“ Be the Change that you want to see in the world. ” ...is by Mahatma Gandhi...

7 novembre 2016

Mindfulness: attenzione nuda



Attenzione Nuda

Il termine Mindfulness è la traduzione in inglese della parola "Sati” in lingua Pali, che significa "attenzione consapevole” o "attenzione nuda”.

L’idiogramma cinese per "mindfulness” è "nian” (念) che è la combinazione di due caratteri diversi, ognuno dei quali ha il suo significato. La parte superiore dell’idiogramma significa "adesso”, mentre la parte inferiore significa "cuore” o "mente”. Letteralmente l’idiogramma completo indica l’atto di vivere il momento presente con il cuore.

Si tratta cioè di dirigere volontariamente la propria attenzione a quello che accade nel proprio corpo e intorno a sé, momento per momento, ascoltando più accuratamente la propria esperienza, e osservandola per quello che è, senza valutarla o criticarla.

La pratica di questo particolare "atteggiamento della mente”, che possiamo definire anche "consapevolezza”, deriva dal buddismo theravada, una delle due maggiori correnti del pensiero buddista, diffusa da 2500 anni in Asia meridionale e sudorientale, in particolare in Birmania, Cambogia, Laos, Sri Lanka e Tailandia, sia nell’ambiente monastico che laico.

L’utilizzo, da parte della medicina occidentale, di Mindfulness per la promozione della salute è invece un’acquisizione relativamente recente, iniziata negli anni ’70 negli Stati Uniti (protocolli Mindfulness based stress reduction).

Benchè l’origine della pratica mindfulness derivi dal pensiero buddista, non è necessario abbracciare la religione buddista per praticare lo sviluppo della consapevolezza. Essa è infatti una forma di meditazione non concettuale universalmente accessibile e non dipende da alcun sistema di credenze, né da alcuna ideologia.


Ma in cosa consiste praticamente Mindfulness?

Mindfulness è, nella pratica, una forma di meditazione, pertanto richiede tempo, energia, determinazione, fermezza e disciplina. Dal punto di vista dei processi mentali essa si sostanzia nel prestare, nel momento presente, attenzione a quattro elementi: il proprio corpo, le proprie percezioni sensoriali (fisiologiche, fisiche e psicologiche appartenenti agli ampi domini del piacevole, spiacevole, misto e neutro), le formazioni mentali (ad es. la rabbia, il dolore o la compassione) e gli oggetti della mente (ogni formazione mentale ha un oggetto, si è arrabbiati con qualcuno e per qualcosa ecc…). 

L’osservazione di questi elementi della propria esperienza soggettiva avviene in uno stato di autentica calma non reattiva, nel quale si accetta ciò che viene osservato per quello che è, consentendo ai cambiamenti di avvenire naturalmente, senza ostacolarli né promuoverli ed evitando la solita resistenza o il solito giudizio che causano ulteriore sofferenza.

Mindfulness: basi teoriche e stato dell’arte

di DOMENICO GUASTELLA · 28 APRILE 2016

Il termine Mindfulness può essere tradotto come “presenza mentale”, fa riferimento ad un tipo di consapevolezza auto-riflessiva, un’abilità meta-cognitiva che permette alla mente di osservare se stessa (consapevolezza di essere consapevoli).

Una volta in contatto con la medicina occidentale, il termine, ha assunto un significato più ampio descrivendo, oltre alle qualità mentali di consapevolezza e accettazione, un insieme di tecniche che possono essere utilizzate in particolari condizioni cliniche all’interno di programmi terapeutici perlopiù di stampo cognitivo-comportamentale

1. Mindfulness: tra antichi e nuovi saperi

Jon Kabat-Zinn (Kabat-Zinn, 2003), il pioniere della mindfulness terapeutica, la definisce come:
“la consapevolezza che emerge prestando intenzionalmente attenzione, nel momento presente e in modo non giudicante, al dispiegarsi dell’esperienza, momento dopo momento” .
Bishop e altri autori (2002) riferendosi maggiormente all’uso clinico della mindfulness in un loro lavoro la definiscono:
“l’autoregolazione dell’attenzione , tale da mantenerla sull’esperienza presente, rendendo in tal modo possibile una maggiore capacità di riconoscere gli eventi mentali nel momento presente […] adottando un particolare atteggiamento nei confronti della propria esperienza, caratterizzato da curiosità, apertura e accettazione”.
Lo scopo degli interventi mindfulness-based è quello di instaurare una forma di consapevolezza dell’esperienza potenziata ma distanziata, sia essa sensoriale o cognitiva.
“la via d’uscita dal nostro stato di trance quotidiano nel quale siamo in balia di un insieme di condizionamenti inconsci o coscienti, abituali e automatici”
Tutti noi, chi più chi meno, nel corso della nostra vita quotidiana sperimentiamo uno stato mentale che possiamo definire mindfull in quanto si tratta di una caratteristica specie-specifica dell’essere umano, definita anche come auto-coscienza o metaconsapevolezza.

Questo stato può essere coltivato e perfezionato, sperimentando un modo diverso di entrare in contatto con l’esperienza (sia essa negativa, positiva o neutra) trovando delle nuove risorse per ridurre il livello generale di sofferenza e accrescere il livello di benessere psicologico.

L’utilizzo sempre più ampio della mindfulness all’interno di programmi terapeutici di stampo cognitivo-comportamentale sancisce, di fatto, l’incontro tra la filosofia orientale (in particolare la psicologia buddhista) e la medicina occidentale. Nonostante l’utilizzo della mindfulness in psicoterapia sia relativamente recente, in realtà, i processi di cambiamento proposti, come la de-fusione dai pensieri patologici, l’accettazione dei vissuti negativi, il miglioramento della qualità della vita e la promozione “dell’igiene mentale”, possono essere ritrovati in tutte le prospettive occidentali che contemplano la salute mentale, come le psicoterapie, la psichiatria e la riabilitazione psichiatrica.

Negli approcci basati sulla mindfulness si dà molta importanza alle risorse e alle potenzialità personali (concetti che si ritrovano nei modelli riabilitativi occidentali) e della mente nel curare se stessa attraverso un percorso di introspezione (come nelle psicoterapie).

Secondo la psicologia buddhista, un soggetto, se guidato e orientato in modo corretto, può sviluppare spontaneamente la capacità di passare da uno stato di disequilibrio e sofferenza ad uno di maggiore autonomia, armonia e serenità verso se stesso, può coltivare e instaurare un rapporto più oggettivo e reale verso l’esperienza.

Nell’ultimo decennio molti studiosi, perlopiù del campo della psicologia e delle neuroscienze, sono stati attratti dalla possibilità di sfruttare questa tecnica per scopi terapeutici.

Diversi studi hanno indagato i benefici della mindfulness utilizzando strumenti di valutazione tipicamente occidentali come test psicologici e neuropsicologici o tecniche di neuroimaging (Jha, A.P., Krompinger, J., & Baime, M.J. 2007).

Questi studi, in linea di massima, suggeriscono che la meditazione funziona attraverso meccanismi quali il rilassamento, l’esposizione, la desensibilizzazione, la de-ipnosi, la de-automatizzazione, la catarsi e il de-condizionamento (Murphy e Donovan, 1997; Murphy, 2006). Altre ipotesi sui processi delle pratiche meditative sono l’insight, l’auto-monitoraggio, l’auto-accettazione e la comprensione di sè (Baer, 2003, 2006).

Dal punto di vista neurofisiologico la meditazione agirebbe invece sulla diminuzione dell’attivazione psico-fisiologica (arousal), sui cambiamenti nell’attività del sistema nervoso autonomo, l’immunizzazione dallo stress, la sincronizzazione emisferica e cambiamenti della lateralizzazione (per una review vedi Cahn e Polich, 2006).

Infine, alcuni studi hanno evidenziato cambiamenti morfologici, in termini di plasticità nervosa, a carico di specifiche aree cerebrali, in particolar modo di quelle connesse con attenzione e regolazione emotiva oltre a modificazioni del tracciato elettroencefalografico (Jha, A.P., Krompinger, J., & Baime, M.J. 2007; Lutz, A., Greishar, L., Rawlings, N., Richard, M., & Davidson, R. 2004).

Un aspetto fondamentale delle terapie mindfulness-based è l’importanza che viene data all’unità mente-corpo; secondo questo approccio, ad esempio, il riconoscimento e la descrizione delle sensazioni e delle percezioni del corpo veicolano informazioni riguardo alla sfera cognitivo-emozionale (Solms & Turnbull, 2003, 2007). Questo aspetto risulta rilevante se pensiamo che in alcune patologie psichiatriche i soggetti utilizzano proprio il corpo come “metafora” per esprimere emozioni e conflitti che non sono in grado di verbalizzare e, per questo motivo, le tecniche cognitivo-comportamentali, che a stento considerano il corpo all’interno dei programmi terapeutici e riabilitativi, acquisiscono una dimensione più completa.

Con l’aiuto della mindfulness il paziente può esplorare la dimensione della corporeità in modo autonomo, spontaneo e decentrato in modo da acquisire la consapevolezza necessaria dei propri stati interni attraverso la semplice osservazione degli stati corporei. Non a caso la mindfulness è stata adottata e “manualizzata” dalla psicologia di stampo cognitivo-comportamentale.

