natura assoluta, priva di barriere e di confini; la terra è la nostra realtà, la condizione ordinaria e relativa. Con la postura che assumiamo in meditazione colleghiamo assoluto e relativo, cielo e terra come le due ali di un uccello, unendo la natura senza morte e simile al cielo della mente, al terreno della nostra natura mortale, passeggera». (Sogyal Rimpoche, Il libro tibetano del vivere e del morire, Ubaldini Editore, Roma 1994, pag. 64).
Una delle pratiche più importanti di elevazione spirituale è la meditazione, che mira a raggiungere il progressivo controllo della mente. L’obiettivo è distogliere l’attenzione dai normali e quotidiani interessi della mente, per provocare uno spostamento dal mondo sensibile e fenomenico ad una dimensione conoscitiva più sottile e più elevata. Quando le porte dei sensi sono chiuse, la mente bene addestrata scopre dentro di sé il mondo della realtà – laddove, si ricordi, quello in cui solitamente viviamo è considerato illusorio e irreale. Questa ricerca conduce a lungo andare al “Vuoto”, ovvero quello stato di assoluta pace e consapevolezza che, se perseguita in maniera totale, segna il cammino verso il nirvāna

Durante la pratica meditativa, gli aspetti frammentari di noi stessi, solitamente in conflitto tra loro, si acquietano, si fondono pacificamente; la negatività dei nostri pensieri, l’aggressività, le inquietudini e la turbolenza delle emozioni si allontanano. Non si tratta di reprimerle, ma di osservarle come se appartenessero non a noi ma ad un’altra persona, quindi come se non ci coinvolgessero; questo ci permette di guardarle con distacco e perciò comprenderle; attraverso la comprensione e la conoscenza si apre la strada alla liberazione: comprendendo a pieno i nostri limiti li superiamo. Nella calma e nel silenzio, i pensieri e le emozioni sorgono e svaniscono; essi non vanno trattenuti e nemmeno respinti, ma lasciati fluire spontaneamente fino a che ad un tratto vi sarà un attimo di vuoto tra un pensiero e l’altro; quell’attimo, progressivamente prolungato, è il cuore della meditazione.

«Così, qualunque pensiero ed emozione si presenti, lasciate che sorga e svanisca, come un’onda nell’oceano. Ogni volta che vi scoprite a pensare, lasciate che il pensiero sorga e svanisca senza nessuna coercizione. Non afferratelo, non alimentatelo, non abbandonatevi ad esso e non tentate di conferirgli solidità. Non invitate e non seguite i pensieri, siate come l’oceano nei confronti delle onde o come il cielo che vede, giù in basso, le nuvole che lo attraversano.
Scoprirete ben presto che i pensieri sono come il vento, vanno e vengono. Il segreto sta nel non ‘pensare’ ai pensieri, ma di lasciarli passare nella mente senza costruire pensieri sui pensieri.
Percepiamo il flusso di pensieri nella mente ordinaria come una massa ininterrotta. Non è così. In meditazione scoprirete che c’è un intervallo tra un pensiero e l’altro. Quando un pensiero è finito e il prossimo non è ancora sorto, scoprirete che c’è sempre un intervallo in cui si manifesta il Rigpa, la natura della mente. Il compito della meditazione è quindi di lasciare che i pensieri rallentino perché l’intervallo diventi sempre più evidente.» (ibid., pag. 80)

La comunità

Al momento della sua dipartita il Maestro non aveva lasciato nessuna indicazione precisa riguardo l’organizzazione della comunità e all’eventuale successore. Aveva anzi esplicitamente detto che la sua vera e sola guida avrebbe dovuto essere il Dharma, che i monaci dovevano continuare a diffondere con le parole e soprattutto con l’esempio: «Andate, o monaci, a predicare nel mondo la Legge: per il bene di molti, in compassione per il mondo. […] Predicatela nel suo spirito e nella sua lettera. […] Insegnate nella totalità della sua purezza la pratica della vita religiosa.» (Divyavadana).
 
I primi monaci buddhisti seguirono la via della ricerca della salvezza sull’esempio del Buddha: errando a piedi nudi per le foreste, vestiti soltanto di una semplice tunica di tela grezza tinta di ocra - il colore della “rinuncia” -, si nutrivano delle poche cose ricevute in elemosina giorno per giorno, astenendosi dall’ingerire cibi solidi tra mezzogiorno e l’alba del mattino successivo e infine, per il riposo e le lunghe meditazioni, si accontentavano di una grotta o dei grandi alberi frondosi delle foreste. Gli unici beni che possedevano erano tre abiti, la ciotola in cui mangiavano il cibo mendicato, un rasoio per radersi barba e capelli e un filtro per l’acqua.  Esclusi i mesi in cui le piogge portate dai monsoni inondano il territorio indiano e rendono impossibile ogni spostamento, essi viaggiavano di luogo in luogo, per diffondere ovunque la parola insegnata dal Buddha e donare così al mondo lo strumento della salvezza e della liberazione dal dolore.

