“ Be the Change that you want to see in the world. ” ...is by Mahatma Gandhi...

22 aprile 2010

Arjuna & Bhagawad Gita




Il maestro Dronacarya osserva il suo discepolo Arjuna, la cui mira è fissa sull’occhio del suo bersaglio.

"Che cosa vedi?" chiese il saggio Drona ai suoi giovani studenti uno dopo l’altro. Il Mahabharata racconta un episodio in cui Dronacarya mise alla prova i suoi studenti, tra i quali erano compresi i cento figli di Gandhari e i cinque Pandava.

Per valutare la loro maestrìa nelle abilità marziali, Dronacarya fissò un uccello di legno in cima ad un albero e chiese ad ogni principe di prepararsi ad abbatterlo.

Mentre prendevano la mira, Dronacarya chiedeva loro di descrivere quello che vedevano. La maggior parte dei principi descrisse quello che vedeva includendovi il giardino, l’albero, i fiori, il cielo, il ramo a cui era fissato l’uccello e l’uccello stesso.

Il guru Dronacarya allora chiese loro di farsi da parte e ad Arjuna di venire avanti. Arjuna disse che vedeva solo l’occhio dell’uccello. “Un guerriero dovrebbe vedere solo il suo bersaglio,” disse Drona ai suoi studenti.

Senza attendere che Arjuna scoccasse la freccia, Dronacarya si sentì soddisfatto non solo perché Arjuna era il suo studente preferito, ma anche perché sarebbe migliorato fino a diventare degno di essere chiamato il miglior arciere del mondo.

Arjuna dimostrò la sua grandezza grazie soltanto ad un’appropriata concentrazione. L’insegnamento di Dronacarya ha messo in risalto il giusto modo di affrontare un problema, un argomento che ha implicazioni più vaste. La particolare concentrazione di Arjuna lo mise in grado di acquisire grande maestria nel tiro con l’arco, come viene descritto in tutto il Mahabharata.

Comunque, se letta metaforicamente, questa ferma concentrazione si può applicare alla coscienza di Krishna, in cui Krishna è il fine ultimo. Il servizio devozionale o bhakti-yoga porta il corpo, la mente e i sensi a concentrarsi esclusivamente su Krishna. Invece di lanciare frecce dirette ad un bersaglio d’argilla o di legno, la nostra pratica giornaliera ci educa a coltivare un’amorosa devozione per Krishna e a dirigere le nostre attività al Suo piacere.

Krishna nella Bhagavad-gitaespone la scienza del bhakti-yoga ed anche il contesto della conversazione tra Krishna ed Arjuna è in linea con il tema di una ferma concentrazione.

Arjuna è costretto a confrontarsi con tutti i suoi dubbi, sia spirituali (nella conversazione con Krishna) sia pratici (in termini della più ampia narrativa delMahabharata) e a concentrarsi sul suo scopo e su come conseguirlo. Le domande rivolte a Krishna diventano progressivamente più dirette ad ottenere una comprensione e una realizzazione sempre più elevate. La conversazione si svolge al centro del campo di battaglia, che può simboleggiare sfide fisiche ed emotive di varia natura.

Arjuna è chiamato a superare l’attaccamento emotivo per il suo maestro, per il nonno e per i parenti che gli stanno di fronte dall’altra parte del campo di battaglia. Arjuna, ricevendo la conoscenza spirituale da Krishna, supera questi attaccamenti, vede la coscienza di Krishna come il vero scopo e s’impegna ad agire nel bhakti-yoga. La situazione di Arjuna rappresenta simbolicamente lo stato dell’anima condizionata — costantemente coinvolta nella lotta con la natura materiale e tentata da ogni parte da varie attrazioni.

Krishna gli dice di limitarsi a compiere il suo dovere per amore Suo, senza essere attaccato al risultato delle sue azioni. Krishna ci chiede di fare lo stesso. L’essenza della vita devozionale è concentrarsi sul Signore, dedicando tutto al Suo piacere. La tendenza naturale dell’essere vivente è di amare ed essere amato, ma in generale questa propensione viene deviata verso oggetti di un temporaneo piacere dei sensi. Poiché gli esseri viventi sono parti del Signore Supremo, Krishna, conoscenza significa riconoscere questa eterna relazione ed agire con questa coscienza.