L’uso della meditazione in protocolli psicoterapeutici può destare scetticismo o il sospetto che si tratti di una moda “new age” ma, probabilmente, la tecnica stessa può essere facilmente svincolata dalla filosofia che vi sta alla base, con ciò si intende dire che l’esercizio di mantenere il focus dell’attenzione su un oggetto specifico, inibire le distrazioni, riportare l’attenzione sul focus quando ci si distrae, osservare e non giudicare ciò che si trova nel campo della coscienza, ha delle ricadute positive al di là della dottrina filosofico-religiosa che vi sta alla base, i cui concetti possono però essere “utilizzati” come contenuti (positivi) alternativi allo stile di pensiero abituale; nulla vieta comunque di utilizzare altri concetti.

In ogni caso vi è un dibattito aperto riguardo al fatto che l’inserimento della mindfulness nelle psicoterapie rappresenti un vero e proprio salto paradigmatico tra le nuove terapie e tutto ciò che vi è stato prima. Indipendentemente da come la si pensi i risultati clinici e della ricerca e la diffusione di queste pratiche in un arco relativamente breve di tempo (vedi fig.1), esplicitano la necessità di verificare approfonditamente le vere potenzialità di queste tecniche per la salute mentale.

Di fatto, alcuni protocolli mindfulness-based vengono già utilizzati con successo come la Mindfulness Based Cognitive Therapy (MBCT) e l’Acceptance and Commitment Therapy (ACT) (Hayes, 1999; 2005); nel primo caso la mindfulness rappresenta un elemento chiave, trasversale ed unificante della terapia, nel secondo caso, invece, la mindulness ha un ruolo meno centrale ma viene utilizzata come modulo all’interno di un intervento più complesso.


fig.1: grafico che mostra la quantità di lavori scientifici sulla mindfulness tra il 1980 ad oggi


2. Processi cognitivi, mente e influenze top-down

Lo stato mindfull, caratterizzato dalla capacità di osservare in maniera oggettiva e pragmatica ciò che si trova, in un dato momento, all’interno del flusso di coscienza, seppur intrinseco nel funzionamento della mente umana, non è sempre presente. Per una mera questione di risparmio di risorse cognitive, spesso mettiamo in moto una sorta di “pilota automatico” (Farb et. al, 2007) determinato da schemi mentali ben consolidati in seguito alle esperienze pregresse, come frutto di apprendimento.

Un esempio che viene spesso utilizzato è quello dell’automobile: quando decidiamo di metterci in auto per andare al lavoro mettiamo in atto una serie di operazioni mentali e motorie che ci consentiranno di raggiungere il luogo ove siamo diretti; il ruolo della coscienza, in questo esempio, è quello di dare inizio ai singoli piani di azione (ad esempio decidere la destinazione) mentre le singole operazioni possono essere eseguite in modo automatico (cambiare le marce, svoltare a destra o sinistra ecc…), lasciandoci liberi di intrattenere una conversazione con un eventuale passeggero o fare progetti sulla giornata di lavoro che sta per iniziare.

L’esempio mostra chiaramente l’utilità adattiva del “pilota automatico” che, tuttavia, ha un rovescio della medaglia; in alcuni casi esso non consente di mettere in atto comportamenti creativi in situazioni già sperimentate a cui si risponde in maniera quasi stereotipata, adattiva ma non necessariamente funzionale.

Infatti, uno dei fattori principali, in grado di generare e mantenere uno stato di sofferenza mentale, come ansia o depressione è una specifica reazione che gli individui hanno imparato ad attivare nei confronti dei propri stati interni (Didonna, 2008); ad esempio, nei soggetti affetti da disturbi psichiatrici gravi, come la schizofrenia, le situazioni relazionali evocano schemi mentali consolidati che si manifestano ciclicamente in tutte le occasioni di socializzazione, nel paziente depresso la mente è intrappolata in una rete di pensieri pessimistici e auto-svalutativi (ruminazione), un soggetto affetto dal disturbo ossessivo compulsivo si confronta continuamente con il contenuto del pensiero ossessivo che invade il focus della coscienza in modo indipendente dalla volontà dell’individuo che è costretto a mettere in atto le compulsioni, pena una forte ansia che può sfociare in veri e propri attacchi di panico.

Dunque, questi individui sperimentano modalità di pensiero spesso indesiderate, il loro cervello indipendentemente dalla volontà, ripercorre “solchi” mentali già sperimentati in ogni episodio acuto della patologia. Verrebbe da interrogarsi sul perchè il cervello debba cristallizzarsi e conservare modalità di pensiero così disfunzionali (Fulton & Siegel ;Siegel 2009; 1996), secondo Siegel:
“…questi stati della mente sono in realtà finalizzati a raggiungere obiettivi altamente desiderabili, il più importante dei quali è quello di ridurre o prevenire questi stessi stati […] i vecchi abiti mentali sono ingannevoli perchè inducono a cercare di pensare a come risolvere i problemi, il che significa continuare a rimuginare sull’attuale situazione emozionale e su tutti i problemi che potranno sorgere se le cose non cambiano”.
Anche in soggetti sani, i pensieri sorgono in rapida successione e spesso in modo indipendente dalla propria volontà; il punto, quindi, non è arrestare il flusso dei pensieri ma essere in grado di disidentificarsi da essi; questo assunto è proprio alla base dei programmi basati sulla mindfulness, indipendentemente dal fatto che questa assuma un ruolo centrale o meno all’interno della terapia. A tal proposito un filosofo indiano.

L’efficacia della meditazione sulla salute mentale sembra essere correlata, non al cambiamento dei contenuti del pensiero (obiettivo di molti approcci psicoterapeutici occidentali), ma dalla capacità di osservare i propri pensieri da una prospettiva più decentrata e imparziale, grazie alla quale è possibile “liberarsi” dall’influenza sul comportamento di contenuti emotivi e cognitivi indesiderati.

La ruminazione rappresenta uno dei processi cognitivi più frequenti in psicopatologia in cui è implicito il giudizio dell’esperienza che attiva una sorta di loop patologico che porta il soggetto a ritornare spesso sugli stessi contenuti.

Anche se può sembrare che il soggetto stia affrontando i propri problemi rimuginandoci sopra, questo causa in realtà effetti negativi: se il problema non viene risolto, infatti, i pensieri ricorrenti alimentano il processo di ruminazione; questo provocherà il sorgere di sentimenti negativi e pensieri di auto-svalutazione sempre più intensi e lontani dalla situazione reale e sempre più dominanti rispetto alle possibili soluzioni del problema.

La mindfulness propone di invertire questi processi a spirale in cui spesso i soggetti affetti da psicopatologie si trovano invischiati. Favorendo i processi del “lasciar essere” e “lasciare andare” si modifica alla base la relazione dei pazienti con i loro pensieri, emozioni e sensazioni fisiche, che contribuisce ad attivare e mantenere gli stati psicopatologici.

3. Modalità del fare e Modalità dell’essere

Alla base della ruminazione vi sarebbe una funzione del Sè chiamata “rilevatore di discrepanza” (Segal Z, Mark J., G.Williams, John Teasdale, 2004) che ha la funzione di valutare la situazione attuale rispetto a ciò che è desiderato, atteso o temuto. Quando il rilevatore trova una discrepanza porta la mente a rimuginare su quel determinato problema allo scopo di trovarvi soluzione; cosa che purtroppo non è sempre possibile; quando ciò accade la mente rimane bloccata sul problema, “intasando” il flusso di coscienza con contenuti inerenti la discrepanza.

Per chiarire il funzionamento del rilevatore di discrepanza gli autori distinguono due modalità di funzionamento della mente definite “modalità del fare” e “modalità dell’essere”: La modalità del fare è strettamente correlata con la funzione cognitiva del problem solving, nel momento in cui viene rilevata una discrepanza la mente entra in questa modalità nel tentativo di ridurla o eliminarla; se possono essere messi in atto comportamenti in grado di farlo, la mente può uscire dalla modalità del fare, altrimenti, se la soluzione della discrepanza è complessa, impossibile o non può essere raggiunta immediatamente, la mente stagnerà in questa modalità fino a quando la discrepanza non verrà risolta o finché non interviene un compito più urgente a distogliere, solo temporaneamente, l’attenzione da essa.

In questo caso, la modalità del fare, è spesso accompagnata da contenuti emotivi sgradevoli, come insoddisfazione e ansia, e da un continuo monitoraggio dei successi e degli insuccessi che riguardano la risoluzione del problema, questo comporta un rimugino sul passato (ciò che ha causato la discrepanza e su quello che si sarebbe potuto fare per evitarla) e sul futuro (come risolverla), tralasciando il presente; in realtà, l’individuo è consapevole del presente, ma solo in modo ristretto.

La modalità del fare non è di per se patologica, in quanto, abbiamo detto, sta alla base del problem solving cioè, quando viene attivata per problemi immediatamente risolvibili, effettivamente li risolve.
Il problema nasce nel momento in cui non è possibile risolvere immediatamente la discrepanza e la mente si arrovella nel tentativo di trovare la soluzione a questioni complesse del tipo: essere felici o meno infelici. La modalità del fare è quindi correlata al pensiero concettuale (necessario per il problem solving); ciò comporta che i pensieri vengono caricati di un peso eccessivo, cioè vengono percepiti come un rispecchiamento valido della realtà, classificati come “buoni” o “cattivi” e selezionati di conseguenza.

