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4 ottobre 2011

S. Francesco e Rumi


Oggi è san Francesco d'Assisi, patrono d'Italia, 4 ottobre 2011

San Francesco d'Assisi, nato Francesco Giovanni di Pietro Bernardone (Assisi, 26 settembre 1182 – Assisi, 3 ottobre 1226), è stato un religioso italiano. Fondatore dell'ordine mendicante che da lui poi prese il nome, è venerato come santo dalla Chiesa cattolica. Il 4 ottobre ne viene celebrata la memoria liturgica in tutta la Chiesa cattolica (festa in Italia; solennità per la Famiglia francescana). È stato proclamato, assieme a Santa Caterina da Siena, patrono principale d'Italia il 18 giugno 1939 da papa Pio XII.




S. Francesco e Rumi
di Gabriele Mandel


Un cerchio: lungo il suo perimetro si dispongono le comunità religiose. Da esse partono dei raggi, che si avvicinano al centro, centro che simbolizza Dio. Più i raggi sono vicini al centro, più sono vicini fra di loro. Sono i mistici.

Dice Dio nel Corano: 
Né i cieli né la terra Mi contengono, ma Mi contiene il cuore del Mio fedele.Il cuore, non la mente; poiché infatti possiamo capire Dio con il cuore e con tutti i sentimenti che simbolizziamo con il termine "cuore"; mai con il ragionamento, la ricerca scientifica, la speculazione razionale.
Mistico è colui che aspira ad infrangere i limiti terreni della nostra carne, per giungere a capire sempre più Dio, per sentirlo nella Sua realtà ineffabile e incommensurabile, anche se, in effetti, secondo il Corano (50ª16), Dio è vicino a ciascuno di noi più della sua stessa vena giugulare.
Se facciamo cadere una goccia d’acqua in una coppa d’essenza di rose, questa goccia prende il colore e il profumo dell’essenza di rose. Così è l’anima perduta in Dio, annientata nella Sua infinitezza, colma della fruizione piena della divinità senza più limiti terreni nel più alto grado della sua esperienza religiosa.
Tutte le religioni hanno il loro lato mistico. Due tuttavia si differenziano dalle altre per due punti essenziali: la necessità della Grazia divina, ossia la necessità che sia Dio a chiamare il Suo fedele; e la nozione precisa che il contatto non annulla né la trascendenza assoluta di Dio né l’individualità spirituale dell’anima che purtuttavia da Dio deriva ed è come goccia dell’oceano senza fine che è Dio. 

Queste due religioni sono la cristiana e la musulmana.

E’ ad ogni modo indubbio che agli occhi di un ricercatore storico delle vie mistiche balzano evidenti le analogie che le profondità del pensiero mistico sia cristiano sia musulmano pongono ad ogni piè sospinto. Si potrebbe facilmente tracciare tutta un’antologia di passi paralleli. Il poco tempo a disposizione in una chiacchierata come questa non lo permette, ma l’approfondimento del misticismo islamico è oramai possibile, grazie alla moltitudine di testi musulmani tradotti oggi nelle lingue occidentali, italiano compreso.

Il frate Francesco, grande mistico della cristianità, e il sufi Rûmî, grande mistico dell’Îslâm sono molto vicini a Dio, e pertanto molto vicini fra di loro. Hanno numerosi punti di contatto per ciò che riguarda la loro vita terrena, e molti punti di contatto per ciò che riguarda la loro visione del divino.

Entrambi vissero nel XIII secolo; ciascuno di loro fondò un grande Ordine monastico, entrambi furono luminosi poeti mistici. Anzi: poco mancò che si incontrassero: nel 1216 Rûmî fu a Damietta, ripartendo subito per la Turchia; e san Francesco vi fu tre anni dopo, nel 1219. Nel 1216 Rûmî parlò a Damasco con il grande mistico e teologo musulmano Îbn âl`Arabî; e con Îbn âl`Arabî san Francesco conversò nel 1219, quando si recò in visita dal sultano Malik âlKamil, incontrandosi con i maestri del misticismo islamico, i Sufi.


Un breve accenno allora sui Sufi. Secondo Si Hamza Boubakeur (che fu rettore dell'Università islamica di Parigi, rettore della Moschea di Parigi, discendente diretto del primo califfo, Abu Bakr) "il Sufismo in se stesso non è né una Scuola teologico-giuridica, né uno scisma, né una setta, anche se si pone di sopra da ogni obbedienza. 

E' innanzi tutto un metodo islamico di perfezionamento interiore, d'equilibrio, una fonte di fervore profondamente vissuto e gradualmente ascendente. Lungi dall'essere una innovazione o una via divergente parallela alle pratiche canoniche, è anzitutto una marcia risoluta d'una categoria di anime privilegiate, prese, assetate di Dio mosse dalla scossa della Sua grazia per vivere solo per Lui e grazie a Lui nel quadro della Sua legge meditata, interiorizzata, sperimentata".
Leggiamo due frasi di Seyyd Hossein Nasr, che nella loro essenzialità, ci danno una visione globale della realtà del Sufismo: 
"Per esporre gli insegnamenti del sufismo in modo completo si deve esporre almeno un sommario della dottrina sufi comprendente la metafisica, ossia lo studio del principio e della natura delle cose; la cosmologia riguardante la struttura dell'universo e gli stati molteplici dell'essere; la psicologia tradizionale alla quale è unita una psicoterapia fra le più profonde; e infine l'escatologia, che riguarda lo scopo ultimo dell'uomo e dell'universo, e il divenire postumo dell'uomo. L'esposizione degli insegnamenti sufici dovrebbe inoltre includere una trattazione sui metodi spirituali, sulla loro applicazione e sul modo in cui prendono radici proprio nella sostanza dell'anima del discepolo". 
Bene. San Francesco lo conoscete. Nella mia qualità di vicario generale della Confraternita dei Sufi Jerrahi Halveti vi parlerò allora, brevemente, di Jalâl âlDîn Rûmî.

