“ Be the Change that you want to see in the world. ” ...is by Mahatma Gandhi...

22 settembre 2010

L'equilibrio degli opposti

L’ equilibrio degli opposti nell’equinozio d’autunno, oggi 22 settembre 2010. Luna piena....

22 settembre - Equinozio d’autunno 
L’Estate lascia il passo all’Autunno, e questo non è solo un momento dell’anno, ma qualcosa di più importante. È anche una dimensione della vita di ogni essere vivente, che si muove lungo le proprie stagioni dalla primavera, attraverso l’estate, per giungere all’autunno, e infine all’inverno.

Si nasce, si cresce, ci si sviluppa e si ritorna alla Madre Terra, nell’eterno ciclo delle rinascite.

Questi momenti di passaggio segnano sempre un punto di svolta, anche quando non ne siamo esplicitamente consapevoli, e dimostrano che noi siamo parte di qualcosa di grandioso, di eterno, di Divino, la scintilla di Luce è sempre dentro di noi…

Gli Antichi celebravano in modo particolare questi momenti dell’Eterna Trasformazione e anche noi, se riusciamo a trovare un momento di raccoglimento per soffermaci su di essi, possiamo imparare qualcosa dalla parte più profonda della nostra Anima.

La parola “equinozio” deriva dal latino e significa “notte uguale”. Gli equinozi di marzo e settembre sono i due giorni di ogni anno in cui il giorno e la notte hanno la stessa durata.

Per definire esattamente la lunghezza del giorno, l’alba comincia quando il sole ha superato di metà l’orizzonte e il tramonto finisce quando il sole è di metà sotto l’orizzonte. Usando questa definizione, la lunghezza del giorno è esattamente 12 ore.

Il giorno e la notte hanno in questo giorno una durata perfettamente uguale, le forze di luce e tenebra sono in perfetto equilibrio.

Dal giorno seguente, e fino al successivo equinozio di marzo, nel nostro emisfero saranno invece le tenebre a prevalere, con massimo nel giorno del solstizio di dicembre, mentre a sud dell’equatore accadrà il contrario.

Questo è il normale gioco di alternanza delle forze contrapposte, ma anche complementari, che regola la vita del Cosmo, e che, come chiunque può osservare facilmente, si manifesta in tutte le situazioni della vita.

Luce e tenebra, caldo e freddo, secco e umido, espansione e contrazione, crescita e caduta, ascesa e discesa, veglia e sonno sono solo alcune delle manifestazioni di questo gioco cosmico che alterna le due polarità opposte, che l’antica saggezza cinese definiva, e definisce tuttora, Yin e Yang.

La simbologia stagionale dell’equinozio, dunque, realizza l’unione delle forze; unisce le anime ed i cuori allo scopo di realizzare il doppio nel segno dell’amore.

All’insegna di questo amore ci si augura che l’autunno, con il suo equinozio “equilibrio degli opposti”, sia portatore di scelte oculate ed equilibrate in tutti i campi, politico, sociale ed economico, nell’ottica di vivere meglio e di rispettare la natura, che con i suoi cicli, ha sempre da insegnarci.

Il giorno dell’equinozio è importante proprio perchè è l’unico momento dell’anno in cui queste forze sono esattamente equilibrate, e sappiamo quanto sia importante l’equilibrio degli opposti.

Anticamente i quattro giorni-cardine dell’anno, vale a dire i due equinozi e i due solstizi, erano celebrati per i loro significati relativi proprio a questo gioco di alternanza che sta alla base dell’esistenza, con tutto ciò che ne consegue anche sul piano pratico.

Il mondo moderno si è dimenticato ormai dei cicli cosmici, preso com’è dalla frenesia competitiva e materialistica.

Ma nulla impedisce, a chi è consapevole di tutto questo, di celebrare con le modalità che crede, un piccolo rito individuale o collettivo, una meditazione o quant’altro, l’equilibrio degli opposti che si verifica nei giorni dell’equinozio.

Calendario dell’Anima di Rudolf Steiner:
“Ora posso appartenere a me stessoe luminoso spandere luce interiorenell’oscurità dello spazio e del tempo.L’essere della natura volge al sonnole profondità dell’anima devono vegliaree deste portare gli ardori del Solenei freddi flutti dell’inverno.”