Per quanto riguarda la “modalità dell’essere”, per molti aspetti, è l’opposto di quella “del fare”, non è orientata ad uno scopo preciso, come può essere quello di ridurre o eliminare la discrepanza, e non è motivata a raggiungere determinati obiettivi. In questa modalità di funzionamento l’attenzione è maggiormente orientata sul momento presente, tende all’accettazione e al “lasciar essere”, la mente è più libera di concentrarsi in maniera obiettiva sul momento presente poiché non è impegnata a cercare di ridurre la discrepanza. Un’altra differenza tra modalità del fare e dell’essere sta nel modo in cui la mente percepisce il tempo, inteso come continuità tra passato presente e futuro; i pensieri, compresi aspettative per il futuro o traumi del passato vengono “osservati” per ciò che sono in realtà:
“eventi mentali che sorgono, diventano oggetto della consapevolezza e poi svaniscono”
(D.J. Siegel, 2005).
La modalità dell’essere non va intesa come assenza di attività ma come un atteggiamento mentale aperto all’esperienza del presente, che consente di regolare il proprio approccio alla realtà rispetto a pensieri, sentimenti ed esperienze.

4. La mindfulness come esercizio per risvegliare la mente creativa

L’interesse della psicologia cognitivo-comportamentale e delle neuroscienze verso la mindfulness è giustificato da ciò che la mindfulness è dal punto di vista pratico, piuttosto che alla filosofia che la sottende; l’esercizio fondamentale richiesto dalla meditazione somiglia molto ad un compito di riabilitazione neurocognitiva in grado di attivare, in maniera più o meno specifica, reti neurali connesse direttamente all’attenzione alla regolazione emotiva.

Riassumere il controllo della mente non può prescindere dall’imparare a controllare i processi attentivi, nella meditazione l’attenzione è rivolta al momento presente, all’esperienza così per come si presenta, cercando di mantenere un atteggiamento mentale caratterizzato da “curiosità, apertura, accettazione, amore” o COAL (curiosity, openness, acceptance, love) (Siegel, 2009), questo significa che durante la meditazione ogni pensiero, sensazione o emozione che raggiunge la consapevolezza merita attenzione ma, allo stesso tempo, deve essere considerato per quello che è in realtà, cioè un evento mentale che sorge diventa oggetto della consapevolezza e poi svanisce (J. Kabat-Zinn, 1987).

Questo aiuta a distaccarsi dai pensieri che generano e si colorano di emozioni e giudizi personali; un esempio di come può essere importante il processo di distacco dalla coloritura emotiva dei pensieri lo ritroviamo nelle fobie, in cui uno stimolo comporta una reazione emotiva abnorme rispetto alla reale pericolosità dello stesso e al di fuori del controllo volontario del soggetto. I processi di disidentificazione dai pensieri permetterebbero di addestrare la propria mente a considerare i vari stimoli che si trovano nel focus dell’attenzione in modo più oggettivo e distante.


5. Le abilità di Mindfulness

La pratica della meditazione comporta l’acquisizione di alcune abilità che possono essere facilmente rilevate da alcuni questionari psicometrici (al di là del pensiero attraverso il pensiero):

  • Non reattività rispetto all’esperienza interna
  • Osservare\notare\dedicarsi alle sensazioni (ad esempio, rimanere in contatto con i propri sentimenti anche quando dolorosi)
  • Agire in modo consapevole, non con “il pilota automatico”
  • Descrivere con le parole i propri stati interni
  • Atteggiamento non giudicante rispetto all’esperienza

È importante sottolineare che l’obiettivo della mindfulness non è quello di risolvere i problemi che provocano sofferenza, ma di accettarli e comprendere che non rappresentano un nemico da sconfiggere. Se non viene compreso questo concetto, si rischia di incorrere nel cosiddetto processo di auto-invalidazione, cioè la meditazione potrebbe venire considerato uno strumento magico in grado di risolvere i problemi della vita, trasformandosi nell’ennesimo tentativo di risolvere i problemi attraverso la modalità del fare; il rischio è di rimanere bloccati nello stato da cui si sta cercando di uscire; la mindfulness può essere un’abilità utile per affrontare i vari aspetti della vita, compresa la sofferenza ma non è una cura miracolosa.

Non si tratta di insegnare una via per fuggire dai propri pensieri o problemi ma la consapevolezza che lottare contro questi contenuti negativi può portare all’aumentare della difficoltà e della disorganizzazione interni. È ovvio che chiunque soffra non voglia soffrire più, ma secondo l’approccio mindfulness, prima di risolvere il problema è necessario fare un passo indietro: capire con quale rapidità si reagisce ai problemi con lo scopo di risolverli ed infine capire il problema e studiare eventuali nuove soluzioni per affrontarlo in modo non disfunzionale.

Un altro punto importante riguarda i terapeuti, o meglio, gli istruttori che, oltre alla preparazione, devono possedere una certa esperienza di pratica per riconoscere nel paziente i problemi che emergono durante le sedute e guidarlo verso la loro risoluzione. Gli autori preferiscono utilizzare il termine “istruttori” rispetto a “terapeuti” probabilmente perchè la mindfulness non va considerata una cura ma un percorso che si intraprende con il paziente a cui non ci si limita ad impartire istruzioni o dare suggerimenti.

Nel momento in cui sorgono delle difficoltà la funzione dell’istruttore è quella di affiancare ed incoraggiare il paziente cercando di sviluppare la consapevolezza che i pensieri sono solo pensieri e non un rispecchiamento fedele della realtà.

Fonte
BIBLIOGRAFIA 
Cahn, B.R., & Polich, J. (2006). Meditation states and traits: EEG, ERP, and neuroimaging studies. Psychological Bulletin, 132, 180-211.
Chambers, R., Lo, B. C. Y., & Allen, N. B. (2008). The impact of intensive mindfulness training on attentional control, cognitive style, and affect. Cognitive Therapy and Research, 32, 303–322
Didonna, F. (2009). Clinical handbook of mindfulness. ISO 690
Hayes, S. C. & Strosahl, K. D. (2005). A Practical Guide to Acceptance and Commitment Therapy. New York: Springer-Verlag
Jha, A.P., Krompinger, J., & Baime, M.J. (2007). Mindfulness training modifies subsystems of attention. Cognitive, Affective & Behavioral Neuroscience, 7, 109-119.
Johns, M., Inzlicht, M., & Schmader, T. (2008). Stereotype threat and executive resource depletion: Examining the influence of emotion regulation. Journal of Experimental Psychology: General, 137, 691–705.
Kabat-Zinn, J., Lipworth, L., Burney, R., & Sellers, W. (1987). Four-year follow-up of a meditation-based program for the self-regulation of chronic pain: Treatment outcome and compliance. Clinical Journal of Pain, 2, 159–173.
Kabat-Zinn, J., Wheeler, J. E., Light, T., Skillings, Z., Scharf, M. J., Cropley, T. G., et al. (2003). Part II: Influence of a mindfulness meditation-based stress reduction intervention on rates of skin clearing in patients with moderate to severe psoriasis undergoing phototherapy (UVB) and photochemo-therapy (PUVA). Constructivism in the Human Sciences, 8, 85-106.
Lazar, Sara W. (2005). Mindfulness research. In C. K. Germer, R.D. Siegel, & P. R. Fulton (Eds.), Mindfulness and psychotherapy, (pp. 220-240). New York: Guilford Press.
Lutz, A., Greishar, L., Rawlings, N., Richard, M., & Davidson, R. (2004). Long-term meditators self-induce high-amplitude gamma synchrony during mental practice. Proceedings of the National Academy of Sciences, 101, 16369-73.
Mayberg HS (2002): Modulating limbic-cortical circuits in depression: Targets of antidepressant treatments. Sem Clin Neuropsychiatry 7:255–268
Murphy, M. Donovan, S., & Taylor, E. (1997). The physical and psychological effects of meditation: A review of contemporary research with a comprehensive bibliography, 1931-1996. 2nd ed. Sausalito, CA: The Institute of Noetic Sciences
Siegel, A. M. (1996). Heinz Kohut and the Psychology of the Self. London: Routledge
Segal, Z. V., Teasdale, J. D., & Williams, J. M. G. (2004). Mindfulness-based cognitive therapy: Theoretical rationale and empirical status. In S. C. Hayes, V. M. Follette, & M. M. Linehan (Eds.), Mindfulness an
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22 ottobre 2016

Mind-Altering Quantum Experiment about Time


Mind-Altering Quantum Experiment 
Shows Time Has Never Existed As We Think It Does

In 2012 US National Medal of Science award winner Yakir Aharonov, who is regarded as one of the world’s leading quantum theorists published a paper in Nature Physics showing that the present is constrained by the past and the future. This means that what happens in the present can depend on what happened in the future, which makes no sense, as quantum physics rarely does. It also means that what happened in the past can effect the present. Seems strange, doesn’t it? It’s definitely something hard to wrap your head around.

“We choose to examine a phenomenon which is impossible, absolutely impossible, to explain in any classical way, and which has in it the heart of quantum mechanics. In reality, it contains the only mystery.” 
Richard Feynman, a Nobel laureate of the twentieth century (Radin, Dean. Entangled Minds: Extrasensory Experiences In A Quantum Reality. New York, Paraview Pocket Books, 2006)
This isn’t the first time quantum physicists have studied the structure of time. Below are details of an experiment, the same one mentioned in the paper cited above.



