“ Be the Change that you want to see in the world. ” ...is by Mahatma Gandhi...

25 novembre 2011

L’occidente incontra l’oriente


Ronald Laing scriveva negli anni Sessanta: “La nostra civiltà non reprime soltanto gli istinti e la sessualità, ma anche ogni forma di trascendenza. Il nostro stato normale e ben adattato non è molto spesso che una rinuncia all'estasi, un tradimento delle nostre più vere potenzialità.
Molti di noi riescono fin troppo bene a costruirsi un falso io per adattarsi a una falsa realtà. Negli ultimi anni però ciò che era stato rimosso da questa cruda eclissi del sacro ha cominciato a riemergere sotto forma di una nuova sensibilità religiosa, connotata da esiti spesso ambivalenti. 
Da un lato la moda dell'occulto, le sette suicide, il fascino dell'esotico e dell'esoterico, la sottomissione a sedicenti guru, le superstizioni millenaristiche.  
Dall'altro la ricerca di un'autentica esperienza spirituale, vissuta in prima persona, senza intermediari attraverso un lavoro interiore che coniughi insieme contemplazione e azione. In tale prospettiva l'incontro con la spiritualità orientale rappresenta per alcuni occidentali una preziosa occasione per riscoprire attraverso un terreno religioso vergine, dominato da pregiudizi e da antiche ferite, la dimensione del sacro, celata nell'intimo di ciascuno.”
L’affermazione di Laing “riscoprire attraverso un terreno religioso vergine, dominato da pregiudizi e da antiche ferite, la dimensione del sacro” ci suggerisce forse che il nostro desiderio di altezze è stato disatteso, che il terreno dove abbiamo poggiato i nostri piedi non poteva accogliere i passi verso la direzione del Sé. L’Oriente ci offre così un terreno religioso vergine porgendoci una dimensione del sacro così necessaria nell’esistenza terrena di ciascun individuo.

Ma allora se le pulsioni ci accomunano, cos’è che ci differenzia?

A questa domanda così risponde il Prof. Bergonzi:
“….quando si cominciano ad approfondire questi argomenti, ci si rende conto che in realtà non esiste un Occidente compatto e un Oriente compatto, ma ci sono tanti Occidenti e tanti Orienti. E sia in Occidenteche in Oriente l'uomo si trova costantemente a confrontarsi con i grandi temi, il grande mistero di cosa significa vivere e di cosa significa morire.

C'è una tendenza, in Occidente, a rivolgersi a un cambiamento del mondo esterno, attraverso la tecnologia, invece in Oriente c'è una prevalenza di tecnologia rivolta alla mente, alla parte interna. Ma non bisogna nemmeno esagerare con queste differenze, perché in Occidente c'è una grandissima tradizione spirituale, che è quella della mistica cristiana, per esempio, c'è una tradizione psicologica, di psicologia, che ha assoldato la mente. E in Oriente anche c'è stata una ricerca di tecnologie esterne. Basti pensare alle scoperte nel passato che ha fatto la Cina. 
 
Allora l'Occidente forse è arrivato a un punto critico in cui ha cominciato a capire che il controllo tecnologico sul mondo esterno ha dei limiti e questi limiti richiamano a cercare dentro di sé. La fiducia nella scienza, non impedisce che ci siano dei disastri ecologici; la scienza ha cominciato a fare una riflessione critica e a vedere che la tecnologia va accoppiata con un’esplorazione dell'uso che ne facciamo. E così si ritorna a esplorare dentro.  
Allora, in questo momento in cui l'Occidente si sente forse di aver troppo trascurato il lato interno, dall'Illuminismo ad oggi si sono tolte una serie di superstizioni che andavano tolte, però nello stesso tempo forse si è buttato via il bambino con l'acqua sporca, cioè anche questa esplorazione dei mondi interni.  
Allora, in questo punto l'Occidente inizia a sentire l'esigenza di guardare dentro. E possiamo osservare nell'ambito della spiritualità occidentale una serie di fermenti, nella chiesa per esempio, e contemporaneamente alcuni, nella loro ricerca, si rivolgono invece all'Oriente, che è un terreno inquinato forse da una serie di ferite o di condizionamenti, che alcuni di noi sentono di aver ricevuto dall'educazione spirituale occidentale.”
Bergonzi ci tiene a sottolineare che non è mai proficuo assolutizzare, d’altra parte come vedremo non sarà difficile incontrare negli ultimi cento anni personaggi come Jung, e Assagioli, Maslow e Wilber (per citare solo i più noti), richiamati da una necessità di capire il mistero inafferrabile, inesprimibile, incomprensibile dell’uomo e del suo desiderio di bere dalla “sorgente” della vita.