SINTESI DEGLI OPPOSTI E PSICOTERAPIA

Articolo [Anno I, n° 1. Marzo 2000]
Di Anna Maria Finotti, psicologa e psicoterapeuta, docente della Scuola di Psicoterapia Psicosintetica SIPT; vive e lavora a Bolzano.
To accept the concept of polarity means to use, instead of the principle of non contradiction, on which Aristotelian logic and scientific thought is based, the principle of complement. Freud expressing the characteristics of the functioning of the unconscious system, puts in the first place the absence of mutual contradiction.
This is a principle on which all clinical observations agree since they revealed the coexistence of opposite emotions towards the same object, which has been called ambivalence. Assagioli, having explained the concept of polarity in his work: “Balancing and synthesis of opposites”, proposes it as an indispensable therapeutic technique in the psychosynthetic progress.
Infect to integrate the opposites means to put in action a vital and evolutional process both at personal and social level.
Lo scritto di R. Assagioli 

L’equilibramento e la sintesi degli opposti, nonché il paragrafo dell’ Atto di volontà: Il principio e la tecnica della sintesi, integrati con alcune note sull’argomento conservate nell’Archivio (28. 5/6), ad una lettura meditata, nonostante l’apparente limitatezza del loro sviluppo, si rivelano essere uno dei contributi più originali della psicosintesi alla psicoterapia.

Ma non solo: il concetto di polarizzazione viene definito da Assagioli come “una delle chiavi più utili per la comprensione di noi, degli altri, dei rapporti reciproci, dei popoli, delle epoche, dei cicli, ecc”, ma anche “la guida per prendere la giusta posizione e il più importante segreto della vita , di continua applicazione”.

Quest’ultima affermazione ”il più importante segreto della vita” esalta il concetto di polarità che si rivela essere la forma stessa della vita, almeno come essa si manifesta a livello umano. Esso sottostà infatti a tutta la manifestazione, per cui ogni cosa che esiste, ogni evento, ogni fenomeno ha il suo opposto, tutto è duplice, tutto è bipolare, come se l’Uno si fosse scisso in due e nostro compito fosse quello di mettere in relazione il due per ritrovare l’Uno.

Il concetto stesso di energia presuppone il principio di polarità, in quanto non c’è energia se non c’è differenza di potenziale, per cui una visione dinamica della vita psichica presuppone di per sé differenze di potenziali, date da molteplici coppie di opposti, che si esprimono ai vari livelli sia fisico che emotivo che mentale, all’interno della personalità, e a livello interpersonale, quando consideriamo la sua dimensione relazionale.

Il processo di crescita, di evoluzione della nostra personalità dipende dalla dinamica tensione di molteplici polarità, per i quali è necessario trovare livelli di sintesi via via più differenziati: corpo-psiche, conscio-inconscio, attività-passività, introversione-estroversione, inferiorità-superiorità, emotività-razionalità, sen sualità-spiritualità, aggressività-amore, maschile-femminile, Io-Tu (anche all’ interno del rapporto terapeutico) e via dicendo.

Sul piano logico accettare il concetto degli opposti significa sostituire al prin cipio di non-contraddizione, su cui si basata logica aristotelica e tutto il pensiero occidentale, il principio di complementarietà e questo può avete conseguenze inimmaginabili non solo per la interpretazione del mondo fisico, ma anche del fenomeno uomo.

Nel formulare le caratteristiche di funzionamento del sistema inconscio Freud pone al primo posto l’assenza di contraddizione mutua, per cui “i contrari non vengono tenuti separati, ma anzi vengono trattati come identici, ragione per cui nel sogno ciascun elemento può anche significare il suo opposto. Alcuni glottologi hanno scoperto che questo si verificava anche nelle lingue più antiche, nelle quali coppie di contrari come forte-debole, chiaro-scuro, alto-profondo venivano espresse con la stessa radice” (Compendio 1938 in Opere XI. p. 595-96).