Nacque a Balkh, nell’attuale Âfghânistân, il 30 settembre 1207. Il padre, sufi, teologo e predicatore di fama, lasciò Balkh nel 1209 con la famiglia, e fece bene. Pochi anni dopo la città venne distrutta dai Mongoli invasori. La famiglia soggiornò in `Irâq, poi in Siria, infine in Turchia dove, a Lâredeh, nel 1225 Rûmî sposò Gevher Banu, figlia di un maestro sufi di Samarcanda. 

Nel 1228 la famiglia venne invitata a Konya dal re selciukide Kaykubad.In questa città Rûmî, alla morte del padre, viene istruito prima dal maestro sufi Tirmidhî, poi da Shams âlDîn Tabrizî. In questa città Rûmî dapprima insegna nella Facoltà di Teologia, poi fonda la Confraternita (o Ordine, tariqa) dei Sufi Mevlevi, detti in Europa i "dervisci giranti".

Il pensiero e il misticismo di questo grande maestro sono conservati in quattro grandi opere: il Mathnawî, il Dîwân-i Shams-i Tabrizî, le Quartine (Rubâ`iyât)e il Fîhi-mâ-fîhi. Il Mathnawî è un grande poema di 25.630 distici, ossia 51.280 versi, suddivisi in sei libri. E’ soprannominato Il Corano in versi per il suo contenuto ascetico. Il Dîwân-i Shams-i Tabrizî è un grande canzoniere che raccoglie 1.081 poesie fra le più belle di tutta l’umanità. Così si può dire per le 1.765 quartine, essenziali, stupende. Il Fîhi-mâ-fîhi è in prosa, e raccoglie alcuni fra i più importanti discorsi, insegnamenti e pensieri del maestro.

Il 17 dicembre 1273 Rûmî diede l’ultimo saluto ai suoi cari, e spirò serenamente. I seguaci chiamano questa notte Seb-i Arus. Sembra che al lutto, durato quaranta giorni, abbiano partecipato anche i cristiani e gli ebrei, officiando le preghiere per i defunti precipue della loro religione. 

Rûmî venne sepolto in un mausoleo eretto nella tekkéMevlevi stessa, mausoleo (il Kubbe-i Hadra: la Cupola verde) ideato dall’architetto Badr âlDîn di Tabrîz, e sempre più decorato e abbellito nel tempo. Il grande cenotafio di legno, capolavoro della scultura selciukide, fu eseguito da Selimoglu Abdülvahid. 

Accanto vi si legge la quartina di Rûmî: "Fratello, se vieni a visitare la mia tomba, non ti dimenticare la tua bara./ Non è giusto addolorarsi per l’unione con Dio./ Dopo la mia morte non cercare la mia tomba sulla terra: /la mia tomba è nel cuore di coloro che sanno."
All’ingresso della sua Abbazia venne messa invece, sempre su sua richiesta, questa sua quartina: "Vieni, vieni, chiunque tu sia vieni: sei un idolatra, un miscredente, un ateo? Vieni. /La nostra non è la casa della disperazione, / e anche se hai tradito cento volte una promessa... vieni!
Per celebrare la morte di Rûmî, i Mevlevi danzano a Konya un Samâ` (in turco: Semâ) rituale la seconda settimana di dicembre. Altamente emblematica, altamente spirituale, questa danza è l’espressione stessa della realtà divina e della realtà fenomenica, in un mondo in cui tutto, per sussistere, deve ruotare come il cuore degli atomi, come i pianeti, come il pensiero. 

Il Semâ simbolizza l’ascesa spirituale, viaggio mistico dall’essere a Dio - in cui l’essere si dissolve - per ritornare poi sulla terra ("prima di compiere il viaggio credevo che le montagne fossero montagne e i mari fossero mari; durante il viaggio scoprii che le montagne non sono montagne e i mari non sono mari; ed ora che sono giunto so che le montagne sono montagne, e i mari sono mari." Dhul Nûn âlMisrî).

Vi partecipano da un lato musici e cantanti, dall’altro il Maestro e i danzatori. La cerimonia, vero e proprio rito religioso, è divisa in sette fasi, e anche in Europa se ne conosce un aspetto, ridotto e abbreviato, presentato talvolta dai Mevlevi di Konya quando vengono invitati da qualche Ente pubblico. 

Anche alcuni gruppi di danzatori non sufi che hanno imparato per imitazione unicamente quella danza e quella musica, la rappresentano ogni tanto in teatri italiani, pur se con differenze notevoli dalla tradizione codificata.