Alcuni ipotizzano che un limite dell’occidentale si trova proprio nel voler capire e non comprendere,nel non riuscire ad abbandonarsi, eppure se pensiamo al cristianesimo, che ci chiede di credere che esista solo una verità assoluta, questo comporta un abbandono…allora viene in mente che mentre per alcuni questo è ciò di cui hanno bisogno, per altri rappresenta un ostacolo e si rivolgono ad altre forme di spiritualità orientali che accolgono qualsiasi forma di ricerca dello spirito e relativizzano le forme specifiche religiose a favore di un cammino cha vada aldilà di dogmi precostituiti.
Bergonzi al riguardo afferma “ Nelle forme di spiritualità orientali seguire una via spirituale significa percorrere un cammino e non avere un credo, una credenza espressa in una serie di dogmi e dire: "Io aderisco a questa religione perché credo a questi dogmi".
Nel caso, per esempio, del buddhismo invece si dice: "Seguite questa via perché vi può portare ad essere liberi dalla sofferenza, dal condizionamento". In questo senso voi potete anche lasciare andare tutto questo insegnamento, quando vi ha portati dove volevate andare. In questo si arriva molto lontano nella spiritualità orientale.”
Quando uno studente a questa affermazione ha chiesto a Bergonzi: “ Secondo Lei, questo avvicinarsi da parte dell'Occidente alle filosofie orientali è dovuto a un limite della religione cristiana, comunque del pensiero occidentale?”

Egli risponde riconducendo queste necessità a “un necessario sviluppo storico”:
“ …nell’evoluzione storica la chiesa cristiana e cattolica, nel caso dell'Italia quella cattolica, ma diciamo più in generale le chiese cristiane hanno sviluppato al loro interno delle vie spirituali - penso soprattutto alla contemplazione cristiana - che sono state per secoli una delle maggiori fonti di ricchezza spirituale dell'Occidente, e lo sono tuttora.  
Nel caso dello sviluppo storico della chiesa cristiana, mi sembra importante notare che si è creata una forte istituzionalizzazione della chiesa e una gerarchia, per cui la contemplazione a volte è stata vista con sospetto - le affermazioni dei mistici devono essere sempre vagliate secondo un certo dogma — e la via dei mistici è stata riservata per molto tempo a poche persone che sceglievano di ritirarsi dal mondo, di andare in un eremo o in un monastero e di praticare questa via, mentre ai laici, a coloro che seguivano questa religione, l'unico modo per accedere al sacro era attraverso intermediari della chiesa e attraverso il rito cioé la messa.  
Allora attraverso una conflittualità con il mondo laico, la chiesa ha attraversato un processo di secolarizzazione, cioè ha cercato sempre più di demitizzare i suoi miti, ha cercato di ridurre e razionalizzare i suoi riti; ai laici non è rimasto molto, non sono rimasti molti strumenti per avere un'esperienza religiosa fatta in prima persona, nella propria viva esperienza.  
Naturalmente questa crisi è stata affrontata dalla chiesa e attualmente assistiamo a un revival di movimenti, anche laici, all'interno della chiesa in cui si rimette al primo posto l'importanza della contemplazione, oltre quella dell'azione, mentre prima c'era stato uno sbilanciamento a favore di un'azione esterna, di un'azione fatta di aiuto, di assistenza del mondo, ma non accompagnata da questa profondità, dovuta alla contemplazione.  
Mi sembra di ricordare, ad esempio, Madre Teresa di Calcutta, nelle sue lettere diceva che lei faceva un certo numero di ore al giorno di preghiera, di contemplazione, e che senza quel ritiro nel profondo non avrebbe avuto l'energia di dedicare tutto il resto del suo tempo ad aiutare le persone, perché sono due cose che vanno insieme. 
Quindi diciamo che nella chiesa sta avvenendo questo all'interno, però alcuni, occidentali, nello stesso tempo, si sentono più attratti da altre forme di religiosità, come quelle orientali, che in qualche modo, di nuovo, cercano di mettere insieme la contemplazione con l'azione, attraverso degli strumenti molto concreti, dando la precedenza all'esperienza che uno fa e a un rapporto con una guida spirituale. E questo quindi viene trovato molto interessante da alcuni.  
Certamente ci sono anche degli incontri, delle sintesi. Avvengono degli incontri fra monaci orientali e monaci occidentali, scambi di esperienze, il famoso dialogo interreligioso, come uno strumento di crescita reciproca fra le due religioni. Ci sono anche, per esempio, dei casi di cattolici che insegnano i vangeli, usando però, per esempio, delle meditazioni di tipo orientale o mettendo insieme tutto questo. E’ un campo molto interessante da esplorare: uno dei vantaggi che ha l'occidentale, una delle doti è quella di cercare l'altro, contattare l'altro e nello stesso tempo adattare continuamente questi incontri verso l'altro.”
A questa lettura vorrei aggiungere una provocazione: si ha l’impressione che, diversamente da altre forme di spiritualità orientali, la religione occidentale stia cercando una sua propria identità forse non ancora trovata.