Matte Blanco nel suo studio L’inconscio come insiemi infiniti, affrontato utilizzando una lettura logico-matematica, conferma non senza qualche esitazione questa caratteristica e dichiara di essere arrivato dopo anni di incertezza alla sua formulazione, in quanto ”sebbene la sospensione del principio di contraddizione. sembri non solo un legittimo, ma inevitabile corollario del principio di simmetria, una volta postulato, si apre davanti a noi un mondo ‘logico’ completamente nuovo”(op. cit. p. 52).

Questo spiega lo smarrimento, le riserve, le critiche di fronte alla proposta di riconoscimento di tale concetto, che viene rigettato dalla nostra cultura direi per tre ordini di motivi:

1- perché si è ritenuto che accettare il principio di contraddizione possa determinare lo smantellamento dei principi stessi della logica, mentre si tratta non di rinunciare a una visione logico-oggettiva della realtà, ma di integrarla con una visione dialettica;

2- perché il principio di non-contraddizione è passato nel pensiero tomistico e da esso nel pensiero cattolico, che si è violentemente opposto al dualismo manicheo, in quanto sul piano etico ci pone di fronte al grande problema della complementarietà del bene e del male, che richiede una sensibilità morale molto matura per essere affrontato;

3- perché si è andato strutturando nell’area occidentale una specie di superego collettivo, determinato da una salda alleanza su questo aspetto tra scienza e religione, sicché il principio di non-contraddizione ha assunto anche una connotazione morale, per cui ci è stato insegnato a ragionare in termini di o-o e mai di e-e.

Quanto ho detto spiegherebbe perché l’Oriente, estraneo alla nostra storia, sia rimasto aperto nel suo pensiero e nella sua cultura al concetto degli opposti, che era peraltro presente nel pensiero prearistotelico da Eraclito a Platone e che attraverso Cusano, Bruno, Hegel e l’idealismo romantico è arrivato fino a noi.

La fisica moderna sembra aver peraltro riscoperto questo principio quando, evidenziando la struttura energetica della materia, ci dice che esiste una equivalenza tra materia ed energia e a livello subatomico tra corpuscolo e onda, che appaiono aspetti di una stessa realtà, contrari e insieme tra di loro complementari. Questa natura duale è propria anche della luce, che sembra il fenomeno più immateriale che ci è dato di sperimentare.

Cogliere l’uno o l’altro dei due aspetti dipende dalla prospettiva, in cui ci poniamo e dalla quale possiamo leggere la realtà secondo una visione statica o secondo una visione dinamica. L’impostazione positivistica della scienza, nello sforzo di una valutazione oggettiva dei fenomeni, l’ha esclusa da una valutazione dialettica degli stessi, che ora sembra si stia recuperando.

Essendo il principio di contraddizione proprio del linguaggio dell’inconscio, con esso si è incontrata tutta la psicologia analitica, che nella osservazione clinica ha rilevato la presenza simultanea nella relazione con uno stesso oggetto di tendenze, sentimenti e giudizi opposti. A tale polarità psichica, che presuppone atteggiamenti contrari, Bleuler ha dato già nel 1910 il nome di ambivalenza, distinguendola in affettiva e intellettuale e Stekel nel 1911 ha parlato di ”bipolarità insita in tutti i fenomeni psichici”(Die Sprache des Traumes p. 535). Per Bleuler l’ambivalenza gioca un ruolo determinante nella genesi delle nevrosi ed è uno dei più significativi sintomi della scissione dell’Io, che caratterizza la schizofrenia.

Freud riprese il concetto di ambivalenza affettiva per indicare soprattutto la coesistenza in uno stesso soggetto di sentimenti di amore e odio nei confronti di un oggetto, ma parla anche di ambivalenza a proposito della coppia di opposti attività/passività inPulsioni e loro destino del 1915.

La scuola freudiana ha poi evidenziato questo fenomeno nella normale evoluzione della libido nel bambino sia nella fase orale che anale, soprattutto nel momento della comparsa dell’aspetto sadico, sia all’interno della situazione edipica nella fase genitale, come postulato anche da Freud. L’ambivalenza è stata messa in relazione con la nascita dell’oggetto e analizzata come momento culminante dell’adolescenza, quando si gioca il processo di individuazione-separazione.

