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28 gennaio 2017

Sul vedānta advaita

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Il Vedanta Advaita, o Vedanta Non-duale, è uno dei sei darsana (punti di vista) ortodossi della filosofia indù, conosciuto anche con il nome di Uttara-mimamsa.

Il Vedanta è costituito dalle Upanisad e, racchiudendo l'interpretazione più profonda e definitiva dei Veda quale un vero e proprio epilogo (anta), ne rappresenta sia il coronamento dottrinario che la conclusione espositiva.

I Veda - letteralmente "ciò che è stato visto" ossia realizzato dagli antichi Saggi (rsi) - sono frutto di autentica Conoscenza-realizzazione e, contenendo un preciso messaggio metafisico e quindi universale, non possono essere considerati come opere di date individualità: essi sono espressione di una vera funzione universale e raccolgono la Tradizione "udita" (sruti) che, traendo ispirazione direttamente dal Principio supremo e impersonale, è sita nella sua intrinseca unità di là da ogni distinzione storica, culturale, etnica, etc., per quanto possa palesarsi o velarsi o assumere differenti presentazioni, a seconda del grado di risveglio della coscienza umana e dell'adattamento al particolare contesto spazio-temporale.

Questa Tradizione costituisce, dunque, un'espressione di carattere universale e rappresenta il patrimonio spirituale di tutta l'umanità donde ognuno può liberamente attingere in ragione del proprio grado di maturità e di comprensione.

Così tutti i diversi rami della Tradizione, siano essi orientali od occidentali, portano a quella Verità unica che ne è il principio e la cui presa di consapevolezza risolve immediatamente la reciproca opposizione di dottrine e visioni filosofiche in apparente contrasto come, altresì, ogni sorta di questione esistenziale. In tal senso la sola Realtà è la non-dualità (advaita) la quale, in quanto tale, nulla escludendo, non possiede un "secondo", non contempla cioè un' altra" prospettiva cui contrapporsi mentre include e comprende la totalità dei possibili punti di vista costituendo essenzialmente una visone di sintesi o consapevolezza di unità assoluta totalmente trascendente.

Il Vedanta Advaita è dunque la dottrina della Non-dualità, della non-contrapposizione e dell'inclusione risolvente, quindi della "non-relazione" (asparsa): la Realtà è una vera ed unica, quindi è l'Assoluto stesso in cui si risolve qualsivoglia relatività, senza tuttavia menomarne l'essenziale e non-duale autoidentità.

Tale visione metafisica - assimilata, meditata e vissuta - porta a rimuovere la causa prima del conflitto e della sofferenza connaturati all'esistenza individuata e illusoriamente separata, causa quindi dell'ignoranza circa la natura dell'Essere - e perciò del proprio essere, indipendentemente dal particolare stato - e della conseguente proiezione di dualismo e di molteplicità contraddittoria. Se la dualità è un accidente della Non-dualità e se la sua immagine è effetto dell'illusione fondata sull'ignoranza, allora è solo attraverso la Conoscenza pura - trascendente soggetto e oggetto - che può essere dissolta lasciando splendere la Realtà qual essa è di là da come può apparire, rappresentarsi e velarsi.

In altri termini, la diversificazione e la susseguente opposizione appartengono alla sfera fenomenica (su cui verte appunto l'individuale); ma al di là del fenomeno e del noumeno, del manifestato e del non-manifestato v’è una sola ed unica Realtà priva di dualità in cui tutto è compreso e in cui tutto è compiuto. Il Vedanta intende svelare questa Realtà non-duale che è la nostra stessa ed unica essenza.

L'insegnamento dei Veda è ripartito in sezioni (khanda) ciascuna delle quali è rivolta ad un preciso stato coscienziale e quindi a un definito stadio di vita (asrama): dopo le parti dedicate agli stadi corrispondenti allo studentato (brahmacari) e alla funzione di capofamiglia (grhastha) e quella in ausilio alle pratiche degli anacoreti (vanastha), le Upanisad - o "sezione della Conoscenza" (jnanakhanda) - sono rivolte esclusivamente a coloro i quali hanno coscienzialmente abbracciato l'ultimo stadio di vita, cioè quello della rinuncia totale (samnyasa), ciò in quanto la conoscenza metafisica esige il possesso di determinate qualificazioni sia di carattere intuitivo-intellettuale che, soprattutto, di natura coscienziale: l'autentica e suprema rinuncia (parasamnyasa) s'identifica, infatti, con la Conoscenza stessa.