Quando Krishna diventa il centro della nostra esistenza, si sviluppa il puro amore che culmina in una totale arresa a Lui. Krishna vuole la nostra resa e reciproca con noi in base al nostro grado di sottomissione. L’unica ragione per cui Si comporta così è dare la comprensione con cui tornare a Lui a “coloro che Mi servono sempre con devozione e amore.” (Bhagavad-gita 10.10)

IL MEZZO E LO SCOPO

Pertanto possiamo comprendere che la coscienza di Krishna non è solo lo scopo ma anche il mezzo per ottenerlo: il costante ricordo di Krishna e il servizio dedicato a Lui e ai Suoi devoti purificano l’anima condizionata. L’anima perde attrazione per il mondo materiale temporaneo che la lega con le sue illusioni. Ricordando sempre Krishna, si può trascendere le reazioni karmiche e il ciclo eterno di nascita, morte, vecchiaia e malattia. Colui che raggiunge la dimora di Krishna, Goloka Vrindavana, non deve più ritornare nel dominio materiale.

Il servizio devozionale è anche il modo per ottenere risolutezza nel servizio devozionale. La pratica del servizio devozionale richiede attenzione e cura per evitare le offese, come il giardiniere che protegge le piantine che crescono togliendo le erbacce. Con una pratica regolare e attenta, il servizio devozionale dà origine ad un servizio devozionale migliore. Srila Prabhupada ha insegnato che cantare i nomi di Krishna contenuti nel maha-mantra Hare Krishna significa chiedere al Signore di essere impegnati nel servizio devozionale.

Nella vita spirituale la pratica più elevata è essere l’umile servitore del servitore del Signore.

Il dizionario definisce la parola inglese goal come l’oggetto a cui sono diretti i nostri sforzi e le nostre ambizioni. Goal indica anche la destinazione di un viaggio e una definizione poco conosciuta lo lega alla pratica del tiro con l’arco come “punto a cui si mira”. Queste definizioni contengono l’essenza della coscienza di Krishna: Krishna (ivi compreso il Suo nome, la Sua forma, i Suoi divertimenti, la Sua parafernalia e i Suoi compagni) è il fine di tutte le attività: Krishna in effetti è il fine ultimo, e ciò significa che significa che Egli è lo scopo degli scopi.

Se restiamo concentrati su di Lui, sicuramente Egli ci aiuta ad avvicinarci a Lui e ad ottenere la nostra posizione naturale: una pura relazione d’amore con Lui nel mondo spirituale sempre pieno di felicità. Srila Prabhupada ha sottolineato l’importanza di mantenere Krishna in primo piano nella mente, che, come egli dice, può essere facilmente educata se fissa in Krishna. Egli paragona la mente cosciente di Krishna ad una fortezza protetta da un esperto generale.

Se ci concentriamo su Krishna, Egli proteggerà la nostra mente da nemici come la lussuria, l’avidità e la collera e noi infine saliremo sulla piattaforma del puro servizio devozionale. Con un traguardo unico e fisso il percorso è chiaro e diretto. Questo è confermato nello Srimad-Bhagavatam (1.2.14) che ci consiglia di ascoltare e glorificare il Signore “con un’attenzione fissa solo in Lui”.

Un’attenzione fissa su un unico oggetto comporta che il corpo, la mente e le parole siano dirette allo stesso fine proprio come le note musicali devono essere eseguite nella stessa tonalità per produrre un suono armonioso. Srila Prabhupada afferma: “I devoti devono vivere una vita totalmente onesta da tutti i punti di vista, del corpo, della mente e delle parole.

Questi semplici metodi permettono di portare la vita spirituale al suo livello più elevato.” (daAlla ricerca del fine ultimo della vita) Krishna nella Bhagavad-gita (9.18) afferma che Egli è il fine ultimo: “Sono la meta il sostegno, il maestro, il testimone, la dimora, il rifugio e l’amico più caro.”

Per ottenere la perfezione della vita spirituale è necessario conoscere il fine ultimo e concentrarsi per ottenerlo con la precisione con cui Arjuna prendeva la mira per le sue frecce. Comunque, come Srila Prabhupada espone nella spiegazione a questo verso, dobbiamo prima conoscere la meta appropriata. “Gati indica la destinazione da raggiungere.

Sebbene la gente lo ignori, il fine ultimo è Krishna e chi non conosce Krishna è sviato e compie solo falsi progressi parziali o perfino illusori, “che danno allucinazioni”.” Se non sono guidate in modo opportuno le persone s’impegnano in molte attività insensate e malvagie, ma le Scritture e i leader spirituali ci indicano che il nostro vero svarthagati, o scopo della ricerca interiore, è Krishna.