Jung nella sua Energetica del 1928, spostando il concetto di energia dal inondo fisico a quello psichico, introduce come legge quella della dinamica degli opposti, che si manifesta per coppie di contrari, e ad essa dedica larga parte della sua riflessione, ma anche Freud nel 1926 in Inibizione, sintomo, angoscia tendeva ad accrescere l’importanza della ambivalenza nella teoria e nel trattamento del conflitto, per cui la formazione dei sintomi nevrotici era già vista come un tentativo di apportare una soluzione a tale conflitto.

Assagioli si inserisce coi suoi scritti in tale dibattito (e sarebbe interessante poter datare le sue prime riflessioni sull’argomento), dandogli subito un respiro più ampio, parlando da un lato di ”legge universale di polarità” e dall’altro, col pragmatismo che lo distingue, chiedendosi come rendere funzionante questo principio, al di là della teoria, all’interno della personalità e alla luce del modello psicosintetico.

Egli, dopo aver affermato che è ”un principio importantissimo da ben chiarire e scoprire”, distingue subito tra polarità orizzontale, che definisce vera polarità, in quanto si tratta di energia della stessa natura o genere, che si manifesta a gradi di intensità di versi, e polarità verticale, che mette a confronto energie differenti per genere e qualità.

A questo proposito scrive al Keiserling. che si occupava dell’argomento da un punto di vista filosofico, in una lettera del 14 agosto 1938: “si potrebbe dire che la polarità in senso stretto è un rapporto tra ‘poli’ esistenti sopra uno stesso piano e quindi ‘orizzontale’, mentre quello tra Spirito e Materia, tra Immanifesto, Incondizionato, Trascendente e Manifestazione, Espressione è un rapporto qualitativamente diverso, ‘verticale’ ” (A.28. 5/6).

Questo chiarimento se ne tira dietro un altro, su cui Assagioli insiste, che è quello della integrazione orizzontale, che chiama compromesso e di quella a livello verticale, che chiama sintesi, sottolineando la loro differenza, analoga a quella che esiste tra miscuglio e combinazione nella chimica.

Queste osservazioni ci permettono di capire che non si arriverà ad una vera sintesi verticale, se prima non riconosciamo, mettiamo a confronto e integriamo gli opposti su un livello orizzontale, affinché esso possa essere trasceso verticalmente. Ciò è da tenere presente sia in una psicoterapia che nell’autoformazione, onde evitare fughe anticipate nel transpersonale, che è un pericolo insito nell’approccio psicosintetico.
Sul piano terapeutico sappiamo che, se la rimozione del polo opposto riesce, subentra la dissociazione, la rottura dell’unità con se stessi, donde deriva una mancata autorealizzazione e una possibilità di nevrosi.

Sappiamo che queste enunciazioni non sono facili da tradurre nel percorse da effettuare col paziente, in quanto il primo passo presuppone il riconoscimento delle pulsioni rimosse, dei bisogni negati, che costituiscono il terreno che alimenta l’ambivalenza fino a diventare il nostre opposto oscurato, Ma sappiamo anche quanto l’Io si difenda dall’ansia di rischiare di perdere una sia pur falsa identità e dal pericolo di esporsi a una ferita narcisistica, tanto che spesso preferisce pagare col sintomo e con la rinuncia alla propria autorealizzazione.

A livello clinico l’ambivalenza risulta più profonda nella subpersonalità schizoide, che si basa sui meccanismi di difesa più arcaici della scissione e della proiezione. È soprattutto attiva nella subpersonalità ossessiva, che, basandosi su un atteggiamento superegoico, utilizza tutti i meccanismi di evitamento, tra cui soprattutto quelli di isolamento e di formazione reattiva, in funzione di un controllo degli aspetti rifiutati. Il meccanismo di negazione è prevalente invece nella subpersonalità depressa, che tende a negare la propria aggressività, mentre la subpersonalità isterica copre la negazione col meccanismo della ipercompensazione.

Sempre per analizzare le difficoltà che incontriamo sul piano clinico, lavorando sugli opposti, sappiamo che anche il transfert, specie se negativo, serve a coprire le resistenze, in quanto, basandosi su un meccanismo proiettivo, evita al paziente di assumere su di sé le parti rifiutate, che vengono attribuite al terapeuta. In effetti il transfert si scioglie, quando il paziente è in grado di riconoscere come suoi gli aspetti ambivalenti ed è in grado di accettare dentro di sé il conflitto, da cui scaturirà l’energia trasformativa.