SCIENTISTS OBSERVE ONE PARTICLE EXIST IN MULTIPLE STATES
“Matter”: it’s what atoms and molecules are made up of. On the physical material level, it’s what all physical objects are made up of; it is everything that surrounds us and anything that has mass and volume. When scientists attempt to gain a better understanding of the nature of our reality, matter is what they look to. However, when scientists observe matter at the smallest possible level, they are left with more questions than answers. 
This is thanks to the fact that a tiny piece of matter, like a photon, or an electron, can exist in multiple possible states (as a “wave”) even though it is one single particle… which makes absolutely no sense.

“We choose to examine a phenomenon which is impossible, absolutely impossible, to explain in any classical way, and which has in it the heart of quantum mechanics. In reality, it contains the only mystery.”

(1) Richard Feynman, a Nobel laureate of the twentieth century

It is important to consider the notion that our physical material world might be guided by non-physical properties, such as consciousness, and this idea is best illustrated by what is referred to as the double slit-experiment.

In this experiment, tiny bits of matter (photons, electrons, or any atomic-sized object) are shot towards a screen that has two slits in it. On the other side of the screen, a high tech video camera records where each photon lands. When scientists close one slit, the camera will show us an expected pattern, as seen in the video below.

But when both slits are opened, an “interference pattern” emerges – they begin to act like waves. This doesn’t mean that atomic objects are observed as a wave, they just act that way. It means that each photon individually goes through both slits at the same time and interferes with itself, but it also goes through one slit, and it goes through the other. Furthermore, it goes through neither of them. 
The single piece of matter becomes a “wave” of potentials, expressing itself in the form of multiple possibilities, and this is why we get the interference pattern.

How can a single piece of matter exist and express itself in multiple states? Furthermore, how does it choose which path, out of multiple possibilities, it will take?

“Do not keep saying to yourself, if you can possibly avoid it, ‘but how can it be like that?’ Because you will get down the drain into a blind alley from which nobody has yet escaped. Nobody knows how it can be like that.” – (1) Richard Feynman
Here’s Where It Gets More Confusing 
When an observer is added, or when scientists decide to measure and look at which slit the piece of matter goes through, the “wave” of potential paths collapses into one single path. 
The particle goes from becoming, again, a “wave” of potentials into one particle taking a single route. It’s as if the particle knows it’s being watched. The observer has some sort of effect on the behaviour of the particle. 
The quantum double slit experiment is a very popular experiment used to examine how consciousness and our physical material world are intertwined. Again, just to reiterate, when scientists decided to observe the tiny piece of matter, that act of observation alone “collapsed” all those potentials into one state… 
I regard consciousness as fundamental. I regard matter as derivative from consciousness. We cannot get behind consciousness. Everything that we talk about, everything that we regard as existing, postulating consciousness.” – Max Planck, theoretical physicist who originated quantum theory, which won him the Nobel Prize in Physics in 1918  
“What I am going to tell you about is what we teach our physics students in the third or fourth year of graduate school… It is my task to convince you not to turn away because you don’t understand it. You see my physics students don’t understand it, that is because I don’t understand it.” – (1) Richard Feynman 
This type of confounding phenomenon has been repeatedly demonstrated, and examined a number of times by experts from all over the world. For example, one study published in the journal Physics Essays explains how factors associated with consciousness “significantly” correlated in predicted ways with perturbations in the double slit interference pattern. 
“Observation not only disturbs what has to be measured, they produce it. We compel the electron to assume a definite position. We ourselves produce the results of the measurement.” – Dean Radin, PhD, Chief Scientist at the Institute of Noetic Sciences (source) 
Here is an audio/visual demonstration of the experiment to get a better understanding of something so truly incomprehensible.



Delayed Choice/Quantum Eraser/Time

There is another groundbreaking, weird experiment that also has tremendous implications for understanding the nature of our reality, more specifically, the nature of what we call “time.”

It’s known as the “delayed-choice” experiment, or “quantum eraser,” and it can be considered a modified version of the double slit experiment.

To understand the delayed choice experiment, you have to understand the quantum double slit experiment.

In this experiment, tiny bits of matter (photons, electrons, or any atomic-sized object) are shot towards a screen that has two slits in it. On the other side of the screen, a high tech video camera records where each photon lands. When scientists close one slit, the camera will show us an expected pattern, as seen in the video below. But when both slits are opened, an “interference pattern” emerges – they begin to act like waves. 

This doesn’t mean that atomic objects are observed as a wave (even though it recently has been observed as a wave), they just act that way. It means that each photon individually goes through both slits at the same time and interferes with itself, but it also goes through one slit, and it goes through the other. Furthermore, it goes through neither of them. The single piece of matter becomes a “wave” of potentials, expressing itself in the form of multiple possibilities, and this is why we get the interference pattern.

How can a single piece of matter exist and express itself in multiple states, without any physical properties, until it is “measured” or “observed?” Furthermore, how does it choose which path, out of multiple possibilities, it will take?

Then, when an “observer” decides to measure and look at which slit the piece of matter goes through, the “wave” of potential paths collapses into one single path. The particle goes from becoming, again, a “wave” of potentials into one particle taking a single route. It’s as if the particle knows it’s being watched. The observer has some sort of effect on the behavior of the particle.

You can view a visual demonstration/explanation of the double slit experiment here.

This quantum uncertainty is defined as the ability, “according to the quantum mechanic laws that govern subatomic affairs, of a particle like an electron to exist in a murky state of possibility — to be anywhere, everywhere or nowhere at all — until clicked into substantiality by a laboratory detector or an eyeball.” (New York Times)

According to physicist Andrew Truscott, lead researcher from a study published by the Australian National University, the experiment suggests that “reality does not exist unless we are looking at it.” It suggests that we are living in a holographic-type of universe. (source)

Delayed Choice/Quantum Eraser/Time

So, how is all of this information relevant to the concept of time? Just as the double slit experiment illustrates how factors associated with consciousness collapse the quantum wave function (a piece of matter existing in multiple potential states) into a single piece of matter with defined physical properties (no longer a wave, all those potential states collapsed into one), the delayed choice experiment illustrates how what happens in the present can change what happens(ed) in the past. It also shows how time can go backwards, how cause and effect can be reversed, and how the future caused the past.

Like the quantum double slit experiment, the delayed choice/quantum eraser has been demonstrated and repeated time and time again. For example, Physicists at The Australian National University (ANU) have conducted John Wheeler’sdelayed-choice thought experiment, the findings were recently published in the journal Nature Physics. (source)

In 2007 (Science 315, 966, 2007), scientists in France shot photons into an apparatus and showed that their actions could retroactively change something which had already happened.

“If we attempt to attribute an objective meaning to the quantum state of a single system, curious paradoxes appear: quantum effects mimic not only instantaneous action-at-a-distance, but also, as seen here, influence of future actions on past events, even after these events have been irrevocably recorded.” 
Asher Peres, pioneer in quantum information theory (source)(source)(source)

The list literally goes on and on, and was first brought to the forefront by John Wheeler, in 1978, which is why I am going to end this article with his explanation of the delayed choice experiment. He believed that this experiment was best explained on a cosmic scale.

Cosmic Scale Explanation


He asks us to imagine a star emitting a photon billions of years ago, heading in the direction of planet Earth. In between, there is a galaxy. As a result of what’s known as “gravitational lensing,” the light will have to bend around the galaxy in order to reach Earth, so it has to take one of two paths, go left or go right. Billions of years later, if one decides to set up an apparatus to “catch” the photon, the resulting pattern would be (as explained above in the double slit experiment) an interference pattern. This demonstrates that the photon took one way, and it took the other way.

One could also choose to “peek” at the incoming photon, setting up a telescope on each side of the galaxy to determine which side the photon took to reach Earth. The very act of measuring or “watching” which way the photon comes in means it can only come in from one side. The pattern will no longer be an interference pattern representing multiple possiblities, but a single clump pattern showing “one” way.

What does this mean? It means how we choose to measure “now” affects what direction the photon took billions of years ago. Our choice in the present moment affected what had already happened in the past….

This makes absolutely no sense, which is a common phenomenon when it comes to quantum physics. Regardless of our ability make sense of it, it’s real.

This experiment also suggests that quantum entanglement (which has also been verified, read more about that here) exists regardless of time. Meaning two bits of matter can actually be entangled, again, in time.

Time as we measure it and know it, doesn’t really exist.

17 ottobre 2016

Il sistema endocannabinoide

Il sistema endocannabinoide e le sue funzioni

Il sistema endocannabinoide è un complesso sistema endogeno di comunica-zione tra cellule. Esso è composto da recettori endocannabinoidi, i loro ligan-di endogeni (gli endocannabinoidi) e le proteine coinvolte nel metabolismo e nel trasporto degli endocannabinoidi. Questo sistema è di grande importanza per il normale funzionamento dell’organismo.
Il sistema endocannabinoide prende il suo nome dalla pianta di cannabis poiché alcuni fitocannabinoidi in essa presenti, tra cui il THC, mimano gli effetti degli endocannabinoidi legandosi ai medesimi recettori. La maggior parte dei neurotrasmettitori sono stati scoperti molto prima dei recettori cor-rispondenti ai quali si legano per svolgere la loro azione sul Sistema Nervoso Centrale (SNC). 