Proprio come il giovane Arjuna riconobbe giustamente l’occhio dell’uccello come suo bersaglio ignorando ogni altra cosa, così noi dobbiamo conoscere il nostro fine ultimo e il modo di raggiungerlo.

IL FINE DELLA MEDITAZIONE, DELLA CONOSCENZA E DELL’AZIONE

La Bhagavad-gita afferma che Krishna è il fine di tutti i percorsi spirituali anche se essi possono essere incompleti o indiretti. Il Suo aspetto localizzato di Paramatma (Anima Suprema) è lo scopo del dhyana-yoga (meditazione); la conoscenza della Sua supremazia è la realizzazione definitiva del jnana-yoga (conoscenza); e l’offerta dei frutti delle proprie attività è lo scopo definitivo del karma-yoga (azione in coscienza di Krishna).

Tuttavia, nonostante questi differenti percorsi che portano a Lui, la vera conoscenza di Krishna è estremamente rara: “Tra migliaia di uomini forse uno cercherà la perfezione e tra coloro che la raggiungono, raro è colui che Mi conosce veramente” (Bg. 7.3) Gli yoga della meditazione, della conoscenza e dell’azione raggiungono la loro perfezione nel bhakti-yoga o servizio devozionale.

A proposito della conoscenza spirituale, per esempio, Krishna dice: “Soltanto con il servizio devozionale è possibile conoscere Me, il Signore Supremo, così come sono. E quando si diventa pienamente coscienti di Me grazie a questa devozione, si può entrare nel regno di Dio.” (Bg. 18.55) Il servizio devozionale ci offre l’unico percorso diretto verso Krishna, come un ascensore che sale direttamente all’ultimo piano di un edificio evitando tutte le fermate intermedie.

La bhakti è la chiave per poter avere successo nell’ottenere il fine ultimo. Krishna la chiama “la via imperitura” e coloro che la seguono sono “molto, molto cari” a Lui. (Bg. 12.20)

IL PERCORSO PER QUESTA ERA

Sri Caitanya Mahaprabhu, che è Krishna nella forma del Suo devoto, raccomanda il canto del maha-mantra Hare Krishna come unico percorso di liberazione nel Kaliyuga, l’attuale era di discordia e d’ipocrisia. I nomi di Krishna sono uguali a Lui. Perciò cantare con molta attenzione avendo cura d’evitare nama-aparadha (offese al santo nome), è la chiave per allontanare i desideri materiali e simultaneamente coltivare quelli spirituali.

Qualsiasi siano le circostanze esterne, ognuno può cantare e il canto è un metodo sicuro per progredire spiritualmente lungo il cammino verso il fine ultimo. I canti devozionali del devoto del sedicesimo secolo Srila Narottama Dasa Thakura sottolineano in modo esclusivo la devozione per Krishna. Egli canta: “Cantando ‘O Krishna! O Krishna!’ Vagherò in estasi, non pensando a nient’altro che a Te. Radha-Krishna sono il mio scopo nella vita e nella morte e i maestri, i padroni del mio respiro.”

In un altro canto egli afferma che la vita di una persona è sprecata se non trae vantaggio dal metodo spirituale che Krishna dà per ritornare da Lui. “O Sri Hari, Sri Hari, ho sprecato la mia vita. Sebbene abbia ottenuto una nascita umana, ho rifiutato di adorare Radha e Krishna e in questo modo ho consapevolmente bevuto del veleno.” Narottama mette in guardia contro il pericolo di sprecare la preziosa forma umana senza perseguire il fine ultimo.

Tra le 8.400.000 specie di vita solo la forma umana dà l’opportunità di fare progresso spirituale. Come lo Srimad-Bhagavatam afferma, jivasya tattva-jijnasa: lo scopo della vita è fare domande sulla Verità Assoluta, Krishna.

Il risultato delle domande sulla Verità Assoluta è l’impegno nel servizio devozionale al Signore. Indipendentemente da come una persona si guadagna temporaneamente da vivere, l’unica vera ed eterna occupazione di una persona cosciente di Krishna è il servizio devozionale. Questa è infatti la posizione costituzionale di tutti gli esseri viventi. Nello stesso modo in cui sfregare un fiammifero fa uscire la sua qualità latente di fuoco, così il servizio devozionale sviluppa le qualità devozionali che sono necessarie al puro amore per Dio.