Ma l’accettazione è già guarigione, è già punto di arrivo e sta ad indicare che l’Io ha fatto un suo percorso individuativo, uscendo da atteggiamenti immaturi, sia di tipo superegoico che reattivo. A questo proposito, per il tema che stiamo trattando, mi sembra che un atteggiamento mentale e culturale diverso, che considerasse la dialettica della realtà alla luce del concetto dei contrari e la dialettica psichica alla luce del concetto di ambivalenza, accettando la legge della polarità e quindi trasformando anche l’atteggiamento educativo in questo senso, ci aiuterebbe ad accelerare questo passaggio nel percorso terapeutico o lo renderebbe addirittura superfluo.

Per ora su questo aspetto, secondo la mia esperienza, dobbiamo inserire all’interno della terapia un momento psicagogico per far capire al paziente che, solo accettando l’opposto negato senza demonizzarlo, possiamo permettere alla energia psichica di uscire dalla stasi, sia di tipo depressivo che eccitativo, per rientrare in un processo vitale, dinamico e trasformativo.

Si tratta di operare un processo di liberazione dal condizionamento mentale del principio di non-contraddizione, all’interno del quale siamo tutti cresciuti, per aprirci ad una visione polare e quindi costantemente dialettica della vita e della realtà. Perché solo mettendo in rapporto, collegando, suturando le ferite delle molte scissioni, a qualsiasi livello, possiamo rimettere in moto il processo della vita, che è evoluzione, vale a dire creazione continuamente rinnovata.

In seguito si tratterà di avviare un processo di identificazione graduale con la polarità negata, facendo scoprire gli aspetti positivi, le molte ricchezze che ha da offrire, onde liberare dall’ansia e dai sensi di colpa che il recupero del rimosso comporta, per poi procedere alla disidentificazione da entrambe le polarità. Il momento della disidentificazione, che corrisponde alla evocazione della coscienza dello spettatore, è quello che precede e favorisce l’emergere della coscienza dell’lo, che lo porta ad assumersi la responsabilità di accogliere all’interno di sé gli aspetti rifiutati per lo più sotto la spinta di un bisogno di accettazione e di approvazione, che rende l’individuo dipendente prima dal contesto familiare e successivamente da quello sociale e culturale.

L’identificazione con l’Io, che coincide con la scoperta della volontà, permette di valutare ed apprezzare la ricchezza dell’uno e dell’altro aspetto, di regolarne la reciproca relazione, di decidere quale esprimere secondo le situazioni, avviando una oscillazione tra le due polarità, che diventerà via via più ritmica, in quanto ”per equilibrare le forze bisogna mantenerle simultaneamente e farle agire alternativamente”(A. 28. 5/6), fino ad arrivare a “giocare con gli opposti” come suggerisce Assagioli.

La salute in questa ottica appare perciò come una dialogicità perennemente rinnovata, in quanto il processo di liberazione non ha mai fine, perché ogni posizione, ogni equilibrio raggiunto va immediatamente superato, se vogliamo restare nel dinamismo della vita e partecipare della sua evoluzione. La malattia mentale, il disagio psichico consiste invece in un arresto del divenire nell’individuo bloccato in un insolubile conflitto tra due tendenze opposte oppure paralizzato nello sforzo di evitare il rischio, che comporta l’apertura al rimosso per procedere alla sua integrazione.

Fin qui ci muoviamo a livello di quella orizzontalità di cui parlavamo all’inizio e di quella triangolarità inferiore, cui accenna Assagioli, intendendo che il concetto di bipolarità porta con sé quello di triangolarità, in quanto i due contrari hanno sempre bisogno di un terzo elemento, che ne medi e ne sposti il rapporto,

Per arrivare a quella che egli chiama la vera sintesi degli opposti, occorre passare a un livello più alto di quello dell’lo personale, incontrarci con un principio superiore, che riassorba i due poli in una realtà più vasta, compiendo quel processo di trasmutazione, in cui consiste la trasfigurazione alchemica dell’uomo.