Tuttavia, nuove tecniche di studio e di ricerca hanno teso a rovesciare questa tradizione e, come già nel caso della scoperta del sistema oppioide endogeno, anche nel caso degli endocannabinoidi, essi sono stati individuati dopo la scoperta dei loro recettori, i quali erano stati identificati grazie ai fitocannabinoidi.
Le funzioni del sistema endocannabinoide
La produzione in tutto l’organismo di componenti del sistema endocannabi-noide e la presenza di questo sistema in organismi di livello inferiore, indi-cano un ruolo vitale di questo sistema nella filogenesi (De Petrocellis et al. 2004, McPartland et al. 2006).
In base alla localizzazione dei recettori, è stato ipotizzato che il sistema en-docannabinoide sia coinvolto in un gran numero di processi fisiologici (Figu-ra 1, Tabella 1), tra i quali il controllo motorio, la memoria e l’apprendimento, la percezione del dolore, la regolazione dell’equilibrio energetico, e in com-portamenti come l’assunzione di cibo (Ameri 1999, Di Marzo 1998). Altre funzioni del sistema endocannabinoide, nella normale fisiologia, potrebbero essere correlate alle funzioni endocrine, alle risposte vascolari, alla modula-zione del sistema immunitario, alla neuroprotezione (Correa et al. 2005, Van der Stelt & Di Marzo 2005, Wang et al. 2006, Idris et al. 2005, De Oliveira Al-vares et al. 2006, Arenos et al. 2006, Mikics et al. 2006, Guindon et al. 2006).
Figura 1 - Le principali funzioni del sistema endocannabinoide in normali condizioni fisiologiche.


Tabella 1 - Funzioni in cui è coinvolto il sistema endocannabinoide in normali condizioni fisiologiche.


I recettori cannabinoidi
Il corpo umano possiede specifici siti di legame per i cannabinoidi, distribu-iti sulla superficie di molti tipi di cellule. Il nostro organismo produce i loro ligandi endogeni, chiamati endocannabinoidi, i quali si legano proprio ai recettori cannabinoidi (CB), attivandoli. Questi recettori appartengono alla numerosa famiglia dei recettori accoppiati alla proteina G (GPCR), superfa-miglia della quale fa parte la maggioranza dei recettori più comuni. I GPCR sono recettori di membrana che consistono in sette domini trans membrana (7TM) con un terminale amminico extracellulare ed un terminale carbonilico intracellulare (Howlett, 2002).
Fino a qualche anno fa si pensava che esistessero solo due tipi di recettori cannabinoidi, i CB1 (Figura 2) scoperti nel 1990 (Matsuda et al.1990, Gerard et al. 1991) e i CB2, scoperti qualche anno dopo, nel 1993 (Munro et al. 1993, Griffin et al. 2000) ma ci sono crescenti evidenze dell’esistenza di ulte-riori recettori cannabinoidi sia a livello centrale che periferico. Uno di questi potrebbe essere il recettore “orfano” accoppiato alla proteina G, denominato GPR55 (Lauckner 2008, Ryberg et al. 2007).
Figura 2 - Il recettore cannabinoide CB1 ha una struttura a sette domini trans membrana (7TM). 
Fonte: The endocannabinoid system handbook. ECSN 2008.


I recettori cannabinoidi hanno differenti meccanismi di distribuzione tissutale e di segnalazione. I CB1 sono tra i più abbondanti e i più ampiamente di-stribuiti GPCR nell’encefalo. Si trovano principalmente sulle cellule nervose (neuroni) del SNC (oltre che nell’encefalo quindi, anche nel midollo spinale). A livello dell’encefalo, la distribuzione dei CB1 (Figura 3) è particolarmente marcata nelle regioni responsabili della coordinazione motoria e del movi-mento (per esempio, il cervelletto, i gangli della base, nello specifico, lo stria-to e la substantia nigra), dell’attenzione e delle funzioni cognitive complesse come il giudizio (ad esempio, la corteccia cerebrale), dell’apprendimento, della memoria e delle emozioni (ad esempio, amigdala e ippocampo) (Bie-gon & Kerman 2001, Glass et al. 1997, Herkenham et al. 1990, Maileux et al. 1992, Pettit et al. 1998).
I recettori CB1 sono presenti in minor quantità, anche in alcuni organi e tes-suti periferici tra cui ghiandole endocrine, ghiandole salivari, leucociti, milza, cuore e parte dell’apparato riproduttivo, urinario e gastrointestinale.
Figura  3 - Distribuzione dei recettori CB1 nel cervello. Nello specifico, le aree indicate con i puntini neri sono quelle in cui maggiormente si lega il cannabinoide esogeno THC modificandone il normale funzionamento e sviluppo. 
Fonte: NIDA.
A differenza dei CB1 invece, i recettori CB2 sono espressi principalmente a li-vello periferico. Sono presenti prevalentemente nelle cellule immunocompe-tenti, tra cui i leucociti, la milza e le tonsille, il midollo osseo ematopoietico ma anche nel pancreas. Recentemente sono stati identificati anche nel SNC, pur se a basse concentrazioni (Van Sickle et al. 2005), in particolare sulle cellule gliali e microgliali.
Il ruolo dei recettori cannabinoidi è essenzialmente quello di regolare il rila-scio di altri messaggeri chimici. I recettori CB1 interferiscono con il rilascio di alcuni neurotrasmettitori e la loro attivazione protegge il SNC dalla sovrasti-molazione o dalla sovrainibizione prodotta da altri neurotrasmettitori.
I recettori CB2 invece, svolgono prevalentemente un’azione periferica con attività immunomodulatoria. Nel sistema immunitario, infatti, una delle fun-zioni dei recettori cannabinoidi è la modulazione del rilascio di citochine, molecole proteiche responsabili della regolazione della funzione immune e delle risposte infiammatorie.
Tipologie di cannabinoidi
Il termine cannabinoide si riferisce ad ogni composto che ha la capacità di interagire con i recettori cannabinoidi. Con la definizione di alcune sottoca-tegorie chimiche è possibile prendere in considerazione varie forme di pro-dotti sia naturali che sintetici. Ad oggi sono state descritte tre tipologie di cannabinoidi: i cannabinoidi endogeni, i fitocannabinoidi, e i cannabinoidi sintetici realizzati in laboratorio a scopo terapeutico e/o di ricerca scientifica.
Con il termine cannabinoidi endogeni o endocannabinoidi si identifica una classe di messaggeri lipidici endogeni, accomunati dalla capacità di interagi-re con almeno uno dei recettori cannabinoidi a livello centrale o periferico, regolando alcune funzioni fisiologiche e comportamentali. Tutti gli endocan-nabinoidi sono derivati di acidi grassi polinsaturi, che si differenziano, nella struttura chimica, dai fitocannabinoidi.
Gli endocannabinoidi al momento conosciuti sono i seguenti:
  • N-arachidonoiletanolamide (anandamide, AEA) 
  • 2-arachidonoilglicerolo ( 2-AG) 
  • 2-arachidonil gliceril etere (noladina, 2-AGE) 
  • virodamina (O-arachidonoil etanolamina) 
  • N-arachidonoil-dopamina (NADA)
L’anandamide è stata isolata ed identificata nel 1992 nel cervello di maiale (Devane et al. 1992), subito dopo la scoperta dei recettori CB1 e rappresenta la prima molecola endogena individuata in grado di legarsi selettivamente ad essi. Si tratta di un derivato ammidico dell’acido arachidonico, componente delle membrane cellulari. Deve il suo nome alla parola in Sanscrito “ananda” che significa “beatitudine”.
L’anandamide e il 2-AG (Figura 4) costituiscono i due primi endocannabi-noidi ad essere stati isolati e per questo sono anche i più studiati fino ad ora.
Figura 4 - Struttura dell’anandamide e del 2-arachidonoilglicerolo.
Sono entrambe piccole molecole lipidiche, piuttosto diverse da qualunque altro neurotrasmettitore conosciuto. A causa della loro natura lipidica, gli endocannabinoidi non vengono immagazzinati nelle vescicole sinaptiche come accade per numerosi altri neurotrasmettitori monoamminici, ma sono sintetizzati all’occorrenza dai neuroni, in seguito alla depolarizzazione della membrana e all’aumento intracellulare dei livelli del calcio (Ca2+) (Freund et al. 2003, Piomelli 2003). La sintesi avviene a partire da fosfolipidi di mem-brana, precursori che dopo idrolisi enzimatica, ad opera di due enzimi NA-PE-PLD e DAGL alfa e beta, liberano, rispettivamente, gli endocannabinoidi AEA o 2-AG dalla membrana pre o post sinaptica, nello spazio intersinaptico (Figura 5). 

Una volta rilasciati, i nuovi endocannabinoidi sintetizzati possono viaggiare in direzione retrograda lungo la fessura sinaptica, legandosi anche ai recettori cannabinoidi sui terminali presinaptici (Freund et al. 2003). L’at-tivazione di recettori cannabinoidi CB1, comporta l’inibizione dell’attività dell’adenilatociclasi, con minor produzione del secondo messaggero cAMP, avvia la chiusura dei canali Ca2+, inibendo l’ingresso di ioni Ca2+, e apre i canali del potassio (K+) causando una iperpolarizzazione delle membrane. Inoltre, è presente anche una attivazione di alcune chinasi, tra cui le MAP chinasi. 