La Caitanya-caritamrita elenca ventisei qualità di un devoto ed una di queste è sthira, essere fissi nel servizio devozionale. Questo è un altro modo per descrivere “un’attenzione diretta solo ad un punto”. Anche affrontando difficoltà estreme, un devoto fisso nel servizio devozionale non può essere turbato.

COME IL GANGE CHE SCORRE VERSO IL MARE

Le preghiere della regina Kunti, la madre dei cinque Pandava, sono un eccellente esempio di pura devozione. Ella ricorda che la sua famiglia aveva superato più volte ostacoli apparentemente insormontabili. Con purezza prega Krishna e chiede perfino di sperimentare di nuovo le disgrazie in modo da poterLo ricordare costantemente. Krishna è l’unico rifugio per i Suoi devoti.

La Regina Kunti in definitiva chiede che la sua mente sia fissa esclusivamente su di Lui, come l’acqua del Gange scorre verso l’oceano senza ostacoli. Vera fermezza significa che indipendentemente dalle situazioni esterne, il devoto non oscilla nell’eseguire il servizio devozionale. La Bhagavad-gita presenta l’immagine di una candela in un luogo senza vento per illustrare la serenità di una tranquilla mente cosciente di Krishna e Krishna ritiene che colui la cui mente è fissa sulla Sua forma personale sia “il più perfetto”. (Bg. 12.2)

Krishna è conosciuto come Adhoksaja, “la Trascendenza Suprema”, e pertanto non può essere raggiunto e nemmeno compreso con i sensi materiali. Krishna non può essere visto nemmeno con i più avanzati tentativi tecnologici, ma ad una persona qualificata Egli rivela Se Stesso.

Le pratiche della coscienza di Krishna — come l’ascolto, il canto e il ricordo — aiutano a spiritualizzare i sensi ed educano la mente a restare fissa su Krishna. I devoti che fissano la loro mente esclusivamente su Krishna attraggono la Sua attenzione e “senza dubbio, vivono sempre in Me” (Bg. 12.8)

IL RUOLO DEL GURU

Si può ottenere questa perfetta concentrazione solo per la misericordia del maestro spirituale, che dà istruzioni spirituali per aiutare il discepolo a progredire sul sentiero della pura devozione. Una ferma fede nel maestro spirituale è essenziale per ottenere lo scopo finale, Krishna. Soddisfacendo il maestro spirituale, il rappresentante di Krishna, si soddisfa Krishna.

Come Visvanatha Cakravarti Thakura insegna nelGurvastakam: “Per la misericordia del maestro spirituale si riceve la benedizione di Krishna. Senza la grazia del maestro spirituale non si può fare alcun avanzamento. Perciò soddisfare il maestro spirituale è essenziale per raggiungere il fine ultimo. Colui che offende il maestro spirituale perderà la sua rotta fissa diventando come una barca senza capitano. Il maestro spirituale viene paragonato al capitano della nave con cui il discepolo attraversa l’oceano della sofferenza materiale.

Senza un capitano che faccia navigare la nave sulla rotta opportuna si resta senza direzione, non si può restare fissi nel servizio devozionale e raggiungere il fine ultimo. Aiutando il discepolo a restare fisso sul percorso del servizio devozionale, il maestro spirituale conduce il discepolo a casa da Dio. Krishna ci ha dato il libero arbitrio ed ci dà l’opportunità di ritornare alla nostra posizione costituzionale originale, liberi dall’illusione e dalla sofferenza.

Egli risiede nel nostro cuore ed aspetta che torniamo da Lui. Utilizzando il rifugio offerto dal Movimento Hare Krishna, ricordiamoci della precisione delle frecce di Arjuna e usiamo a nostro vantaggio l’opportunità di dirigere i nostri sforzi devozionali verso fine ultimo.

Mohini Radha Devi Dasi si è laureata in Letteratura inglese presso la Columbia University, È discepola di sua santità Gopala Krishna Goswami ed è moglie di Narada Rishi Dasa. Vive con suo marito nell’Hare Krishna Land a Mumbai in India, dove offrono servizio nel tempio. Ella insegna alla Bhaktivedanta Mission School.

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(Tratto da Ritorno a Krishna)

Fonte: Mirare al bersaglio supremo di Mohini Radha Devi Dasi