La psicanalisi per la sua impostazione, dopo averlo posto, non poteva uscire dal problema, in quanto le mancava una dimensione che lo trascendesse. Solo una psicologia, che contemplasse la possibilità di spostare il livello della coscienza a un grado superiore rispetto a quello dell’Io, poteva parlare di sintesi. di coniunctio oppositorum. È quanto ha fatto la psicologia junghiana, ma i concetti di inconscio superiore e di Sé appaiono archetipi impersonali e non dimensioni personali aperte all’universale come lo sono l’inconscio superiore e il Sé psicosintetici.

Assagioli insistendo sulla differenza tra sintesi e compromesso, definisce l’una “equilibrio dinamico di tensioni” e l’altro “conciliazione statica” e ci ricorda che “in ogni conflitto, lotta, problema (anche teorico) va cercato il principio superiore, la realtà gerarchicamente superiore, che includa in sé, integri i termini discordanti e renda produttiva, creativa la loro tensione” (A. 28. 5/6).

Questo è possibile, quando il baricentro personale si sposta dal livello dell’Io verso quello del Sé, attraverso una specie di rivoluzione copernicana all’interno della psiche, che porta con sé la scoperta che l’Io non è che un pianeta/satellite del Sé. La tecnica della sintesi degli opposti si colloca perciò sullo spartiacque tra la dimensione personale e quella transpersonale e abbraccia nel suo processo tutto il percorso terapeutico psicosintetico.

Strumento privilegiato per favorire questa sintesi è il simbolo, che nascendo , come mediatore degli opposti bipolare per sua natura, risulta essere il ponte che mette in relazione gli aspetti consci con quelli inconsci della personalità, sia quando si presenta come segno, che riporta a galla il rimosso, sia quando si presenta come vero simbolo, anticipatore di finalità sconosciute dell’ inconscio superiore.

Assagioli suggerisce anche di “coltivare e praticare l’ideale dell’Armonia su tutti i piani”, di “attenuare la sensibilità nervosa mediante esercizi di respirazione ritmica, di rilasciamento fisico” e inoltre di meditare “sull’elemento spirituale fisso in noi, cercando di tenere l’attenzione rivolta verso di esso durante le oscillazioni” (A. 28.5/6).

All’ interno di questa ottica degli opposti anche il sintomo possiamo decodificarlo come segno e come simbolo: segno di un processo evolutivo interrotto, le cui cause vanno ricercate nel passato, ma anche simbolo di quelle potenzialità, che non rinunciano a reclamare il loro diritto ad esprimersi e che urgono attraverso gli aspetti simbolici del sintomo stesso.

La terapia psicosintetica, come quella della psicologia umanistica in genere, si colloca perciò sul doppio binario del causalismo e del finalismo, riproponendo, anche nel cammino da percorrere verso la salute, una bipolarità che va dialetticamente attivata.
Rileggendo Assagioli, potremmo completare il SUO di scorso riguardo alla energia psichica, che si sposta secondo le leggi della psicodinamica, seguendo un movimento verticale, inserendo quest’altra legge della polarità, che descrive un movimento orizzontale tra molteplici coppie di opposti, per cui occorre trovare livelli di sintesi via via più differenziati.

Non a caso la croce è il simbolo archetipico assegnato alla umanità e collegato al concetto di vita, che in senso psico-spirituale diventa morte, in funzione di una resurrezione/trasfigurazione continua.

Mi sembra che si stiano preparando i tempi per accogliere nella nostra vita e nella nostra storia il principio della polarità, che presuppone un rinnovamento della visione del mondo, che dovrebbe portare ad una evoluzione sul piano scientifico, sul piano sociale, su quello educativo e psicologico, anche se tra molte difficoltà, perché sul cammino della individuazione incontriamo come umanità gli stessi pericoli e gli stessi ostacoli, che incontriamo come individui. La liberazione dell’opposto, come verifichiamo anche nella terapia, può portare uno stato di confusione, di caos iniziale, di smarrimento, in cui può prevalere la negatività liberata, ed è quello a cui probabilmente stiamo assistendo a livello sociale. Deve contemporaneamente crescere il senso di responsabilità e la maturità collettiva e apparire la guida di un principio superiore interno all’uomo, perché il concetto della sintesi degli opposti possa incarnarsi nella nostra storia personale e collettiva per trasformarla.