L’inibizione o l’attivazione di canali ionici è una delle conseguen-ze principali che risulta dal legame degli endocannabinoidi ai loro recettori CB1 (Szabo & Schliker 2005). Attraverso questa influenza sui canali ionici, gli endocannabinoidi possono inibire il rilascio di neurotrasmettitori dai termi-nali assonici, perciò hanno un ruolo importante in alcune forme di plasticità sinaptica sia a breve che a lungo termine (Chevaleyre et al. 2006, Mackie 2006).
Riassumendo, gli endocannabinoidi vengono rilasciati dai neuroni postsinap-tici per agire sui terminali presinaptici. I recettori CB1 si trovano principal-mente nei terminali presinaptici del SNC. La comunicazione in questa dire-zione, dal “post” al “pre”, viene chiamata segnalazione retrograda (Wilson & Nicoll 2002).
Figura 5 - Il sistema endocannabinoide endogeno (Guzman, 2003). Uno dei ruoli accer-tati del sistema endocannabinoide è quello di agire da neuromodulatore nel cervello. Le membrane neuronali postsinaptiche contengono i precursori degli endocannabinoidi per rilasciare gli endocannabinoidi attivi (anandamide (AEA), 2-arachidonoilglicerolo (2-AG)) nella fessura intersinaptica. La sintesi ed il rilascio avviene in seguito all’aumento degli ioni calcio (Ca+) provocato dall’interazione di altri neurotrasmettitori (NT) con i rispettivi recettori che possono essere metabotropici (mR) o ionotropici (iR). Gli endocannabinoi-di così liberati, possono funzionare da messaggeri retrogradi, legandosi ai recettori can-nabinoidi CB1 presinaptici, i quali a loro volta, inibiscono i canali del calcio voltaggio dipendente (Ca+) e attivano quelli del potassio (K+). Questo effetto sulla polarizzazione di membrana comporta una inibizione del rilascio di altri neurotrasmettitori (quali glutammato, dopamina, GABA). 

Il processo neuromodulatorio degli endocannabinoidi termina con un meccanismo di ricaptazione all’interno dei neuroni, che coinvolge la presenza di un possibile trasportatore (T) o per diffusione. Una volta all’interno del neurone, vengono degradati dal FAAH, un enzima che scinde l’anandamide (AEA) nelle sue componenti, l’acido arachidonico (AA) e l’etanolamina (Et) (Guzman, 2003).


Successivamente, la rimozione di AEA e 2-AG dallo spazio presinaptico av-viene rapidamente attraverso un processo di ricaptazione (reuptake) selettivo che suggerisce un trasporto all’interno della cellula, mediato da un trasporta-tore di membrana (Beltramo et al. 1997; Piomelli et al. 1999) o per diffusione passiva degli endocannabinoidi attraverso la membrana. Una volta all’interno della cellula, gli endocannabinoidi vengono rapidamente metabolizzati con la loro conseguente disattivazione. Il metabolismo di anandamide e 2-AG avviene principalmente per idrolisi da parte di un enzima denominato FAAH specifico per l’idrolisi delle ammidi degli acidi grassi (Cravatte et al. 1996, Hillard et al. 1995, Ueda et al. 1995) e per il solo 2-AG, anche da parte della monoacilglice-rol-lipasi, MAGL (Dinh et al. 2002, Goparaju et al. 1999).
Il meccanismo con il quale gli endocannabinoidi agiscono prevede quindi la loro sintesi indotta da determinati eventi, l’attivazione locale di recettori canna-binoidi, seguita da una rapida degradazione.
L’attivazione dei recettori CB1 con gli endocannabinoidi dunque, diminuisce il rilascio di altri neurotrasmettitori. Gli endocannabinoidi vengono sintetizzati quando persiste un’intensa attività neuronale. La localizzazione dei recettori CB1 suggerisce che potrebbero partecipare in una sorta di meccanismo di ini-bizione feedback dove la produzione di endocannabinoidi nelle cellule post sinaptiche inibisce il rilascio di trasmettitori. Questo fenomeno, indicato come “plasticità mediata dagli endocannabinoidi” (Mackie 2008), è un meccanismo che serve sia ad attenuare che ad aumentare l’eccitabilità neuronale, a secon-da che si tratti della riduzione del rilascio di un neurotrasmettitore eccitatorio (come ad esempio il glutammato) o di uno inibitorio (il GABA). Il maggior ef-fetto dei recettori CB1 infatti, è spesso quello di ridurre l’apertura dei canali presinaptici del calcio. 

Quando i canali del calcio vengono inibiti, la capaci-tà del terminale presinaptico di rilasciare neurotrasmettitori (come dicevamo, principalmente glutammato o GABA) è ridotta. Quindi, quando un neurone postsinaptico è molto attivo, esso rilascia endocannabinoidi, i quali reprimo-no sia l’impulso inibitorio che eccitatorio sul neurone. I recettori cannabinoidi svolgono dunque una sorta di azione protettiva del Sistema Nervoso Centrale dalla sovrastimolazione o sovrainibizione esercitata da altri neurotrasmettitori. La rapida induzione della sintesi di endocannabinoidi con la conseguente at-tivazione dei recettori e successiva degradazione degli stessi, suggerisce che questi composti agiscono nel cervello primariamente come neuromodulatori, piuttosto che come classici neurotrasmettitori (Trezza et al. 2008).
Riassumendo, le caratteristiche peculiari che i cannabinoidi endogeni presenta-no rispetto agli altri neurotrasmettitori, sono le seguenti:
  1. Non vengono prodotti e immagazzinati nelle vescicole come la maggior parte dei neurotrasmettitori, ma vengono prodotti rapidamente “on-de-mand” (solo quando necessario) a partire dai loro precursori.
  1. Sono piccoli e permeabili alla membrana; una volta sintetizzati, possono diffondersi rapidamente attraverso la membrana della loro cellula di origine per influenzare le cellule vicine.
  1. Possono venire rilasciati dai neuroni postsinaptici per agire sui terminali presinaptici. La comunicazione in questa direzione, dal “post” al “pre”, è chiamata segnalazione retrograda; dunque gli endocannabinoidi vengono indicati come messaggeri retrogradi. Questo tipo di messaggio offre una sor-ta di sistema a feedback per regolare le forme convenzionali di trasmissione sinaptica, che tipicamente vanno dal “pre” al “post”.
  1. Si legano selettivamente al tipo CB1 dei recettori cannabinoidi, che è maggiormente localizzato su determinati terminali presinaptici.

L’importanza del ruolo dei cannabinoidi endogeni
nello sviluppo cerebrale

Oltre al suo noto coinvolgimento in specifiche funzioni corporee, il sistema endocannabinoide ha un ruolo importante in processi fondamentali dello svi-luppo. Il rilascio dei cannabinoidi endogeni controlla la plasticità sinaptica, ovvero, la capacità del sistema nervoso di modificare l’efficienza del funzio-namento delle connessioni tra neuroni (sinapsi), di instaurarne di nuove e di eliminarne alcune, in molte aree cerebrali comprese la neocorteccia, l’ip-pocampo, il cervelletto, e i gangli della base. Il signaling endocannabinoide ha un ruolo fondamentale nelle sinapsi con un chiaro continuum d’azione dallo stabilirsi delle sinapsi nell’inizio del neurosviluppo alla funzione delle sinapsi nel cervello adulto (Harkany et al. 2008). Il sistema endocannabi-noide, infatti, è presente nel Sistema Nervoso Centrale fin dalle prime fasi di sviluppo cerebrale, ed esso possiede un ruolo rilevante nell’organizzazione cerebrale durante la vita pre- e postnatale (Fernandez-Ruiz et al. 2000; Fride 2004).
Recenti evidenze indicano infatti, che gli endocannabinoidi intervengono du-rante il neurosviluppo. Sono coinvolti nel controllo della neurogenesi, nella proliferazione dei progenitori neurali, nella migrazione e nella specificazio-ne fenotipica dei neuroni immaturi influenzando la formazione di complessi network neuronali (Figura 6).
Figura 6 - La specificazione neurale è controllata dagli endocannabinoidi che agisco-no sui recettori cannabinoidi CB1 (Harkany et al. 2008). La specificazione neuronale è controllata dagli endocannabinoidi (eCBs) attraverso l’azione sui recettori CB1 (CB1Rs rappresentati dagli ovali verdi). Le frecce indicano il possibile coinvolgimento degli eCB nel processo di specificazione. Le frecce circolari invece si riferiscono ad un probabile meccanismo cellulare autonomo di regolazione del rilascio degli eCB. I punti interrogativi si riferiscono invece a dati che suggeriscono il possibile coinvolgimento di altri recettori sensibili ai cannabinoidi (CB2R, GPR55) durante alcuni stadi dello sviluppo neuronale (Harkany et al. 2008).


I recettori CB1 compaiono durante gli stadi più precoci dello svluppo ce-rebrale (Begbie et al. 2004, Buckley et al. 1998, Romero et al. 1997) e sono localizzati nelle aree di materia bianca, cioè aree composte dagli assoni dei neuroni e nelle zone di proliferazione cellulare (Berrendero 1999, Wang 2003, Romero et al. 1997). 