Tratto da: Introduzione Essenza del Vedanta di Sadananda, Edizioni Asram Vidya



Sādhana vedānta
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Ci si potrebbe chiedere quale sia la sadhana prescritta dal Vedanta, ma essa proprio perché tesa al risveglio dell'Assoluto in Sé, potrebbe apparire contraddittoria se non contrapposta, se non esaminata nella sua essenza.

La sadhana proposta nel Vedanta (e in qualsiasi ramo dell'unica tradizione metafisica universale) è quanto nel Vedanta è detto ajati vada, il percorso della non generazione.

Se esaminiamo a fondo i percorsi proposti nei diversi darshana, o negli yoga (karma, bhakti, jnana, advaita) troviamo come ogni pratica alla fine conduca (o sia un'applicazione dell') ajati vada.

L'adorazione del Divino, il namasmarana, l'hathayoga, il pranayama, etc. etc. (tranne le forme deviate o contaminate o degradate o medicali o occulte) sono semplici artifizi per "non generare più nuovi effetti", permettendo così la risoluzione dei semi causali esistenti.

Lo scienziato che osserva il mondo non può non vedere e ignorare le leggi di causalità che lo regolano in ogni minimo aspetto; pertanto gli sarà facile comprendere come l'istanza all'Assoluto può realizzarsi solo una volta che il fenomenico avrà cessato la sua autogenerazione in nomi e forme.

L'uomo di Dio che osserva il Creato non può non vedere e ignorare l'espressione della Volontà di Dio che lo regolano in ogni minimo aspetto; pertanto gli sarà facile comprendere come la fusione col Divino può realizzarsi solo dopo che egli si sarà abbandonato totalmente alla Sua Volontà e Grazia.

Questo significa ricondurre la mente empirica alla sua funzione primaria di organo catalogante e la mente noetica o cuore al riconoscimento dei flussi causali o Volontà del Divino o dharma: ajātivāda [pratica della non-generazione di nuove cause].

Premadharma 4/11/2012





Certe pratiche di autoconoscenza possono essere considerate estreme e se non ci sono le qualifiche, possono acuire ogni scissura o aspetto interiore non risolto.

"I più puri presupposti [per la liberazione] sono tre e sono dovuti all'influsso del grande Signore (mahapurusa): la nascita in un corpo umano, l'ardente volontà di liberazione (mumuksutvam), la protezione di un Saggio già realizzato."(Vivekacudamani 3)

Per vivere la propria vita, l'ente necessita di motivazioni e di conseguire le proprie priorità e non si può opporre alla vita la folle adesione a credenze quali "tutto questo non esiste", "la vita non è reale", "Tu sei Quello", "Tutto è Brahman", etc.

Sino a quando ci sono istanze che spingono verso altre priorità, la vita si svolge in tale direzione, pertanto per non trasformare le Mahavakya [grandi sentenze vediche come Tat tvam asi: Tu sei Quello] - che sono realizzazioni - in vāsanā [contenuti pronti a emergere e svilupparsi, impressioni mentali subcoscienti], occorre praticare una sadhana che preveda anche il conseguimento dei Purushartha. In questo senso esistono strumenti più adeguati nel karma yoga e nel bhakti yoga.

Da un certo punto di vista alcuni considerano l'Advaita come un cortocircuito dei cammini prescritti (karma, bhakti e jnana) nell'ambito dei vari culti, ma questo semplicemente perché ne rappresenta il naturale epilogo.

Naturale però non significa comune; è l'epilogo di una vita che segue un percorso della unica tradizione metafisica universale, il sanathana dharma o philosophia perennis o piccoli e grandi misteri.

Altrimenti i rischi di un approccio errato alla non dualità sono il qualunquismo, il nichilismo, l'autodistruzione, la depressione...

Il Vedanta e a maggior ragione l'Advaita sono cammini di realtà. Realtà quotidiana, realtà oggettiva, realtà soggettiva, realtà interiore, realtà metafisica, realtà assoluta.