Essi tuttavia non vivevano in solitudine come gli eremiti, ma, uniti dal bisogno di seguire l’insegnamento di un Maestro, andarono a formare delle vere e proprie comunità (i Sangha) dotate di una propria organizzazione e di precetti assai rigorosi. Il carattere di estrema semplicità primitiva che doveva ispirare la vita del monaco nasceva dall’esigenza di porsi nelle condizioni ideali per praticare la meditazione e soprattutto per realizzare il distacco dalle preoccupazioni e dalle cose del mondo (della vita materiale, sociale, familiare, affettiva, ecc.) indispensabile passaggio per l’elevazione a più alte sfere di esistenza.

La vita nei Monasteri


Il dono elargito dai fedeli era un aspetto fondamentale che legava la comunità dei laici a quella dei monaci. Innanzi tutto l’elemosina e in generale il dono di qualcosa di proprio costituisce un precetto etico e  religioso insieme per il buddhista, perché da un lato sviluppa un senso di non attaccamento verso i beni materiali, cui tutti devono aspirare, dall’altro lato costituisce sempre una sorta di scambio, poiché chi riceve il dono – in questo caso il monaco – ricambierà con un dono ancora più prezioso: la preghiera e la trasmissione della parola insegnata dal Buddha. Il monaco inoltre contribuisce enormemente ad accrescere il benessere, sia spirituale che materiale, dei laici: fornisce continuamente l’esempio di una vita santa, percorsa dalla libertà e dalla serenità di una mente che si pone in atteggiamento amorevole verso tutto ciò che vive. Secondo il pensiero buddhista inoltre la prosperità di un popolo e il fatto di essere risparmiati da guerre, carestie, epidemie dipendevano in larga misura dai monaci e da quelle forze spirituali che essi costantemente attiravano con la loro opera.

Col passare del tempo, soltanto una piccola parte delle comunità monastiche continuò a condurre quella vita errante che era stata tipica dei primi discepoli; i monaci finirono collo stabilirsi nei monasteri che via via vennero edificati, alcuni dei quali erano in grado di ospitare centinaia e persino migliaia di persone. I vasti parchi recintati da mura in cui sorgevano, racchiudevano non solo le dimore dei monaci, ma anche sale di studio e di predicazione, biblioteche, refettori, cucine, magazzini e perfino splendidi santuari (i caitya), gli stupa, ovvero i grandi tumuli funerari innalzati a memoria del Buddha e quasi sempre contenenti una sua reliquia. Le dimore dei monaci, pur non essendo più gli alberi delle foreste o le fragili capanne di un tempo, erano tuttavia minuscole celle fornite di un mobilio a dir poco essenziale; generalmente si affacciavano su di un cortile quadrato, volgendo così le spalle al mondo esterno e alle sue molteplici occasioni di distrazione.
Col trascorrere del tempo, le frequenti donazioni e l’appoggio dei sovrani portarono spesso molti monasteri a diventare proprietari di svariati beni, terreni, denaro e così via. Questo, se da un lato permetteva loro di non dipendere più dalle elemosine giornaliere, dall’altro rischiava di mettere a repentaglio l’auspicato distacco dalle cose di questo mondo. Quasi sempre tuttavia la vita dei monaci rimase fedele alle regole austere delle origini e le eccedenze raccolte dalle donazioni vennero utilizzate per ampliare ed abbellire i templi e gli stupadedicati al Grande Maestro Illuminato.

Canoni

A causa della sua rapida crescita, la comunità buddhista non rimase unita a lungo e non assunse affatto la fisionomia di un tutto monolitico, ma si suddivise presto in una quantità di gruppi e sette, quasi sempre comunque legati dalla pratica di una dottrina sostanzialmente comune. Il Buddhismo, proprio perché il Maestro non nominò mai un successore e non costituì una chiesa, non ha mai avuto un’autorità centrale, simile a quella del Papa o del Califfo. Così, con il formarsi delle diverse comunità, nelle varie parti dell’India e ben presto anche al di là dei suoi sia pur vasti confini, sorsero anche tradizioni locali diversificate, condizionate talvolta dal contatto con altre culture e tradizioni – per esempio quella greco-ellenistica o quella cinese -, talvolta da singoli personaggi e situazioni particolari.