La localizzazione transitoria atipica dei recetto-ri cannabinoidi CB1 durante il periodo perinatale suggerisce uno specifico coinvolgimento del sistema endocannabinoide nello sviluppo cerebrale; esso sarebbe implicato in processi del neurosviluppo come la proliferazione, la migrazione, e la genesi delle sinapsi delle cellule nervose (Berghuis et al. 2005, 2007, Fernandez-Ruiz et al. 2000, Galve-Roperh et al. 2007, Harkany et al. 2008, Watson et al. 2008). Inoltre, la presenza dei recettori cannabi-noidi CB1 durante lo sviluppo cerebrale è stato associato ad effetti neuropro-tettivi nella maturazione del SNC e delle sue funzioni (Fernandez-Ruiz et al. 2000, Fride 2004).
Recentemente è stato dimostrato che il sistema endocannabinoide aiuta lo stabilirsi di connessioni di assoni a lunga distanza (Mulder et al. 2008) e agi-sce come indicazione di orientamento degli assoni locali per gli interneuroni GABAergici nel cervello in fase di sviluppo (Berghuis et al. 2005, 2007).
La densità dei recettori CB1 (Rodriguez de Fonseca et al. 1993, McLaughlin & Abood 1993) aumenta progressivamente durante lo sviluppo postnatale, con il picco poco prima dell’inizio della pubertà. I livelli del recettore can-nabinoide CB1, in seguito, diminuiscono fino a raggiungere i valori adulti (Rodriguez de Fonseca et al. 1993).
In conclusione, con il termine “sistema endocannabinoide” si intende un complesso insieme di ligandi, recettori, enzimi e trasportatori che svolgo-no molteplici funzioni nel Sistema Nervoso Centrale e periferico, nonché in periferia. La specifica e peculiare azione di regolazione retrograda svolta da questo sistema è estremamente importante per il mantenimento di una equi-librata attivazione neuronale.
Infine, l’importante ruolo da esso svolto durante lo sviluppo neuronale, suggerisce chiaramente come una eventuale perturbazione del sistema cannabi-noide endogeno, ad esempio attraverso l’utilizzo di fitocannabinoidi, possa influire in modo anche drammatico sul sistema nervoso durante lo sviluppo.


  1. Bellamoli Elisa  - Dipartimento delle Dipendenze ULSS 20 Verona - Unità di Neuroscienze
  2. Seri Catia Rimondo Claudia - Sistema Nazionale di Allerta Precoce, Dipartimento Politiche Antidroga, Presidenza del Consiglio dei Ministri
  3. Serpelloni Giovanni - Dipartimento Politiche Antidroga, Presidenza del Consiglio dei Ministri
  4. Schifano Fabrizio - Department of Pharmacy, University of Heartfordshire, United Kingdom



12 ottobre 2016

La kundalini nel tantra kashmiro


di Daniel Odier

Siamo ciò che cerchiamo

Anche in questo caso, come su molti altri argomenti, possiamo dire che i maestri kashmiri abbiano una visione particolare dell'energia della Kundalini e del suo risveglio. La mia maestra Devi, presso la quale ho vissuto tale esperienza, insegna che non si può fare nulla per attivare il risveglio e che tutti gli "esercizi" per far salire la Kundalini provocano solo delle catastrofi energetiche. Stimolare il risveglio utilizzando delle tecniche equivale, secondo lei, a stuzzicare un cobra con un bastone, senza rendersi conto che il cobra non è ingabbiato.

È un gioco che può avere conseguenze pesanti. Questa visione è opposta a ciò che praticano o si immaginano la maggior parte dei seguaci del "kundalini yoga" sciroppato all'occidentale. Secondo Devi occorrono due cose perché ci sia veramente il risveglio : un terreno energetico completamente aperto e una relazione profonda con un maestro autentico della tradizione.

Il lato iconoclasta ed assoluto dei maestri tantrici kashmiri è fondato su una visione estremamente profonda delle cose che manda in corto circuito qualsiasi ambizione di "fare", di "raggiungere" e di "divenire". Questa modalità di stroncare subito tutti i fantasmi spirituali è una specialità kashmira e soprattutto della scuola Pratyabhijna a cui appartiene Devi. Pratyabhijna significa "riconoscere spontaneamente il Sé". 

Questo riconoscimento è fondato principalmente sulla fine di qualsiasi proiezione e sulla comprensione che noi siamo ciò che cerchiamo. Questo ritorno al Sé implica l'abbandono di una ricerca lineare indirizzata verso un fine per realizzare il compimento del proprio essere. È il senso del grande mantra "Soham" Io sono Shiva. Prima che l'idea di raggiungere qualcosa nasca, Io sono la totalità. Questa scuola è prima di tutto una non-via (anavopaya) dove il silenzio libera la potenzialità della Kundalini. 

Una stanza del Vijnanabhairava tantra descrive molto bene questo luogo di ritorno, anteriore a qualsiasi ricerca, in cui le yogini e gli yogin immergono in ogni istante le percezioni con la rapidità di una tigre :
"Prima di desiderare, prima di sapere: Chi sono io, dove sono ?", questa è la vera natura dell''Io'. Questa è la spazialità profonda della realtà".
Kundalini, Shakti, Kalì

Ma cos'è la Kundalini, che viene definita anche "acciambellata" perché compie tre giri e mezzo alla base della colonna vertebrale nel bulbo, davanti all'osso sacro. Spesso rappresentata come un serpente addormentato, la Kundalini non è altro che la Shakti, l'energia primordiale.

Nella nostra scuola è spesso associata a Kalì ed è parte integrante dello Yonitantra, testo molto segreto dell'iniziazione alla Grande unione, di cui fanno parte il rituale di adorazione di Kalì, i mantra e la meditazione dei suoi mille nomi. Se i tantrici associano Kalì alla Kundalini evocata da uno dei nomi della terribile dea, "Cordone di luce che freme sul serpente della Kundalini", è proprio per far meglio comprendere agli incoscienti che vorrebbero scatenare questa forza che si tratta di una potenza terrificante. 

Devi diceva che un risveglio prematuro della Kundalini avrebbe sconvolto il malcapitato. È un po' come lanciare un razzo in un tubo otturato. Ma l'associazione a Kalì è più profonda. Kali non è soltanto la guardiana di un territorio di fuoco, prima di tutto è la grande dissipatrice delle tenebre, è colei che sgomina la paura, i legami all'ego, che dà la forza per compiere la sadhana. È lo spazio, e per i suoi adoratori è, prima di tutto, un amore che non conosce limiti, poiché il tantrika si libera di tutti i limiti.

Dato che l'iniziazione di Kalì precede quella della Kundalini, si può facilmente comprendere quanto sia illusorio pensare di raggiungere il risveglio della Kundalini prima di aver totalmente assunto la propria parte ombra e di aver affrontato i propri terrori sepolti. 

Quando Kalì ha stroncato l'ego, quando la presenza alla realtà e il fremito spanda sono radicati, allora potrebbe forse esserci un'iniziazione della Kundalini, che è l'apoteosi dell'iniziazione sessuale della Grande unione. Tutto ciò implica la previa unione del tantrika all'universo, perché l'iniziazione sessuale è la celebrazione di uno stato di espansione in cui la yogini o lo yogin si trova di già.

L'apertura del cuore

Per i maestri kashmiri la Kundalini non si risveglia attraverso un'azione sul chakra di base, Muladhara, ma unicamente attraverso l'apertura del Cuore, il chakra centrale. Quando il Cuore è aperto, tutti gli altri chakras lo sono necessariamente, quindi il canale centrale, Susumna, è libero da ogni occlusione energetica, emozionale o mentale. Il maestro, vedendo che il discepolo è spazio, può allora scatenare la risalita della Kundalini facendo un solo corpo col suo discepolo. 




Questa concezione molto bella collega il risveglio della Kundalini alla pratica di tutte le stanze dello yoga tantrico esposte nel Vijnanabhairava tantra ed è in questo modo che insegnano i maestri. Quando l'insieme della sensorialità, delle emozioni e del mentale non è altro che coscienza placata e vibrante, l'energia fondamentale della Kundalini non deve neppure essere sollecitata, risale naturalmente e spontaneamente, messa in effervescenza dalla presenza del guru.

Questa effervescenza che risulta dalla relazione maestro/discepolo si realizza senza sforzo, anche al di fuori di qualsiasi attività o insegnamento, semplicemente grazie alla sola presenza del maestro. Più che cercare di raggiungere un territorio, il tantrika si abbandona totalmente al fremito del suo maestro che risveglia in lui l'eco della propria essenza assoluta e vibrante. Questi due strumenti perfettamente accordati, maestro e discepolo, condividono allora la vibrazione fondamentale nella presenza assoluta alla Realtà e l'energia di questa Realtà non è altro che la potenza della Kundalini.

Quando chiesi a Devi quale fosse la qualità primaria di un tantrika, lei mi rispose : la capacità di meravigliarsi. Abbandonarsi è rilassare completamente il corpo, le emozioni ed il pensiero nella presenza vibrante all'istante. È al contempo facile vivere in questo stato qualche secondo più volte al giorno, e difficile farne un'esperienza che divenga la base della ricezione del flusso di realtà. Per poterci arrivare occorre liberare l'intuizione attraverso "l'intensità dell'adorazione appassionata" che emerge quando la dualità si stempera. Il tantrika si riconosce allora come totalità e l'energia della Kundalini si risveglia.

Una potenza temibile

La maggior parte delle descrizioni di risalita della Kundalini è drammatica e dà l'idea di una potenza intollerabile. L'esempio più bello di questo tipo di risveglio si trova nel meraviglioso libro di Gopi Krishna, un modesto allievo di yoga, un funzionario kashmiro che visse in modo intenso questo violento scatenamento. Racconta questa esperienza bella e terrificante nella sua autobiografia, di un'immensa umanità. Gopi Krishna narra la sua sofferenza fisica, le frange di follia, i sussulti rilucenti e infine la liberazione.