Occorre affrontare la vita per com'essa si porge. Qualsiasi elemento va affrontato per l'evidenza nella sua apparenza e ivi risolto-integrato. La realtà declinata in precedenza va vissuta conformemente la "consistenza" del soggetto. E' essa stessa (la declinazione del reale) funzione del soggetto, essi sono inversamente "esistenti". Il quotidiano ha una realtà ben relativa rispetto all'Assoluto, non ha alcuna inseità, ma appare ben sostanziata per il soggetto "io" che la vive quale sistema di riferimento. Essa va pertanto vissuta come tale e non certo ignorata in nome di una Realtà assoluta nemmeno concepibile.

Per questo motivo occorre essere fortemente ancorati alla realtà quotidiana a meno che non si sia nel samnyasa e allora è già evidente il distacco.

Il Vedanta è la vita stessa, l'Advaita ne è l'epilogo, è morire da vivi. Non è da prendere alla leggera. Consiste nella distruzione consapevole di ogni vasana, nella rettificazione di ogni vrtti [modificazione nella sostanza mentale], nell'individuazione consapevole di ogni samskara [seme causale] passato, presente e futuro al fine di portarli in maturazione o elisione.

La sadhana "fai da te" o libresca va bene agli inizi, poi man mano che si va avanti occorre rettificarla secondo le proprie necessità.

Premadharma 8/3/2014





Dialogo.


R. Non confondere le istruzioni dirette date a chi si trova sul baratro del vuoto, con la visione di chi ha superato ogni vuoto.

D. Potresti fare degli esempi di chi si trova sul baratro e di chi lo ha superato? E la dimensione soggettiva, personale, quale ruolo assume nei due casi?

R. La volgarizzazione dell'insegnamento un tempo riservato agli anacoreti e poi ai monaci erranti (samnyasin) ha reso accessibili ai più informazioni riservate a chi le necessita nel momento in cui vanno applicate. La chiave la esci dalla tasca e la usi nel momento in cui devi aprire la porta, così è per certe istruzioni, praticarle vanamente a vuoto per anni non serve.

La maggioranza di queste informazioni un tempo erano mnemoniche e passate di maestro in discepolo, quale memento e traccia. C'era poi la navigazione a vista ossia le istruzioni specifiche alle conseguenze della sadhana. Molte di queste non sono state mai pubblicate e probabilmente mai lo saranno poiché vengono date verbalmente ai quei pochissimi che le necessitano, e costoro proprio perché le necessitano sono qualificati e pertanto mai le daranno sino a quando non troveranno altri che le necessitano. Il necessitarle o qualificazione è data dall'essere sull'orlo del baratro.

Oggi le informazioni disponibili concernono solo i manuali mnemonici solitamente destinati a chi non ha più alcun interesse per la vita sociale e mondana. Questo non significa che il Vedanta Advaita è destinato solo a costoro, ma che quelle pratiche descritte (asparsa vada) sono destinate solo a costoro.

L'Advaita Vedanta nel suo insieme si appoggia come sadhana all'ajātivāda (pratica della non generazione [di nuove cause]). E ajātivāda viene praticato attraverso il karmavāda (con tutte le sue accezioni nel grossolano denso, dalle posture, alle respirazioni, ai riti, ai mantra, ai suoni, etc.), il bhaktivāda, lo jnanavāda, l'asparsavāda.

Da qui le credenze sull'illusorietà del mondo, sul suo abbandono, etc.: le maggiori informazioni disponibili sono la interpretazione corrotta di insegnamenti destinati a quei pochi in grado di realizzarli.

Chi invece ha già superato ogni baratro e ogni vuoto, mostra a ciascuno il percorso più adatto (alla fine tutti sono una combinazione più o meno variata e combinata di karma, bhakti e jnana yoga) in funzione della aderenza ai diversi piani esistenziali di ciascun aspirante.

Il Vedanta Advaita si pone oltre ogni contrapposizione ed è oltremodo risibile come in molti si affannino a contrapporsi ad un qualcosa che non solo non comprendono ma non è nemmeno concepibile dalla mente empirica. E' oltre ogni contrapposizione perché la parte finale, l'asparsa vada diviene disponibile solo quando l'ajati vada viene a concludersi: i vari piani esistenziali sono stati armonizzati nella risoluzione delle causalità (attraverso i vari yoga) ed è possibile fare il salto coscienziale di pura consapevolezza.

Premadharma, Dialogo privato, 10/8/2014

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