Aggiustare il tiro plasmandosi in base a degli sviluppi storici da una parte è sintomo di plasticità e adattamento, dall’altra, messe a confronto con la coerenza e l’attualità degli antichissimi cammini spirituali orientali, viene da chiedersi perché? Forse che con lo scambio interreligioso si possano avere delle risposte del motivo per cui sempre più occidentali sposano altri cammini?

D’altra parte gli orientali sembra che siano interessati ad uno scambio più sul piano scientifico/tecnologico che filosofico/religioso…..

Un altro importante motivo per cui siamo sempre più attratti da queste pratiche orientali è che esse indagano gli istinti, le emozioni, i desideri senza reprimerli, casomai ci offrono gli strumenti per una gestione delle sensazioni e dei nostri sentimenti senza esserne sopraffatti.

Bergonzi con estrema chiarezza espone le due possibili soluzioni per la gestione delle emozioni, più una (della visione orientale):
“ ….per esempio, prendiamo un moto di collera: posso fare in genere due cose: posso reprimere, rimuovere la collera, cioè far finta che non ci sia, rimetterla nell'inconscio - e questo - la psicoanalisi ci insegna - è come mettersi dentro una bomba e farla scoppiare sotto terra, quindi con tutti i disastri psicologici che derivano da un'emozione repressa -; l'altra via che spesso si pensa sia l'unica alternativa è quella di esprimere questa collera prendendomela con il bersaglio più vicino e quindi scaricare la collera. Invece quello di cui non ci rendiamo conto é che, quando scarichiamo la collera, è un altro modo di non vederla, perché quando l'abbiamo scaricata se n'è andata e così noi non ci troviamo nella situazione spiacevole di doverla guardare.”
La via meditativa è una terza via: non reprimere e non scaricare, ma lasciare cosciente la collera e sentirla in tutti i modi: sentire di che sa la collera fisicamente, in che punto la sento, sentire che pensieri evoca, sentirla, lasciarla essere. Ecco, allora, questo lasciar essere le cose permette di creare uno spazio di libertà, per poi esprimermi nella realtà in una maniera non compulsiva, cioè non meccanica, non come una marionetta, che basta premere certi bottoni e agisco in un certo modo, ma in una maniera libera, sentire pienamente chi sono, come sono, ed essere libero di esprimermi, in maniera da tener conto di tutta la situazione. Questo è anche collegato col non attaccamento di cui si parla molto spesso.”
Come possiamo osservare ciò che avviene in noi nel preciso istante della collera?