Devi aveva in qualche modo addomesticato questa potenza terribile attraverso l'apertura dello spazio. In uno spazio aperto la forza può diventare estremamente dolce pur conservando tutto il suo potere illuminante. Il risveglio della Kundalini che Devi ha innescato in me possedeva questi due aspetti e, soprattutto, non dava l'idea di un percorso lineare, ma anzi di una sfera di fuoco che includeva tutto il corpo e portava all'interno della sua potenza anche uno spazio di grande femminilità. Dopo, durante il periodo di integrazione di questa esperienza, ho conosciuto la sofferenza, la depressione, la solitudine, e le ho attraversate per ritrovare la luce integrale liberata dalle scorie delle abitudini ripetitive.

L'inizio di una trasformazione integrale

Il risveglio provocato dalla risalita della Kundalini non è altro dunque che l'inizio di una trasformazione integrale. È ben lontano dall'essere il raggiungimento di un livello definitivo dove tutti i problemi sono risolti e dove si è immersi in un'estasi permanente. Occorrono ancora alcuni decenni per affrontare la propria realtà alla luce fondamentale di quell'istante eccezionale. 

Il mentale ha bisogno di tempo per non fissarsi più, il corpo ha bisogno di tempo per rilassarsi completamente. Le emozioni hanno bisogno di spazio per fluire senza freno nell'assenza di ego. Allora, a volte, la Kundalini si manifesta spontaneamente, a volte compare durante l'unione continua con la yogini o lo yogin che ne fa esperienza grazie al maestro.

Nella nostra epoca dove gli insegnamenti più profondi sono stati riformattati in un minestrone insipido, è difficile immaginare che le forze che si evocano abbiano la potenza di un cataclisma. Si preferisce pensare che si tratti di un brivido di piacere che rapisce i sensi e che si considera a torto come un'estasi. 

Se ci si vuole sbarazzare completamente di tutte le idee sdolcinate sullo yoga, i chakra, la Kundalini e la ricerca tantrica, non c'è niente di meglio del contatto con un maestro tantrico o, in mancanza, della lettura di un'opera radicale sul tema, come ad esempio "Agora II, Kundalini" dove Robert Svoboda illustra gli insegnamenti del suo maestro Agora Vimalananda. Niente di più sano e di più disillusorio. Vimalananda si rallegra del fatto che i chakra degli esseri umani siano chiusi o ridotti, come dice Devi, ad ammassi di tensione, perché altrimenti sarebbero pazzi. Allora, assolutamente, non fatevi "aprire" i chakra, come propongono alcuni praticanti.

Una via verso il Kundalini Yoga

Cosa fare se si è veramente interessati a tutto questo ? Prima di tutto uscire dall'idea romantica che ci fa credere che alcune pratiche abbiano il potere di trasformarci radicalmente nella felicità. Non esiste. Ci vuole un impegno totale e occorre cominciare dal punto meno esotico : lo yoga della presenza nell'abbandono totale di qualsiasi obiettivo. La pratica non conduce da nessuna parte. Il frutto è la pratica, la pratica è il frutto. Quando si instaura la presenza, il corpo, la sensorialità, le emozioni ed il mentale ritrovano la loro unità. 

Allora la presenza estatica si infiltra nella banalità del quotidiano e a partire da lì, senza alcun espediente, le pratiche che ci attirano avranno la possibilità di manifestarsi. Appena non si vuole nulla si crea lo spazio e ciò che era ricacciato al fondo di noi stessi può emergere naturalmente. L'alone artificiale dell'azione "magica" sessuale o logica che dovrebbe portarci là dove non siamo fa parte dei nostri sogni di occidentali. La via tantrica è altrove, è ardua, riservata a coloro che hanno una natura appassionata, ma è anche rapida se il suo sviluppo avviene all'interno di una trasmissione autentica. Allora come cantava Lalla, poetessa e maestra kashmira del XIV sec. :
"Quando la mente che separa si assopisce
La Kundalini si sveglia !
La fonte dei cinque sensi sgorga ininterrotta.
L'acqua della presenza continua al mondo
E' dolce ed io la offro a Shiva.
Il fremito perpetuo della coscienza
E' lo stato supremo".
fonte

2 agosto 2016

Hillman: Gli “Altri” nei sogni.



Gli “Altri” nei sogni. Chi sono in realtà?

Un’interessante lettura del sogno di James Hillman, che di certo non va ad escludere e a invalidare quelle attualmente usate in clinica e in psicoterapia riguardanti il sogno, ma si aggiunge e amplifica.

Ecco due interessanti estratti che ci dicono come, secondo Hillman, le persone che appaiono nei nostri sogni di notte possano essere ANCHE vere e proprie forze, istanze psichiche archetipiche, abitanti il mondo infero del sogno, dell’inconscio, che utilizzano le nostre “imago” (immagini) delle persone reali che conosciamo durante la vita diurna, per potersi manifestare e dunque agire, produrre effetti sulla psiche del sognatore.
per approfondire suggerisco uno dei più grandi libri di James Hillman sulla Psicologia del sogno, intitolato “Il sogno e il mondo infero”, lo puoi trovare cliccando qui
«Le persone con le quali ho a che fare nei sogni non sono né rappresentazioni (simulacra) del loro sé vivente, né parti di me. Sono immagini fatte d’ombra che ricoprono ruoli archetipici; sono personae, maschere, nella cui cavità è presente un numen."
Così esprime la stessa tesi Dodds:
“In molti sogni omerici, il dio o eidolon appare al sognatore nelle vesti di un amico vivente ed è possibile che nella realtà i sogni in cui comparivano conoscenti del sognatore venissero interpretati in questo modo.” (…) 
L’immagine onirica di una persona umana non può essere riferita alla persona reale, perché le immagini oniriche fanno parte delle ombre del mondo infero e pertanto si riferiscono a persone archetipiche in sembianze umane. (…)
Il mio vecchio maestro o il mio professore che compaiono in un sogno non rappresentano soltanto una potenzialità intellettuale della mia totalità psichica.

Su un piano più profondo, quella figura è il mentore archetipico, il quale, temporaneamente, in questo sogno, indossa le vesti di quel maestro o di quel professore.

La fidanzatina, o fidanzatino, delle elementari che compare nei miei sogni non è soltanto una particolare tonalità affettiva che potrei scoprire e integrare adesso che divento vecchio. 

A un livello più profondo, quella persona giovane appartenente al passato, che vive nella memoria, è lakore o il puer archetipici che si presentano sotto forma di questo o quel ricordo personale.

Nei sogni, nelle sembianze degli amici incontrati ieri sera, ci vengono a visitare daimones, ninfe, eroine e Dei. (…)



Possiamo mettere a confronto tre modi di considerare le persone del sogno. 
  • il PRIMO, chiamiamolo freudiano, le riconduce all’attualità del giorno mediante le associazioni o mediante l’interpretazione al livello oggettivo: per comprendere le persone dei sogni sono essenziali altre persone.  
  • Il SECONDO modo, che potremmo chiamare junghiano, le riconduce al soggetto, intendendole come espressione dei suoi complessi: per comprendere le persone dei sogni è essenziale la mia personalità.  
  • Il TERZO modo, il metodo archetipico, le riconduce al mondo infero delle immagini psichiche. Le persone del sogno diventano esseri mitici, non tanto perché se ne trovano i paralleli mitologici con l’amplificazione, ma perché si arriva a vedere le persone dell’immaginazione che stanno dietro le maschere personali: per comprendere le persone del mio sogno sono essenziali solo le persone del sogno.»

(James Hillman – Il sogno e il mondo infero – Adelphi edizioni, p.82-83)


James Hillman
«Più sogno mia madre e mio padre, mio fratello e mia sorella, mio figlio e mia figlia, meno queste persone reali sono come le percepisco nel mio ingenuo naturalismo letterale e più diventano abitatori psichici del mondo infero.

Quando appaiono nelle visioni delle mie notti e io macino e digerisco il loro andirivieni, i famigliari diventano familiares, compagni interiori: non sono più esattamente le persone letterali con le quali ho quotidianamente a che fare.

A poco a poco, la famiglia cessa di essere le persone reali, alle quali devo resistere e con le quali devo competere, per diventare gli antenati viventi, i fantasmi, le ombre, i cui caratteri scorrono nel mio sangue psichico, dandomi sostegno con la loro presenza nei miei sogni. La casa di famiglia si sposta da ge a chthon.

Quante volte abbiamo sognato quelle vecchie scene famigliari! Ecco la mamma che sgrida, gli occhi incorniciati dagli occhiali, il babbo che volge le spalle, il fratello morto da anni che dorme ancora nel letto accanto. Perchè questo eterno ritornare alle medesime figure? Che cosa vuole la psiche?

Perché ci riporta passati amori come tormenti attuali? Una notte dopo l’altra, volti a cui avevamo dato il bacio d’addio ritornano a chiedere ancora qualcosa. Di solito, si pensa che tali ripetizioni e insistenze significhino che c’è un complesso irrisolto; ma che cosa dice in realtà questa spiegazione?

Forse, nei sogni è in corso un lavoro, una prolungata cottura di residui coriacei che scioglie la carne fin troppo soda delle persone ricordate, riducendole ai loro simulacra, a un’ombra di se stesse, affinchè possano andarsene, liberate dal nostro attaccamento, e noi si possa vivere in loro presenza non più oppressi dalla loro vita.

Queste figure sono qualcosa di più che complessi irrisolti; sono anche sostanze emotive sottoposte al processo del fare anima.»

(James Hillman – Il sogno e il mondo infero – Adelphi edizioni, p.122-3)