Per ora quello di cui possiamo diventare consapevoli è che la via della conoscenza e dell’autorealizzazione passa a tutti i livelli attraverso la quotidiana assunzione della nostra contraddittorietà.
BIBLIOGRAFIA
Assagioli R., L’atto di volontà, Astrolabio, Roma 1977.
Assagioli R., L’equilibramento e la sintesi degli opposti, Ist. di Psicosìntesì.Biculer E., Dia Ambivalenz, Lehrbuch der Psychiatrie, Springer, Berlin 1916.Capra F., Il Tao della fisica, Adelphi, Milano 1984.Finotti A. M., Sintesi. principio e tecnica, in I nuovi paradigmi della psicologia, a cura di M. Rosselli, Cittadella, Assisi 1992.Finotti A. M., La relazione terapeutica come momento di sintesi, in Atti del Vi Convegno Nazionale SIPT, Firenze 1992.Freud S., Opere, Boringhieri, Torino 1966-79.Jing C.G., Opere, vol.V, VIII, IX, Boringhieri, Torino 1980-83.Matte Blanco I., L’inconscio come insiemi infiniti, Einaudi, 1981Stekel H., Die Sprache des Traumes, Wiesbaden 1911.Wilber K., Oltre i confini, Cittadella, Assisi 1985.
Tutta la pratica yogica è una ricerca di equilibrio, cioè della giusta “via di mezzo tra due polarità”. Nel nostro quotidiano viviamo in balia degli opposti (“voglio/non voglio, mi piace/non mi piace, amo/odio”), condizione che crea profonde lacerazioni interiori ed è origine di sofferenza (dukha) e disagio. Il proposito dello yoga è quello di attenuare questi contrasti per orientarsi verso l’unità, la stabilità e, quindi, l’equilibrio.

L’Hatha Yoga, cioè l’unione di Sole (Ha) e Luna (Tha), è uno dei percorsi per realizzare questa integrazione, risvegliando e armonizzando in sé proprio Sole e Luna.

Questi due elementi sono simboli universali di conoscenza (il Sole ci permette di vedere/apprendere durante il giorno, la Luna ci “illumina” nelle tenebre), ma anche simboli di forze maschili e femminili, di azione e passività, di estroversione e introversione, cioè di tutti gli opposti attraverso i quali la vita si manifesta.

L'utilità della pratica

Negli asana il concetto di equilibrio viene ulteriormente evidenziato. Nello “Hatha Yoga Pradipika” (I, 17), infatti, è scritto: «l’asana forma il primo elemento dell’Hatha Yoga ed è per questo descritto all’inizio. Esso ha per risultato la fermezza della posizione, la salute e la leggerezza fisica».

Tara Michael (membro dell’Associazione di Studi Indiani, all’Università Sorbona di Parigi) così commenta: «la pratica degli asana ha come primo effetto la fermezza della postura, che è stabilità del corpo e della mente, a causa della limitazione di rajas, la cui natura è l’instabilità e l’agitazione. Il secondo risultato è l’assenza di malattie, dunque il superamento del primo ostacolo menzionato da Patañjali come causa di perturbazione mentale.

Il terzo effetto, la leggerezza fisica, è data dalla limitazione di tamas, la cui preponderanza nel corpo genera sensazione di pesantezza, inerzia, torpore e pigrizia. Il fine degli asana è, quindi, quello di padroneggiare rajas (“agitazione”) e tamas (“inerzia”) e di accrescere sattva, cioè la condizione di equilibrio e benessere».

Contemplando l’assoluto

Negli “Yoga Sutra”, Patañjali afferma che «la posizione deve essere stabile e piacevole (sthira-sukha). Queste due condizioni devono procedere insieme affinché un asana sia al contempo stato di forza e
agio (sukha è la sensazione di “benessere”, l’esatto contrario di dukha che è “dolore” e “sofferenza”).

Per realizzare questa condizione, bisogna superare lo sforzo e contemplare l’infinito, l’assoluto. Allora, attraverso l’asana, ci troviamo in una particolare condizione nella quale non siamo più afflitti dalle coppie di opposti che caratterizzano il nostro quotidiano, ma realizziamo uno stato di equilibrio e felicità» (II, 46-47-48).