Ogni setta aveva in genere propri canoni, che però sono andati quasi tutti perduti, o perché non vennero mai messi per iscritto, o perché le devastazioni del tempo – guerre, persecuzioni religiose, incendi, ecc. – li hanno per sempre distrutti. Ci sono rimasti soltanto quelli che, dopo la quasi totale scomparsa del Buddhismo in India, avvenuta intorno al 1200 d.C. prevalentemente ad opera dell’invasione islamica, furono portati fuori dal paese, in luoghi come Cylon, in Nepal, e in altri paesi dell’Asia centrale e tradotti nelle varie lingue locali. Quello che oggi possediamo è quindi solo una piccola parte di quanto circolava realmente nella comunità buddhista durante questo primo antico periodo.

La diffusione del Buddhismo

Dopo più di duecento anni dall’Estinzione del Buddha (Mahaparinirvana), quando gran parte dell’immenso territorio indiano era stato per la prima volta unificato sotto la dinastia Maurya, un uomo di nome Aśoka veniva incoronato sovrano del regno, nello sfarzo della grande corte orientale di Pātaliputra (oggi Patnā).

Meno di dieci anni dopo la sua consacrazione al trono (274 a.C.), egli si convertì al Buddhismo grazie ad un venerabile monaco e trasformò il suo regno nella culla di questa religione: ben presto quella che era una relativamente piccola setta di asceti divenne la religione dell’India intera.

Dalle fonti in nostro possesso, la personalità di Aśoka risulta essere assai contraddittoria: alcuni testi ce lo dipingono come un sovrano crudele e molto abile nell’aver utilizzato il Buddhismo per esercitare il proprio potere su sterminati territori e per aver instaurato una politica puritana e paternalistica che, pur celandosi sotto la serena veste della bontà e della devozione, non si asteneva dall’esercitare una violenza fatta di severe punizioni, repressioni e persecuzioni. Secondo altre voci invece egli rappresentò la figura del vero sovrano illuminato, che con l’esempio diffuse ed esercitò sui popoli che governava la dottrina buddhista con autentica sincerità e rispetto per tutte le creature. A quanto pare, Aśoka creò centri teologici e templi, protesse e fece numerose donazioni alle comunità buddhiste, ma anche, da sovrano prudente quale era, al Brahmani e ai Jaina; fece scavare pozzi nei villaggi, edificò ospedali per uomini ed animali, centri per la coltivazione delle erbe medicinali, praticò e promosse attivamente il vegetarianesimo. Condannò le cerimonie rituali e i sacrifici come inutili, volle mettere l’accento sulla carità umana, sull’amore e sul rispetto per tutte le creature. Famosi sono le sue monumentali colonne e le sculture rupestri che fece edificare lungo i confini del suo grande impero, con sopra scolpiti i precetti buddhisti della carità, dell’amore verso tutti gli uomini, del rispetto della Legge e così via.

Aśoka diede un fortissimo impulso all’arte e fece edificare in onore del Buddha un numero enorme di stupa, monumenti derivanti dagli antichi tumuli funerari, destinati a custodire le reliquie del Maestro. Dopo la morte del Buddha infatti, la spartizione delle reliquie ebbe una diffusione enorme e rischiò di trasformarsi in una vera e propria guerra. Secondo le indicazione che lo stesso maestro pare aver lasciato, chiunque si trovasse in possesso dei suoi resti avrebbe dovuto innalzare sopra di essi uno stupa. Aśoka fece dividere le reliquie rimaste in ottantaquattromila parti che vennero distribuite un po’ in tutto il territorio indiano – ed extra indiano - che egli riuscì a ‘convertire’.

Aśoka stabilì il suo potere come un ‘angelo di pace’, come il primo sovrano che tentò di costruire il proprio impero sulla base di una morale e di una dottrina religiosa universali, nonostante fossero sostenute da un corpo d’inquisizione e da un esercito. Il suo sogno di fu quello di riunire sotto un unico scettro tutta l’umanità, grazie a metodi missionari piuttosto che bellici; per questo si impegnò con grande zelo per espandere il credo buddhista al di là delle frontiere del proprio impero e, se possibile, fino là dove i confini del mondo abitato lasciavano il posto all’ignoto. Non realizzò certamente questo sogno titanico, ma riuscì comunque a regnare sul più grande impero conosciuto nella storia dell’India prima dell’impero mongolo.

Piccolo veicolo

A partire dall’epoca Maurya, il Buddhismo iniziò la sua lenta ma feconda espansione nel mondo. Aśoka stesso inviò i monaci missionari dalla veste color zafferano nelle regioni himalayane, in Sri Lanka, Birmania, Thailandia e nei regni ellenistici della Bactriana, dell’Epiro, Siria, Egitto, Macedonia e così via. All’interno ella penisola indiana, l’imperatore riuscì in gran parte nei suoi intenti; al di là di quei confini tuttavia i frutti raccolti si rivelarono piuttosto scarsi, fatta eccezione per l’isola di Cylon (oggi Sri Lanka), dove il Buddhismo, d’allora in avanti, divenne religione di Stato.