L’allenamento ad osservare, lo abbiamo già visto nel Raja yoga dal nostro modo di comportarci, dal corpo fisico, poi dal corpo energetico, e ancora dal corpo psichico in un percorso sempre più raffinato in cui possiamo imparare a non identificarci più con le sensazioni, i pensieri, le emozioni sviluppando così consapevolezza e la qualità del testimone che ci condurrà verso la meditazione.

Se non sviluppiamo la consapevolezza sia del punto in cui ci troviamo, sia di quel grande crogiolo che é la coscienza dove tutto si brucia e si trasforma, non potremo acquisire la capacità di trasformare anche le emozioni negative.

Certamente questa indagine sulle emozioni, i desideri e i pensieri, che in occidente è prerogativa della psicologia, la ritroviamo ben svolta dalle dottrine orientali che possiamo definire soteriologiche, salvifiche di tutta la sofferenza che ci troviamo ad affrontare.

Nessuna confessione è richiesta, nessun arcaico senso di colpa per i nostri istinti, ma osservazione neutrale dei nostri processi interiori e disidentificazione e annullamento del desiderio.

Ma una domanda, per una mente pragmatica, è d’obbligo: le vie che portano all'annullamento del desiderio, non mortificano l’importanza al nostro essere persone che vivono questa vita terrena?

Bergonzi: “…quando ottengo quello che desidero, non sono affatto soddisfatto, perché subito dopo desidero un'altra cosa e un'altra cosa ancora. C'è una storia di un saggio folle, il quale venne sorpreso una volta al mercato, a mangiare un mucchio di peperoncini piccanti, e se ne mangiava uno dopo l'altro diventando tutto rosso e lacrimante. Allora gli dicono: "Ma perché, se ti fa stare così male, continui a mangiare questi peperoncini?" .

E lui risponde:" Perché ne sto aspettando uno che non sia piccante". Inseguendo tanti desideri - nella visione buddhista -, andiamo sempre a sperare che quella cosa che otterremo ci farà stare in pace, tranquilli! Allora il buddhismo insiste nel fatto che questo gioco non finisce mai e non ci dà quello che cerchiamo. Se invece noi cominciamo a essere consapevoli della caratteristica insoddisfacente delle nostre esperienze, allora possiamo aprirci a qualcosa di più grande.

Quindi non si tratta di reprimere i desideri. Si tratta, mano a mano che scopriamo il desiderio di qualcosa di più grande, chiamiamolo desiderio di Dio, se vogliamo usare un linguaggio cristiano, allora i piccoli desideri, piano piano, cadono come foglie secche, perché non servono più al cammino e comincio a desiderare molto di più qualcosa che mi dia quella felicità profonda, quella pace profonda che io ho sempre cercato in tutte le cose.”

In conclusione possiamo affermare che non esistono poi così tante differenze sui grandi temi, sulle domande relative alla nostra esistenza e alla morte, che l’uomo di tutte le civiltà si è posto e ancora si pone, semmai le differenze si esplicano nella modalità di questa ricerca che può essere riconosciuta da alcuni e non da altri.

Il nostro bagaglio culturale, individuale e collettivo, senza dubbio ci condiziona nelle nostre scelte e l’invito delle discipline orientali è proprio quello di liberarci dai condizionamenti, richiamando in noi una partecipazione attiva per ciò che riguarda un completo sviluppo evolutivo.

L’azione e la meditazione o se vogliamo, meditazione in azione, possono renderci quel senso di libertà che andiamo ricercando da sempre.

Portare nel quotidiano i risultati della propria crescita è anche un obiettivo comune di entrambi i punti di vista, gli indiani spinti dalla legge del karma, noi dalla paura dell’inferno ci dirigiamo per traiettorie comuni: il ricongiungimento con Dio-Brahman e la pace dello Spirito.
Tutto il testo riportato in corsivo è tratto da un’intervista al Prof. Mauro Bergonzi tratta da una trasmissione in onda su:
RAI EDUCATIONAL del18/3/1998 in onda su RAI SAT
Il testo é stato riportato dal sito internet: www.emsf.rai.it