 Nei primi secoli dell’era cristiana, esso si divise nelle due principali correnti di pensiero dalle quali poi, per fa si successive, si diramarono altre innumerevole scuole. La prima corrente era l’Hinayana detta anche ‘PiccoloVeicolo’, legata fin dalle origini all'ordine monastico, erede della tradizione buddhista primitiva ed espressione del suo aspetto più ortodosso. Questa corrente è oggi particolarmente presente in paesi come lo Sri Lanka, la Birmania, la Thailandia e la Cambogia.

Grande Veicolo

Nei territori settentrionali invece (Nepal, Tibet, Mongolia, Cina, Corea e Giappone) sorse e si diffuse la corrente detta Mahayana, che rappresenta tutt’ora la forma di Buddhismo più comune. Essa, nello staccarsi polemicamente dalla prima, si diede il nome di ‘Grande Veicolo’, che si riferisce appunto alla dottrina, intesa come veicolo per il progresso evolutivo della persona; ‘grande’ perché considerata superiore rispetto alla corrente Hinayana. Secondo questa nuova impostazione infatti, il Buddha venne considerato non più semplicemente un maestro, ma un’incarnazione del divino e un salvatore dell’umanità. 

L’importanza della sua figura storica venne insomma minimizzata, poiché venne trasformato sempre più in divinità, in incarnazione atemporale del Dharma, della verità: in uno dei testi sacri del Buddhismo, Il Loto della Buona Legge, è scritto che il Buddha esiste da sempre e predica la Legge in ogni tempo, in innumerevoli luoghi e sotto infinite forme. Alcuni versi del Sūtra del Diamante (26a-b) recitano: «Coloro che mi hanno visto sotto la mia forma, /coloro che hanno seguito la mia voce, /hanno errato nei loro sforzi./ Tutti costoro non mi vedranno!/Dal corpo del Dharma si devono vedere i Buddha,/ e la loro guida proviene dai corpi del Dharma.» Il concetto di Buddha, l’Illuminato, subì così un ampliamento e diventò quello di una natura divina presente in ogni essere.

Un altro elemento di discordanza tra l’interpretazione del ‘Piccolo Veicolo’ e quella del ‘Grande Veicolo’ sta nel fatto che quest’ultima affermò che il vero buddhista non si accontenta di pervenire unicamente alla propria salvezza individuale (allo stato di arhant, una sorta di santità), ma decide altruisticamente di intraprendere il lungo e faticoso cammino del Bodhisattva, per la liberazione non soltanto di se stesso ma di tutti gli esseri.

Il Buddhismo Mahayana dall’India nordoccidentale e dall’Afghanistan si diffuse nell’Asia centrale (per esempio nei regni indo-greci della Bactriana) e di qui, seguendo le antiche vie del commercio, raggiunse la Cina, dove incontrò le forme religiose e filosofiche preesistenti del Taoismo e del Confucianesimo e proseguì in una direzione nuova la sua lunga storia. Dalla Cina esso penetrò poi nel Tibet – dove si fuse con i culti e le tradizioni locali, dando vita a quel tipo unico e originale di Buddhismo che è appunto quello tibetano – e, al di là del mare, in Giappone, dove trovò invece la tradizione scintoista.

Il declino in India


Per quel che riguarda l’India, a partire dal 600 d.C. circa cominciò il suo lento declino. Alla dine del XII secolo, all’arrivo degli invasori musulmani, esso sopravviveva soltanto in alcune regioni. Questa scomparsa dalla sua terra d’origine dopo un millennio di vigore è uno dei grandi misteri della storia. Alcune delle forze che entrarono in gioco furono comunque, innanzi tutto, la preferenza che a lungo andare l’aristocrazia indiana manifestò per l’Induismo. Nonostante la supremazia e lo straordinario potere che esso conferiva alla casta dei sacerdoti, questo finì per essere comunque preferibile ad una religione che metteva al primo posto la dottrina e la pratica della non-violenza, fattore questo che dovette influire non poco, soprattutto sulle caste dei guerrieri.
Un altro elemento che certamente contribuì alla sua comparsa quasi totale nella penisola indiana furono le invasioni del V e Vi secolo d.C. Prima gli Unni, poi i Turchi e infine i Musulmani bruciarono le città e i monasteri, cancellando così le tracce che custodivano la saggezza buddhista. Nel frattempo tuttavia esso si era già ampiamente diffuso in molte parti del mondo, dove aveva assunto forme sue proprie - e talvolta assai diverse da quelle originarie -, intrecciandosi e confrontandosi con quelle forme spirituali che in ogni paese preesistevano al suo arrivo.